Roma,
Cfmt - 21 novembre
Intervento
del presidente Billè
Gli
indicatori relativi all'economia italiana (PIL, commercio con l'estero, ecc.)
segnalano ormai da diverso tempo il rallentamento dello sviluppo.
Su
quali siano le origini (situazione internazionale, effetti del patto di
stabilità, ecc.) esistono molte analisi che hanno, però, un punto comune,
rappresentato dal fatto che il fenomeno non è solo congiunturale in quanto
riflette una situazione di sofferenza strutturale del nostro paese.
La
perdita di competitività ed il
peggioramento della bilancia commerciale italiana vengono attribuiti a fattori
quali l'elevato costo del lavoro, l'incidenza del welfare, l'esiguità delle risorse destinate alla ricerca ed
all'innovazione, il deficit di infrastrutture, l'inefficienza della macchina
pubblica, le mancate liberalizzazioni e via discorrendo.
Le
soluzioni proposte sono sempre le stesse: più innovazione tecnologica, più
investimenti in infrastrutture, efficienza amministrativa, liberalizzazioni e
privatizzazioni.
Anche
se si è sostanzialmente d'accordo tanto sulle cause che sui rimedi non è
possibile far a meno di osservare che - come di consueto - molte proposte
abbiano più i connotati dello slogan che una loro effettiva dignità di progetto
"nazionale", in termini di obiettivi, tempi e risorse.
Prendiamo
il caso della ricerca e dell'innovazione. Il sistema della ricerca è
destinatario, attraverso il FAR (Fondo Agevolazioni alla Ricerca) di ingenti risorse pubbliche destinate
ad università ed imprese industriali ed altrettanto avviene per l'innovazione attraverso il FIT (Fondo per
l'Innovazione Tecnologica).
Questo
sistema, anche se rinnovato da provvedimenti quali il decreto legislativo 297
del 1999, è in piedi da decenni. E' abbastanza sorprendente che oggi si
sollevi un problema "ricerca ed innovazione" quando aziende ed interi
settori economici ne hanno ampiamente usufruito, in modo esclusivo, per
decenni.
In
ogni caso, la ricerca e l'innovazione sono processi che si articolano in tempi
medio-lunghi e non è possibile proporli come rimedi anticongiunturali. Analogo
discorso per quanto riguarda le infrastrutture che esplicheranno la loro
funzione solo tra anni e non servono a risolvere i problemi nell'immediato.
Al
limite, le infrastrutture hanno un effetto anche sul breve periodo in quanto
incrementano l'impiego di manodopera ed influiscono sulla produzione di
materiali e componenti ed, indirettamente, sui consumi.
Prima
di proseguire affrontando il discorso della politica economica per il terziario
non si può non soffermarsi su quanto appena ora rilevato per sviluppare alcune
riflessioni su tre punti che si ritengono come essenziali.
1) L'Italia è in crisi perché il
suo modello di sviluppo è entrato in crisi e non da oggi.
La
scelta industriale, da sempre operata dal nostro paese, ci espone alla
concorrenza dei paesi di vecchia e nuova industrializzazione. Per fare un
confronto, la Francia ha una struttura economica che vede una presenza
massiccia del settore agricolo ed i prodotti agroalimentari rappresentano la
seconda voce attiva della bilancia dei pagamenti transalpina.
Nell'ambito
della scelta industriale italiana si è sviluppata una specializzazione verso i
settori a bassa e media tecnologia (meccanica, metallurgia, lavorazione materie
plastiche, ecc.), evidentemente quelli più esposti nell'attuale situazione
internazionale.
Le
scelte di politica economica operate attraverso le forme di incentivazione non
hanno portato ad un sostanziale mutamento nella composizione del tessuto
industriale italiano. Si veda, in proposito, il giudizio espresso dalla
Commissione europea in sede di valutazione di strumenti quali la L. 488/92,
dove le agevolazioni hanno consentito la sopravvivenza di aziende scarsamente
competitive (cosiddetto effetto "dead-weights").
Oggi
viene a cadere un altro dei miti che hanno contraddistinto la politica
economica degli ultimi 20 anni, i distretti industriali. Proprio pochi giorni
fa l'Unioncamere ha parlato di passaggio dal modello dei distretti a quello
delle filiere, contando ben 10 diversi modelli di sviluppo
economico-territoriale.
Ma
sul concetto di distretto industriale sono state elaborate intere strategie
economiche e destinate risorse finanziarie di rilevante entità. Cosa ci resta
in mano oggi che scopriamo che non funziona più ?
2) L'Italia non ha saputo
sostenere i propri interessi in ambito europeo
Il
processo di integrazione europea ha portato notevoli vantaggi all'economia
italiana. Lo stesso boom economico degli anni '60 è stato ampiamente favorito
dalla partecipazione alle Comunità europee e dall'apertura di importanti
mercati di sbocco per le nostre produzioni. Quelli che sono stati grandi
vantaggi in fase iniziale sono diventati in seguito vincoli, condizionando le
nostre scelte di politica economica anche in senso negativo. Ad esempio, il
processo di liberalizzazione si è intrecciato con quello di privatizzazione
comportando uno stravolgimento nella struttura d'impresa italiana. Le grandi
imprese pubbliche sono state per decenni parte fondamentale dell'ossatura
economica nazionale. Averle dismesse
rapidamente, senza che il privato fosse in grado di sostituirsi nel
ruolo da esse svolto, ha favorito la dissoluzione della grande impresa in
Italia.
La
Francia e la Germania si sono guardate bene dal privatizzare a tutti i costi e
quando lo hanno fatto hanno sempre mantenuto forme di controllo e di azione
- anche diretta -nell'economia.
La
scelta industriale dell'Italia, per riecheggiare gli economisti classici, una
sorta di decisione tra il burro (agricoltura, terziario) ed i cannoni
(l'industria), ha comportato contropartite nel settore, ad esempio, agricolo.
Oggi ci ritroviamo con molti settori nei quali eravamo leader in Europa (si
pensi all'agrumicolo), dove siamo diventati addirittura importatori.
Il
prossimo allargamento comporterà molti vantaggi sul medio-lungo termine ma
anche grandi rischi e riduzioni certe ed immediate di fondi destinati alle
nostre regioni in ritardo di sviluppo. Si consideri che il bilancio dell'Unione
europea prevede che circa il 42% sia destinato alla PAC ed un 30% alle
politiche di sviluppo e coesione. L'Italia continuerà a contribuire a tale
bilancio ricavando, per scelte antiche, non molto dalla PAC rispetto, ad
esempio, alla Francia, e perdendo una quota rilevante dei fondi che le
politiche di sviluppo destinavano alle regioni dell'obiettivo 1.
C'è
un limite a concetti - giusti in linea di principio - quali la concorrenza, i
limiti agli aiuti di stato, l'equilibrio dei conti, ed altro ancora. Gli
eccessi, come sempre, portano risultati opposti a quelli desiderati. Si veda il
caso del Regno Unito, patria della libera concorrenza, che chiede di
rinazionalizzare le politiche europee per lo sviluppo, maggiori possibilità di
incentivazione delle imprese e regole comunitarie sugli aiuti di stato più “elastiche”. La Francia quando è dovuta
intervenire nel salvataggio di imprese il cui fallimento avrebbe provocato un
disastro occupazionale non ci ha pensato due volte; la Germania senza rinnegare
il patto di stabilità continua in politiche di sostegno all'economia, ecc.
L'equilibrio
tra spinta europeista ed interesse nazionale dovrebbe essere, quindi, sempre
perseguito, come ci insegnano molti paesi europei.
3) la grande impresa italiana è
scomparsa, nell'industria come nel terziario
Il
combinato disposto delle privatizzazioni, della carenza di strategia da parte
delle grandi imprese private (in particolare industriali), di politiche
economiche che hanno inseguito più i "suggerimenti" di questa o
quella lobby o modelli di sviluppo inconsistenti, ha portato al risultato di
privare il paese dell'elemento costituito dalla grande impresa. L'ultimo grande
stabilimento costruito in Italia, per quanto possa sembrare assurdo, è Melfi.
Quel che è peggio le grandi scuole d'impresa, che hanno allevato generazioni di
manager, sia in ambito privato (si pensi ad Adriano Olivetti) che pubblico (le
grandi imprese IRI, l'ENI), sono scomparse.
Il
problema non è quello di essere nostalgici di quell'epoca, che è stata
contrassegnata da tante, e gravi, problematiche. Ciò che provoca angoscia è il
constatare il fatto che si è perduta quella determinazione, quello spirito
creativo, quella voglia di confronto che guidava il mondo imprenditoriale.
E'
questa la vera crisi dell'economia italiana, una crisi di idee e di uomini,
seppelliti da slogan che, di volta in volta, si chiamano
"innovazione", "distretti", "alta formazione" ed
altre taumaturgiche parole che finiscono solo per contrapporre i concreti
interessi a poco concreto costrutto.
In
questo contesto parlare di politiche per il terziario è perfino limitativo. Il
problema non è quello di contrapporre un settore economico ad altri ma di
intervenire complessivamente su aspetti quali il rafforzamento della struttura
delle imprese, favorire la loro crescita, anche dimensionale, senza penalizzare
al contempo le piccole e medie imprese.
Si
tratta di affrontare una serie di “consueti” nodi critici, particolarmente
rilevanti per quanto riguarda il terziario:
a)
l'accesso al credito,
che è uno dei punti dolenti assieme alla sottocapitalizzazione strutturale
delle PMI terziarie; la prospettiva di Basilea 2 non è molto confortante in
proposito e vanno messi in campo strumenti che risolvano, una volta per tutte,
il problema dell'accesso al credito ed al mercato dei capitali;
b)
la formazione
professionale ed imprenditoriale ed il problema dello skill-shortage nel terziario; la mancanza di professionalità
adeguate nel terziario (si veda il rapporto 2002 della Commissione europea
sulla competitività in Europa) è una delle componenti che giocano negativamente
nello sviluppo delle imprese e non solamente quelle di tipo avanzato ed a più
elevata intensità di impiego delle tecnologie I.C.T.
c)
la semplificazione
amministrativa e la deburocratizzzione. Molto è stato fatto attraverso i
provvedimenti Bassanini ma rimane ancora della strada da percorrere. Le imprese
non devono letteralmente "perdere tempo" dietro alle incombenze
burocratiche, è necessario stimolare tanto la semplificazione che le figure di
assistenza pubblico-private (i CAAF d'impresa, i Centri di Assistenza Tecnica,
ecc.);
d)
la riduzione del
carico fiscale, autentico rullo compressore di qualsiasi espansione d'impresa.
Anche in questo caso molto è stato fatto ma la strada è ancora lunga. Quanto
costerà la riforma federale dello Stato, ad esempio? e chi pagherà? I tributi
locali saranno un ulteriore fardello? Alle imprese poco importa se la tasse le
pagano ad X od ad Y, il problema è il carico fiscale complessivo, altrimenti la
concorrenza di altri stati diventerà insopportabile.
In
definitiva la politica economica per il terziario richiede, in primo luogo, una
politica economica per il paese.
Pochi
slogan, molto costrutto e scelte chiare sulle quali le aziende possano fare
affidamento per programmare il loro sviluppo.
Infine,
tra le diverse semplificazioni ce n'è una che è di fondamentale importanza:
quella della riduzione del numero e della complessità di strumenti di
incentivazione. La questione non si esaurisce solo nel recente progetto di
semplificazione degli incentivi presentato dal Ministro Marzano.
Se
si incrociano gli obiettivi (peraltro sanciti nell'ambito delle regole
comunitarie sugli aiuti di stato), con la tipologia degli strumenti
(automatici, valutativi, negoziali), con i soggetti che ricevono o gestiscono
gli strumenti, con le forme di agevolazione (contributi, crediti di imposta,
agevolazioni sul credito, ecc. ecc.), con le forme negoziali di secondo livello
(Patti, Accordi, Contratti, Intese, PIT, PIA, e via discorrendo), si perviene
ad un autentico ginepraio nel quale l'impresa, quella sana che non vive di
contributi e che li vorrebbe utilizzare solo per anticipare il break-even di un certo
investimento, si perde. In cambio,
il numero di soggetti gestori, di intermediari vari, di documenti, di
procedure, ecc. diventa lunghissimo e costoso.
A
chi conviene un'architettura così complessa? Perciò semplifichiamo, usiamo
strumenti più vicini all'impresa, forniamo l'assistenza quando serve e nelle
forme più efficaci ed efficienti. E tagliamo i rami secchi, pubblici e privati,
che “campano” su forme di intermediazione parassitaria.
Dobbiamo
fare in fretta perché il tempo delle discussioni, delle scelte ideologiche
cervellotiche è finito. C'è bisogno di tanta, tanta concretezza.
Grazie.