Nel mezzo di un conflitto che non solo sta
producendo morti e devastazioni ma sembra destinato a prolungarsi forse nel
tempo e avere latitudini e quindi conseguenze tali da cambiare anche gli
equilibri, l’assetto, lo stesso volto dell’economia mondiale, questo meeting di
Cernobbio credo che non possa trascurare o lasciare ai margini almeno due
obiettivi.
1-
Tentare di fare, nei limiti del possibile, i primi, sia pure assai provvisori
conti in tasca ad un conflitto che potrebbe aprire, in Europa come altrove,
nuovi e probabilmente inediti scenari.
2- Ma
tentare anche di fare, anzi di rifare, alla luce di ciò che sta accadendo e che
potrà accadere nel prossimo futuro, i primi conti in tasca anche in casa nostra
cioè quelli di un sistema economico che, se era claudicante prima dell’inizio
della guerra in Iraq come dimostrano i dati consuntivi del 2002 e quelli che
fino ad ora si sono potuti raccogliere sul primo trimestre 2003, ora rischia di
esserlo ancora di più.
Il tutto
cercando di ragionare il più possibile a mente fredda cioè con prudenza e
soprattutto senza prestare il fianco ad ogni tipo di strumentalizzazione
politica dalla quale, anzi, vorremmo, specie in un momento come questo, starne
fuori.
Ma
sarebbe più che opportuno che anche e soprattutto il governo cominciasse a
dirci qualcosa sia sullo stato attuale della nostra economia e mi riferisco ai
dati raccolti dalla Tesoreria sulla prima trimestrale di cassa - sia sulle sue
possibili prospettive in presenza di un conflitto che certamente è destinato, come
ha appena rimarcato anche il Fondo monetario internazionale, a lasciare il
segno. E tutto questo perché il perdurare di questo silenzio rischia di
accentuare le incertezze degli operatori e di tutto il mercato.
I temi
che sono oggetto di questo meeting- dal progetto di nuova convenzione europea e
di allargamento all’Est a problemi di stretta attualità quali sicuramente sono
il patto di stabilità, l’occupazione, la riforma del mercato del lavoro e
quella federalista- non possono, infatti, non essere parametrati con le nuove
realtà che questo conflitto sta o potrà, in breve tempo, determinare.
Il primo
trimestre di quest’anno si è, infatti, caratterizzato, a livello
internazionale, per un’accentuata stagnazione produttiva che la guerra appena
iniziata non potrà, almeno nel breve periodo - ma non si sa poi quanto sarà
breve questo periodo - non peggiorare.
In
particolare, per il complesso dei paesi dell'Ue, la crescita, nel periodo
gennaio-marzo di quest’anno, dovrebbe aver oscillato su valori di Pil compresi
tra il +0,1% e il –0,2% il che rappresenta qualcosa di più che un semplice
campanello d’allarme.
E questa
mancata crescita interviene proprio nel momento più delicato- convenzione
europea, da un lato, prospettive di allargamento dell’Ue, dall’altro - di quel
processo che, in tempi che si sperano brevi, dovrebbe portare alla costruzione
di quella piattaforma politica che, dopo anni di discussioni e di confronti,
dovrebbe essere, per l’Europa, un obiettivo non più rinviabile.
Non è
ancora chiaro se questo conflitto procrastinerà il raggiungimento di questo
obiettivo o, invece, in qualche modo, lo renderà ancora più vicino e pressante.
Lo sapremo, credo, nelle prossime settimane.
Quel che
è certo - e vengo così al punto che maggiormente ci interessa - è che il nostro
paese si accinge a partecipare a questa nuova tappa del processo di
unificazione europea in condizioni che, come dimostrano gli ultimi dati
relativi alla produzione e al rallentamento del mercato del lavoro, appaiono
particolarmente difficili.
Nel
pieno di una crisi di cui non si riescono a prevedere tutti i possibili
sbocchi, è difficile, direi anzi impossibile fare gli indovini.
Appare
comunque improbabile che vi possa essere già nel 2003 quella ripresa della
nostra economia che, fino a qualche mese fa, prima dell’apertura di questo
conflitto, sembrava essere, in qualche modo, a portata di mano.
Sarà,
infatti, già un grande risultato se, nel 2003, il nostro Pil segnerà un aumento
dello 0,7% cioè un punto e sei in meno di quanto previsto per quest’anno dal
documento di programmazione economica e finanziaria varato lo scorso anno dal
governo.
Occorre,
quindi, aggiustare il tiro e ciò comporterà decisioni che, per avere efficacia,
dovranno maturare alla svelta e riguardare tutti i punti chiave del nostro
assetto economico.
Lontano
da noi il proposito di fare dell’allarmismo che, nell’attuale situazione,
sarebbe del tutto inopportuno.
Ma i
conti bisogna pure cominciare a farli perché questo è l’unico modo per evitare
che si possa ripetere anche nel 2003 quel che è accaduto, nel nostro paese,
nell’anno appena trascorso.
Il
nostro Centro studi ha cercato di fare, in proposito, alcune simulazioni che
potranno servire come base per una riflessione che riteniamo giusto cominciare
a fare fin d’ora.
La crescita
dello 0,7% del nostro Pil può essere considerata, in qualche modo, attendibile
solo se questo conflitto sarà di breve durata - non più di 10 settimane - senza
produrre quindi ripercussioni troppo negative – penso al problema petrolio ma
non solo a quello - sui mercati.
Perché
se, invece, il conflitto si protraesse per più di 20 settimane - e non mi
sembra un’ipotesi azzardata - con un prezzo del petrolio che finisse con
l’attestarsi, a causa soprattutto di una prevedibile riduzione delle riserve,
sui 40 dollari al barile, allora c’è il rischio di una assai più modesta
crescita: un +0,2% che equivarrebbe ad una fase di quasi completa stagnazione,
nel 2003, della nostra economia.
Se poi –
e sarebbe la più sciagurata delle ipotesi - questo conflitto degenerasse in una
belligeranza di lungo periodo - oltre i sei mesi - allora il Pil rischierebbe
di andare sotto zero (-0,6%) con una ripresa tutta da rinviare almeno alla
seconda metà del 2004.
Non vi è
dubbio che, all’interno dell’Ue, questi problemi verranno presto messi sul
tavolo e mi sembra che lo stesso commissario Solbes, nei giorni scorsi, abbia
messo le mani avanti sostenendo che la crescita del Pil europeo - e solo nel
caso che questo conflitto sia di breve durata - non possa andare, nel 2003,
oltre l’1%.
Il che
vorrà dire rivedere, nella sostanza, tutti i parametri di sviluppo che erano
stati fissati e probabilmente rimettere mano anche a quello che viene
considerato il parametro fondamentale cioè il Patto di stabilità.
E’ anche
vero però che per noi la strada si preannuncia ancora più in salita dato che,
nel nostro sistema economico, i problemi congiunturali vanno a sommarsi a
vistosi e, in gran parte non risolti, problemi di ordine strutturale.
Tutti ci
auguriamo che questi ultimi, grazie alle riforme opportunamente avviate dal
governo, possano essere risolti, ma quanto tempo occorrerà perché queste
riforme possano realizzare l’effetto desiderato?
E, nel
frattempo, quali chances avrà la nostra economia, in presenza di più aspri
scenari internazionali quali quelli che prima abbiamo cercato di delineare, di
restare competitiva sui mercati?
Appare
assai rilevante prima di tutto il peso di una politica energetica che, in
questi anni, non ha saputo o potuto individuare efficaci alternative e
soluzioni: il mondo è cambiato ma la nostra dipendenza dal petrolio continua ad
essere a dir poco soffocante. Più soffocante che altrove.
E
parlando di riforme non mi riferisco solo a quella del mercato del lavoro che
sicuramente, ma solo nel medio periodo, qualche buon risultato lo potrà
produrre, ma ad un altro nocciolo duro. Parlo ovviamente della riforma fiscale.
E’
sicuramente importante - e non saremo certo noi a sottovalutarla o sminuirla -
che il Parlamento abbia approvato la legge delega destinata a ridurre e in modo
congruo, quando diverrà operativa, la pressione fiscale sulle imprese e sulle
famiglie.
Ma un
interrogativo, in presenza anche dei preoccupanti scenari prima descritti,
resta per il momento senza risposta: quando e come e con quali risorse lo Stato
riuscirà, da un lato, a far fronte agli impegni assunti per la riduzione del
debito pubblico - 116 miliardi di euro di risparmi in cinque anni- e,
dall’altro, a compensare i mancati ricavi - 46 miliardi di euro - che
l’attuazione della riforma fiscale, una volta che andrà a regime, comporterà?
Ad
occhio - ma vorrei tanto sbagliarmi - mi sembra, per ora, la quadratura del
cerchio.
I pochi
dati disponibili sull’andamento della finanza pubblica non sono certamente
tranquillizzanti.
Infatti,
prima ancora che si aprisse il conflitto in Iraq, era già necessario ridurre le
nostre previsioni di crescita almeno di un punto percentuale di Pil, dal 2,3
all’1,3%, che per noi resta ancora troppo ottimistico cioè di 12 miliardi e
trecento milioni di euro. Era già necessario, prima del conflitto, reperire
risorse - circa 6,5 miliardi di Pil, per rispettare i piani di rientro
concordati con l’Ue. Siamo quindi in presenza di un deficit di bilancio
potenziale che richiede o il ricorso ad ulteriori tagli di spesa o ad un incremento
delle entrate.
Infatti
il rapporto deficit-Pil che si prefigura sarà superiore di circa un punto a
quell’1,5 che era stato programmato.
C’è da
aggiungere, inoltre, il fatto che, in prospettiva, il nostro sistema economico,
a causa dell’allargamento dell’Unione a 25 paesi, potrà contare, da parte
dell’Ue, su sostegni finanziari inferiori di circa un terzo rispetto a quelli
attuali e l’esclusione di intere regioni del Mezzogiorno.
Un altro
problema su cui è indispensabile una riflessione è quello della caduta dei
consumi.
Si è
fatto poco - assai meno di quanto sarebbe stato necessario - per il sostegno
dei consumi. Difatti, alla fine del 2002 essi hanno registrato un aumento solo
dello 0,4%, un dato assai negativo che non si registrava da anni e che si è riverberato
negativamente anche sulle filiere produttive oggi quasi tutte in affanno.
Non è
certo questo il momento di fare polemiche su quel che si sarebbe dovuto fare e,
invece, non è stato fatto. Vi sono sicuramente molte attenuanti e poi è acqua
passata.
Ma
almeno una riflessione di puro dettaglio lasciatemela fare.
Questa.
Non sarebbe stato più opportuno varare, al posto, ad esempio, della
Tremonti-bis, misure che consentissero di frenare prima di tutto l’erosione del
potere di acquisto delle famiglie attenuando quindi la loro crisi di fiducia
sull’andamento dell’economia?
Le
imprese, grazie agli stanziamenti previsti dalla Tremonti-bis, hanno forse
potuto dotarsi di nuovi macchinari e ammodernare i loro impianti che però non
sono serviti a migliorare la vendita dei prodotti e dei servizi perché le
famiglie non avevano i soldi necessari per acquistarli o per utilizzarli. Non
vi sembra che sia stato un controsenso operare in questo modo?
Il
problema ora comunque si ripropone e con la massima urgenza.
Sembra
esclusa, infatti, anche nel caso che questo conflitto sia di breve termine e
quindi non abbia effetti pesanti sul petrolio, una crescita dei consumi che,
nel 2003, possa andare oltre lo 0,5%. E non vogliamo nemmeno pensare agli
scenari che si aprirebbero, su questo versante, nel caso di un conflitto che si
prolungasse o addirittura si estendesse a macchia d’olio. Nel qual caso i
consumi crescerebbero, nel 2003, solo di uno 0,2% finendo addirittura sotto
zero (-0,4%) nell’ipotesi peggiore con un avvio di ripresa solo nel secondo
semestre del 2004.
E’
senz’altro vero che fino a quando non si scoprirà la vera natura e radice del
male - il possibile prolungamento di questo conflitto e la sua estensione - è
difficile mettere a punto efficaci terapie.
E se,
invece di un semplice raffreddore, si trattasse di un virus simile a quello
della polmonite infettiva che sta seminando il panico in estremo oriente?
Ed è
altrettanto vero che toccherà all’Unione europea, dato che siamo in presenza di
una crisi dei consumi che investe, in modo rilevante, anche paesi come la
Germania e la Francia, farsi carico di adeguate iniziative.
Tutti
ovviamente lo speriamo anche se le ripercussioni di carattere politico che
questo conflitto ha avuto o rischia di avere sul processo di unificazione
europea non mi sembrano oggi da sottovalutare.
Ma una
cosa è, comunque, certa: la nostra economia, più di qualsiasi altra in Europa,
ha urgente bisogno di una terapia che le consenta di uscire dall’impasse in cui
oggi si trova.
Non si
può più stare fermi sotto la pensilina in attesa di saltare sui treni degli
altri (Stati Uniti? Paesi forti d’Europa?) anche perché non è affatto sicuro
che questi treni possano passare in un tempo relativamente breve o che ci
facciamo realmente salire.
E quali
dovrebbero essere le priorità? Oltre al rilancio dei consumi che resta, a mio
avviso, lo strumento più efficace su cui far leva per evitare il rischio di una
prolungata stagnazione del sistema, ne vorrei citare almeno altri quattro.
1-
Una
congrua defiscalizzazione dei prodotti da petrolio se essi, come è possibile,
subiranno forti rincari. In attesa di realizzare finalmente un modello di
politica energetica che consenta una maggiore razionalizzazione delle risorse e
una sostanziale concorrenza tra soggetti operanti sul mercato, non è più
possibile che lo Stato, per imposte, prelevi il 66,6% del costo di ogni litro
di benzina verde. Se il prezzo aumenterà, la misura delle imposte dovrà essere
bloccata al prezzo attuale.
2-
L’occupazione,
come dimostrano i dati del primo bimestre di quest’anno, è in frenata anche in
quelle aree del Mezzogiorno che, sotto questo profilo, sono ben al di sotto del
tasso nazionale. La crisi endemica del sistema industriale va dunque compensata
con misure ed incentivi che consentano lo sviluppo dell’occupazione in quella
area di imprese - servizi e terziario di mercato - che hanno mostrato una buona
tenuta ma che ora rischiano - e la voce turismo mi sembra, in questo senso, la
più rilevante - un’involuzione che, a causa di questo conflitto, potrebbe
essere anche assai pesante.
3-
Va il
più possibile accelerata la realizzazione delle grandi infrastrutture senza le
quali molte aree economiche ma soprattutto quelle del Mezzogiorno rischiano di
perdere tutti i treni. Gli investimenti in questo settore dovrebbero avere
dunque assoluta priorità. In mancanza di una realizzazione di strutture che
consentano di avere uno sbocco sulle assi europee di grande comunicazione, il
gap competitivo del nostro sistema, anche in vista dell’allargamento
dell’Europa ai paesi dell’Est, è destinato ad aumentare sensibilmente.
4-
E infine
la riforma federalista. Nessuno nega la valenza e l’importanza di questa
riforma che ha l’obiettivo di trasferire sul territorio gran parte dei centri
di sviluppo. Ma non è ancora stato chiarito non solo il reale percorso di
questa riforma ma anche quale potrà essere il costo di questa più che legittima
riforma e quindi le compatibilità tra questa voce di spesa che noi abbiamo
calcolato, a regime, in circa 60 miliardi di euro, con tutte le altre esigenze
e priorità del nostro bilancio.