Il sistema turistico italiano
potrebbe dare assai di più in termini di valore aggiunto e di occupazione se
tutte le sue iniziative non fossero costrette a passare attraverso quello
stretto collo di bottiglia rappresentato dalla burocrazia, dalla grave carenza
di infrastrutture, dall’alto costo dei servizi di base e da tasse ed imposte
locali che, per volume ed entità, non hanno eguali in Europa, una strozzatura
che pesa oggi, sul nostro turismo, per almeno un miliardo e mezzo di euro
l’anno, tremila miliardi delle vecchie lire. E l’alternativa è ormai una sola:
o si abbattono queste barriere o il turismo italiano corre il serio rischio di
essere surclassato, nel medio periodo, da paesi come la Cina oggi in grado di
produrre un’offerta turistica che ha costi del 50% inferiori ai nostri o come
la Spagna dove l’impresa turistica è riuscita ad ottenere dal governo
sostanziali misure di defiscalizzazione.
Un esempio che vale per tutti è
quello della burocrazia e delle pratiche amministrative a cui un’impresa
turistica deve far fronte in Italia. Questi adempimenti richiedono, per le
piccole imprese, solo qualche giorno in Germania contro i 35 giorni dell’Italia
con un costo che, in Germania, non supera mediamente i 500 euro contro i 1.620
euro necessari in Italia. In Francia, per gli stessi adempimenti bastano due
settimane con un costo di soli 213 euro. In Gran Bretagna sono addirittura a
costo zero.
Insomma è il peso della burocrazia
che continua a fare, purtroppo a nostro danno, la differenza e, se non si
eliminerà questo gap, sarà difficile per il nostro turismo migliorare il suo
tasso di competitività e quindi poter puntare allo sviluppo.
Un altro dato anch’esso
significativo: in Italia, tasse ed imposte gravano sul reddito di un’impresa
turistica mediamente per circa il 50% contro il 34,33% della Francia, il 38,36
della Germania, il 35% della Spagna e il 30% della Gran Bretagna. Si può andare
avanti così?
E parliamo pure di opere pubbliche
e di infrastrutture che, per il turismo, sono necessarie come il pane. Gli
investimenti che sono stati realizzati in quest’area incidono per il 2,5% sul
Pil della Francia, il 2,6% su quello della Germania, il 3,7% su quello della
Spagna, il 6,1% su quello portoghese ma solo dell’1,5% sul prodotto interno
lordo italiano. Difatti i più recenti studi calcolano che la carenza di
infrastrutture pesa per il 19% in Francia e per il 61% in Italia, paese ancora
spaccato in due nel senso che questa carenza pesa solo per il 29% nel Nord
contro il 71% delle aree centro-meridionali.
E parliamo, infine, del costo dei
servizi di base facendo un solo esempio, quello della tariffa per la raccolta
dei rifiuti urbani che entrerà in vigore dal primo gennaio 2004 e che prevede
un aumento di questa imposta, per le imprese, mediamente del 340% con punte che
raggiungono il 556%.
E non è finita qui. Il costo della
riforma federalista cioè il passaggio di nuovi poteri e competenze alle Regioni
si prevede che non sia inferiore ai 60 miliardi di euro, 120 mila miliardi di
lire, una spesa ingentissima per fronteggiare la quale solo in minima parte si
potrà ricorrere alle casse dello Stato. Il che significa che la maggior parte
delle strutture locali dovrà pagare, in buona parte, di tasca propria questa riforma.
E come se non recuperando altre risorse dal mercato e quindi imponendo tariffe
e costi più elevati?
E ancora, dovendo Stato e regioni
sopportare un simile onere aggiuntivo, dove si pensa, da un lato, di trovare i
47 miliardi di euro necessari per l’attuazione, entro il 2005 della riforma
tributaria e dall’atro, di comprimere la spesa in modo da ridurre il rapporto
debito/Pil che c’è stato imposto dall’Unione Europea?
Nessuno di noi intende fasciarsi
la testa prima di averla rotta e quindi fare del pessimismo o del catastrofismo
di maniera. E’ pur vero, però, che o si allargherà e in fretta questo collo di
bottiglia o le prospettive di sviluppo della nostra impresa turistica avranno,
nel tempo, a causa anche della sempre più pressante concorrenza che verrà da
altri paesi, margini ridotti.
Il freno maggiore viene dalla
troppo elevata imposizione fiscale perché non è proprio più possibile stornare
allo Stato o agli enti locali più del 50% del proprio reddito senza neanche
avere in cambio strutture amministrative efficienti, infrastrutture degne di
questo nome, una programmazione che punti allo sfruttamento delle enormi
potenzialità offerte, in varie forme, dal turismo su tutto il nostro
territorio.
Una riflessione, infine, sul
mercato del lavoro che ci riconduce anche all’iniziativa del "No Day"
da noi assunta, insieme con tutte le altre associazioni imprenditoriali, per
impedire che divengano legge le proposte avanzate nel referendum.
Se, sciaguratamente, passasse
questa riforma, più del 90% delle nostre imprese turistiche si vedrebbero
costrette o a ridimensionare l’area delle loro attività o a ricorrere
maggiormente a quelle forme di lavoro precario oggi consentite dalla legge.
Ma c’è anche il rischio che molte
imprese, giudicando ormai insopportabili tutti questi nuovi oneri, decidano di
fare un salto verso l’economia illegale o addirittura verso il sommerso.
E questo proprio nel momento in
cui – e lo dice non solo l’Istat ma lo confermano tutti i più importanti
istituti di analisi - le uniche imprese che stanno producendo nuovi posti di
lavoro a tempo indeterminato sono proprio quelle dei servizi o che operano
nell’area del turismo.
O qualcuno ancora rincorre il
sogno di una ripresa, in grande stile, della grande industria italiana? Sarà
tanto se essa riuscirà, nei prossimi anni, a tamponare, per non farle diventare
voragini, le falle che, per quanto riguarda gli investimenti e quindi
l’occupazione, si sono aperte negli ultimi anni. Ma oltre a questo, non si può
sperare altro.
E allora Istituzioni, forze
politiche ma anche sindacati dovrebbero finalmente convincersi che non è più
tempo di bastonare o di snobbare l’unica parte dell’economia italiana che
dimostra, nei fatti, di avere reali possibilità di sviluppo. Sarebbe, per
l’economia italiana, un vero e proprio suicidio.