Questo
referendum sull’articolo 18, assurdo nell’impostazione e completamente errato
per gli obbiettivi che intenderebbe realizzare, deve essere, in busta chiusa,
rispedito al mittente e credo che il modo migliore per farlo sia quello di
staccare proprio la spina cioè non andare il 15 giugno alle urne. Perché sarà
proprio questa astensione dal voto a fare la differenza, a marcare il vistoso, direi plateale distacco
che oggi esiste tra chi crede nello sviluppo di un moderno e libero mercato- ed
è quel che appunto pensa la
stragrande parte degli italiani- e chi, invece, cerca, anche se siamo ormai nel
terzo millennio, di difendere schemi e ideologie di altro conio e che ormai la
storia ha, da tempo, cancellate o sepolte.
Perché
è assurdo che, in un momento di grave crisi come quello che oggi sta
attraversando la nostra economia, ci sia davvero qualcuno che possa pensare di
risolvere i problemi del nostro paese
colpendo proprio quell’unica parte delle imprese che ancora riesce,
nonostante tutto, a produrre valore aggiunto e nuovi posti di lavoro.
I
motivi per i quali va affossato questo referendum credo che siano fin troppo
chiari ed evidenti. Ne ricordo solo tre, quelli che mi sembrano essenziali.
Primo, una simile riforma scardinerebbe proprio l’impianto di base su cui
ruota tutto il sistema delle
piccole imprese cancellando proprio quei pur ristretti margini di flessibilità
che consentono loro di restare
oggi competitive sul mercato. Secondo, toglierebbe loro la voglia di investire.
Il che porterebbe ad una diminuzione dei posti di lavoro proprio nell’unico
settore imprenditoriale che è ancora- come dimostrano le più recenti
statistiche- in grado di produrne. Se, infatti, sciaguratamente venisse
approvata questa riforma, almeno 150 mila posti di lavoro a tempo
indeterminato- questa è la previsione- verrebbero difatti o cancellati o
convertiti in posti di lavoro precario. Terzo, spingerebbe altre decine di
migliaia di aziende verso la già fin troppo vasta area dell'economia sommersa.
E’
importante che anche i partiti dell’opposizione di centro sinistra e parte dei
sindacati abbiano deciso di prendere le distanze, e direi che sono distanze
nette e assai marcate, da questo referendum proposto da Rifondazione comunista.
Come è importante che un analogo atteggiamento abbia assunto anche l’ex leader
della Cgil Cofferati che di tutto si può accusare meno che egli non abbia
sempre fatto e non faccia gli interessi dei lavoratori. La dura battaglia da
lui intrapresa, in prima persona, contro la riforma dell’altra parte
dell’articolo 18, quella riguardante la grande impresa, mi sembra che lo
dimostri a sufficienza. Il suo no quindi è- se ce ne fosse ancora bisogno- un’ulteriore conferma,
anzi la prova del nove di quanto sia stato mal posto e gestito questo quesito
referendario.
Quel
che sorprende è che, invece, i vertici della Cgil, sia pur per motivi che
appaiono palesemente di tipo
tattico, intendano, in qualche modo, anche se con una malcelata tiepidezza,
sostenere questo referendum. Liberi di farlo ovviamente anche se è, a nostro
giudizio, aver assunto questo comportamento ci sembra un grave errore che potrà
anche lasciare qualche cicatrice.
E
la cosa più assurda è che ci dobbiamo occupare di tutto questo mentre ben altre
sono le urgenze e le priorità del nostro paese oggi colpito da una crisi
economica che si sta rivelando più lunga, tenace e pericolosa di quanto solo
pochi mesi fa fosse lecito prevedere.
Sono
almeno due i segnali da allarme rosso: da un lato, la caduta quasi verticale
delle esportazioni dovuta in gran parte al forte apprezzamento dell’euro sul
dollaro e poco ci consola il fatto che gli altri paesi europei non stiamo oggi
meglio di noi e, dall’altro, la perdurante stagnazione che sta caratterizzando
i consumi interni.
Le
ricadute sul sistema sono già assai vistose: una diminuzione del fatturato
dello 0,6% e degli ordinativi dei settori industriali addirittura del 9%, dati
che trovano riscontro solo nel
dicembre 2001 quando cioè l’onda lunga degli attentati dell’11 settembre
sommerse letteralmente tutti i mercati.
E’
vero che la forte rivalutazione dell’euro sul dollaro ci consente di pagare di
meno i prodotti petroliferi ma questa rischia di essere una magra consolazione
perché la mannaia è calata su
settori che, restando a quota zero cioè pressocchè fermi i consumi interni di
beni durevoli, stavano cercando di
arginare le perdite puntando almeno sulle esportazioni. E, invece, è stata, per
quanto riguarda il fatturato, una debacle: -14,4% per le industrie
manifatturiere, -9,9% per quelle che producono pelli e calzature, -9,5% per gli
apparecchi elettrici e di precisione, -7,2% per i mezzi di trasporto.
Insomma
un vero e proprio corto circuito che sta mandando il tilt tutto il sistema
e che, se non si appronteranno
immediati interventi, rischia di portare la nostra economia - ci siamo già
assai vicini - verso un periodo di vera e propria deflazione: bassa
produttività, ancora più bassi consumi, scarsa produzione di ricchezza, minori
risorse per gli investimenti e per l'attuazione delle riforme e quindi anche
minore occupazione.
Non
ci consola il fatto che paesi come gli Stati Uniti e la Germania stiano come
noi o addirittura peggio di noi. Anche perchè, tra noi e loro, c’è una
differenza sostanziale: loro possono contare su un sistema economico che ha
solide radici e che consentirà loro, quando cambierà il vento dell’economia, di
ripartire abbastanza rapidamente, noi , invece, teniamo i piedi su un sistema
che ha fatto ormai molta ruggine e che faticosamente, tra mille difficoltà,
stiamo tentando di riformare. E il timore è che questa crisi, assai più grave
del previsto, possa rallentare questa già
difficile e faticosa opera di ristrutturazione.
Ecco
perché bisogna adottare misure simili a quelle che, negli ospedali, vengono
utilizzate per chi viene ricoverato in terapia intensiva.
Accelerare
il più possibile, certo, le riforme di sistema perché, senza di esse, sarà
difficile che la nostra economia ritorni ad essere competitiva, ma, nel
contempo, mettere mano all’unico strumento che abbiamo a disposizione per
uscire dalla sacca di questa stagnazione. E questo strumento non può che essere
quello del rilancio della domanda interna dato che poco o nulla possiamo fare,
invece, per cambiare il corso dell’economia internazionale.
Rilanciare
i consumi significa prima di tutto adottare misure che restituiscano fiducia a
quelle famiglie che oggi continuano, ma solo per necessità, a riempire i
carrelli di prodotti alimentari ma hanno praticamente smesso, invece, di
acquistare altri generi di prodotti. E così i magazzini delle imprese sono
pieni di lavatrici, televisori, computer, scarpe, vestiti, mobili, auto che non
si possono più vendere all’estero ma che anche gli italiani hanno smesso di
comprare.
Vediamo di uscire da questa situazione che, così come è oggi, rischia di non portarci più da nessuna parte. Mettiamo mano alla riforma fiscale ed è sicuro che a trarne beneficio non saranno solo le famiglie e le imprese ma anche, con gli interessi, le entrate dello Stato. Facciamo in modo che le famiglie possano collocare i loro risparmi in forme di investimento che siano più remunerative di quelle che oggi vengono offerte sul mercato. Facciamo in modo di restituire un po’ di ottimismo sulle prospettive dell’economia a chi lo ha perso. Svoltiamo come possiamo ma non stiamo ancora fermi sotto la pensilina in attesa che passi il treno della ripresa dell'economia mondiale. Perché l’attesa potrebbe anche essere lunga e tutto possiamo fare meno che aspettare un altro anno.