Salerno, 29
maggio
Il Mezzogiorno
si trova oggi, anche in conseguenza delle nuove rotte assunte dall’economia
internazionale, su una specie di
crinale: può scivolare indietro perdendo molto di quel terreno faticosamente
conquistato in questi anni, ma ha
anche l’opportunità, se gli si darà una buona spinta, di scendere, invece,
dall’altra parte del pendio accelerando così il suo processo di sviluppo.
E dargli
finalmente questa spinta che gli consenta di andare avanti e non indietro
significa oggi fare soprattutto tre cose:
-1- accelerare
gli investimenti nel campo delle infrastrutture dando ad essi, nel quadro della
programmazione dell’economia nazionale, l’assoluta priorità. Il che significa
fare meno chiacchiere e più fatti concreti, meno demagogia e più progetti esecutivi e maggiori
risorse per attuarli in tempi brevi. Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti,
infatti, che, senza infrastrutture
di base, il Mezzogiorno è destinato, nel giro di pochi anni, per quanto
riguarda competitività e capacità di sviluppo, a subire, nel quadro
dell’economia europea ora allargata anche ai paesi dell’est, un ulteriore e
rapido declassamento ed impoverimento. E sperare che possa essere l’Unione
europea ad affrontare e risolvere questo problema mi sembra davvero pura
utopia. Primo, perché Bruxelles ha già praticamente deciso di dirottare verso i
paesi dell’Est europeo almeno l’80% dei fondi strutturali che fino ad ora erano
stati destinati al Mezzogiorno e il cui impiego per altro - anche questo va
detto - non è servito, se non in minima parte, al potenziamento delle
infrastrutture. Secondo, perché, nel processo di rapido allargamento
dell’Europa, gran parte dei capitali
esteri verranno dirottati in quei paesi che, producendo a costi minori, potranno essere assai più
remunerativi per gli investitori.
-2- Operare in
modo che le misure e gli
interventi che si intendono
programmare per lo sviluppo siano più mirati e cioè sfruttino maggiormente le
vere potenzialità oggi offerte dall’economia meridionale. Per anni, anzi
decenni, incentivi e aiuti sono finiti nelle tasche di imprese che, non avendo
possibilità di sviluppo, hanno aperto e poi chiuso i battenti nel giro di pochi
mesi. Con il risultato che questi operatori, una volta intascati i soldi, visto
che non producevano risultati, hanno poi preferito fare le valigie ed investire
da qualche altra parte. Dovrebbe essere chiaro come il sole che sono
soprattutto le imprese del terziario di mercato e quelle del turismo in
particolare ad avere oggi, nel Mezzogiorno, maggiori e più concrete possibilità
di rapido sviluppo. E’ il loro forte potenziamento che ha permesso, ad esempio,
alla Spagna, non solo di ridurre le sacche di sottosviluppo ma di far crescere
anche del 26%, in pochi anni, grazie soprattutto alla voce turismo, il prodotto
interno lordo del paese. Da noi, invece, sembra persistere una programmazione
“a volo cieco” per cui aiuti, misure ed incentivi vengono spesso, troppo spesso
paracadutati da alta quota e in base a mappe non funzionali allo sviluppo
dell’economia ma solo di tipo clientelare con il risultato che essi si spargono
a pioggia, ovunque, anche in
fossi, anfratti e caverne che rendono quasi impossibile il loro recupero.
O la politica
cambia davvero rotta o per il Mezzogiorno non ci sarà via di scampo: avremo
imprese sempre meno competitive, scarsa produzione di ricchezza, sempre meno
risorse da investire in tecnologie e formazione, disoccupazione giovanile con
tassi da terzo mondo. E’ stato calcolato - lo ha fatto in tempi recenti l’Ocse
- che il nostro Mezzogiorno potrebbe, dal punto di vista economico, fare un
vero salto di qualità se riuscisse, in pochi anni, ad almeno raddoppiare le
entrate derivanti dal turismo. E queste entrate diventerebbero, proprio perché
producono nuova ricchezza e maggiore occupazione, una valida piattaforma per la
costruzione di un sistema imprenditoriale che possa diventare competitivo anche
in molti altri settori. Non lo si sta facendo e l’economia meridionale rischia
di restare la Cenerentola d’Europa.
3- E non si può
non parlare della grave carenza dei servizi. Non esiste, ad esempio, in tutta
la Campania uno stabilimento per la trasformazione dei rifiuti urbani in
energia. In Italia ve ne sono in tutto 46, meno della metà di quelli esistenti,
in Francia ma , in tutto il Sud, ce ne sono soltanto tre e , come ho detto,
nessuno in Campania che, invece, ha il primato delle discariche a cielo aperto,
quelle che non producono nulla, anzi sono causa di gravi e quasi insanabili
disservizi. Perché nella parte d’Italia a più alta densità di popolazione non
si sia pensato ancora di costruire questi stabilimenti potrebbe sembrare un
mistero. E, invece, mistero non è perché, intorno a queste discariche ad alto
tasso di inquinamento, si sono sedimentati, negli anni, gli interessi di chi -
parlo soprattutto delle grandi organizzazioni criminali - non ha alcun
interesse che si sviluppi un moderno sistema di servizi. L’esempio delle
discariche mi permette di introdurre, quindi, quella che considero la terza
priorità cioè una lotta più serrata, più motivata e più efficace alle
organizzazioni criminali. Che esse non vogliano un Sud che risolva il problema
della disoccupazione giovanile e che affronti e risolva il problema di una
maggiore distribuzione della ricchezza è un fatto ormai assai noto. E il motivo
è assai semplice: fino a quando - e mi riferisco proprio alla provincia di
Salerno - il tasso di disoccupazione giovanile supera il 48%, più del doppio
della media nazionale, esse possono utilizzare il latente ma corposo dissesto
del tessuto sociale per allargare l’area del loro potere e per dettare quindi
le loro regole al mercato. C’è il sospetto - ed è ormai più che un sospetto -
che su molti degli appalti che restano a mezz’aria, su molte opere
infrastrutturali iniziate da tempo ma che poi restano sempre al primo mattone o
al primo chilometro di asfalto, su reti portuali che ingoiano risorse ma che
non sono mai agibili vi sia ancora e sempre la loro lunga mano. La stessa mano,
del resto, che stringe oggi, come in una morsa, una parte delle strutture
commerciali, la stessa mano che, attraverso strumenti come il racket e l’usura,
toglie energie e una grande quantità di risorse al sistema economico. Queste
sono diventate purtroppo le “infrastrutture” oggi più diffuse in buona parte
del Mezzogiorno e, fino a quando non riusciremo a distruggerle, sarà difficile
costruirne di vere, quelle che oggi sono indispensabili per lo sviluppo.
Ormai, anche da
questo punto di vista, è una lotta contro il tempo perché fino a quando esisteranno
quel tipo di “infrastrutture” e non quelle di un sistema moderno, i capitali,
nel mezzogiorno, non metteranno purtroppo piede.