Quando
- e accade sempre più spesso - ci capitano fra le mani le pagelle che i grandi
istituti internazionali, con cura certosina, compilano per stabilire quali
siano oggi, nel mondo, i paesi più moderni e più tecnologicamente avanzati e
quali siano, invece, quelli - e, tra di essi, c’è sempre l’Italia - che non
meritano nemmeno un voto di sufficienza, ai nostri operatori - e, credo, anche
a quelli presenti oggi in questa sala - cadono davvero le braccia.
Per
la competitività diamo dei punti solo alla Grecia e alla Turchia e siamo al 26°
posto, secondo la classifica del World Economic Forum, per quanto riguarda il
livello di penetrazione delle tecnologie digitali.
Insomma
più morti che vivi, operatori da retroguardia, aborigeni della modernizzazione.
A
parte il fatto che ho il sospetto che alcune di queste classifiche vengano
compilate da persone che usano il binocolo al contrario - perché, se no, non
vedo proprio come potremmo ancora essere oggi fra i sette paesi più
industrializzati del mondo - mi chiedo quali siano le vere cause che possono
aver determinato e continuano a determinare questo nostro ritardo oggettivo.
E’
tutta colpa degli operatori se il motore della nostra economia, per quanto
riguarda lo sviluppo delle tecnologie e la modernizzazione del sistema è, in
gran parte, ancora costretto ad andare due anziché a quattro o sei cilindri?
Beh,
amici, è ora di finirla con panzane del genere.
La
verità è che anche da quando è partito a tutta birra il processo di
globalizzazione dell’economia e dei mercati, chi ha gestito le Istituzioni e la
politica economica di questo paese non ha fatto nulla - uno zero assoluto - per
far fare un vero, programmato, risolutivo salto tecnologico alle strutture del
nostro sistema di mercato.
Per
cercare di tamponare - e con sempre maggiore fatica - la voragine del nostro
debito pubblico, non solo lo Stato non ha fornito, in questo senso, alcun tipo
di incentivo, di sostegno o di supporto alle imprese - milioni di piccole e
medie imprese - che oggi operano nel terziario di mercato, ma, al contrario,
per drenare risorse che garantissero, in qualche modo, al bilancio pubblico una
minima soglia di sopravvivenza, le ha letteralmente massacrate di tasse.
Vero
o falso? Tutto vero purtroppo ma questo nelle classifiche internazionali non
appare perché nella compilazione delle pagelle non si tiene mai conto delle
responsabilità della politica ma solo dei risultati conseguiti dall’impresa e
se non supera l’esame peggio per lei. Del resto, dicono i prestigiosi analisti
che compilano queste classifiche, non è certo colpa nostra se le imprese non
sanno scegliersi i governanti giusti.
Sono
problemi loro, non nostri.
E
vorrei fare, al riguardo, un’altra piccola postilla. Lo sapete che oggi, per
quanto riguarda la copertura delle spese di funzionamento di tutto l’apparato
dell’Unione europea - e si tratta di una cifra astronomica, fra i 15 e i 20
miliardi di euro - l’Italia, come secondo socio fondatore, contribuisce con una
somma che è pari ad almeno il 30% della spesa totale?
Difatti,
l’Ue dispone, grazie proprio ai nostri soldi, di strutture tecnologicamente
assai moderne.
Per
l’Ue questi fondi si trovano, per le nostre imprese no. Non vi sembra un
assurdo?
Per
introdurre, nel nostro sistema - e penso, in particolare, a tutte le filiere
del terziario di mercato - moderne tecnologie che consentissero, ad esempio,
mettendo a rete le strutture, di ridurre i costi per la fornitura di prodotti e
di servizi, lo Stato non ha fatto quasi nulla: qualche briciola di sovvenzione
qua e là e niente di più.
Ed
è stata, da parte dello Stato, una madornale mancanza, un comportamento non
solo miope ma anche insensato.
Lo
Stato avrebbe potuto fare alle imprese che intendessero dotarsi di impianti
tecnologici moderni un discorso assai semplice: se mi provi di aver fatto
questi investimenti e mi documenti di averli portati a regime modificando tutte
le strutture necessarie, ti cancello, per un anno, tasse e contributi. Poi,
negli anni successivi, quando sarà dimostrata la migliore produttività dei tuoi
impianti, me ne pagherai un po’ di più.
E’
appunto quello che si fa da anni negli Stati Uniti e poi in Spagna, in
Finlandia e in altri paesi europei.
Ma
da noi no perché continuiamo ad essere un paese che ha troppo debito pubblico
per fare qualcosa di serio, troppa zavorra politica per poter mettere insieme
un programma di modernizzazione del sistema che funzioni.
Il
risultato è sotto i nostri occhi: centinaia di migliaia di piccole imprese che
non riescono a crescere e ad investire perché non riescono a migliorare il loro
fatturato, intere filiere di mercato che, non avendo potuto modernizzare e
computerizzare i loro impianti, hanno costi doppi se non tripli a quelli di
altri paesi.
L’unica
cosa che è stata incoraggiata - e solo per poter effettuare migliori controlli
fiscali - è l’introduzione dei registratori di cassa, per il resto ci è stato
detto: arrangiatevi perché lo Stato deve impiegare i suoi soldi in altro modo.
E
su quale sia stato fino ad oggi quest’altro modo è meglio stendere un velo
pietoso perché continuiamo ad avere infrastrutture da terzo mondo, servizi di
pubblica utilità costosi ma inefficienti, tasse elevate e una pubblica
amministrazione che, per la trasmissione dei documenti, usa ancora stampanti
acquistate negli anni sessanta.
Però
ogni anno continuiamo a versare alle casse dell’Unione europea un assegno, come
contributo spese per il funzionamento e la modernizzazione di impianti e
tecnologie, pari a 4-5 miliardi di euro, otto-nove mila miliardi delle vecchie
lire.
Ho
l’impressione che ci stiano prendendo in giro. E noi siamo davvero stufi di
essere presi in giro.