Il tema che abbiamo scelto per
questo convegno non potrebbe essere, in questa Regione come, del resto, anche
altrove, più attuale e scottante. Provo ad esemplificare al massimo questo
problema: le probabilità che ha oggi una piccola impresa, sottocapitalizzata e
nell’impossibilità di offrire solide garanzie, di ottenere un prestito o
l’apertura di un credito da parte di una banca sono quasi le stesse che ha un
cammello di passare attraverso la cruna di un ago. E, difatti, buona parte di
esse, dopo una serie di frustranti ma inutili tentativi, sono costrette, per
poter in qualche modo sopravvivere, a rivolgersi, obtorto collo, a quella
selva piuttosto oscura in cui operano oggi certe anonime finanziarie. Col
risultato che queste imprese o sono costrette a pagare interessi assai alti e
quindi non sopportabili per il loro esiguo bilancio o finiscono nelle reti di
un mercato finanziario che di legale ha spesso solo la vernice. E’ senz’altro
vero che le strutture bancarie, in questi ultimi anni, anche su pressione della
Banca d’Italia, hanno cercato di adottare, per quanto riguarda la concessione
dei crediti, norme un po’ più duttili ma esse non sono certo sufficienti a
soddisfare le esigenze reali di questo sistema di imprese. La verità è che poco
o niente è fino ad ora cambiato: il 75% dei crediti continua, imperterrito, ad
essere erogato solo a grandi e medie imprese cioè a società di capitale in
grado di fornire un plafond di sufficienti garanzie. E poi qualcuno ancora si
meraviglia del persistente “nanismo” che caratterizza il nostro sistema
imprenditoriale. Ma come possono crescere le piccole imprese - il 94,9% di
quelle che oggi operano in Italia ha meno di 10 dipendenti - se sono costrette
a convivere con un sistema bancario che continua a volgere loro le spalle?
Vorrei darvi qualche dato di
confronto. In Germania le piccole imprese - l’81,4% del totale - assorbono
circa il 35%% del credito erogato. In Francia e in Olanda dove le piccole
imprese sono più del 90% l’erogazione è più elevata.
C’è chi sosterrà che le piccole
imprese di questi altri paesi hanno impianti più solidi dei nostri anche perché
sono collocate all’interno di un sistema più efficiente e più trasparente del
nostro. E può darsi che ciò sia anche vero. Ma allora non ci resta che mettere
una pietra sopra le possibilità di crescita delle nostre strutture
imprenditoriali e dedicarsi ad altro.
Ma le sorprese non sono finite
perché vale la pena di mettere il dito su un’altra piaga, quella dei tassi
attivi sui finanziamenti oggi praticati dalle banche. Mentre le amministrazioni
pubbliche pagano un tasso, per un credito a breve, del 4,01%, le società
finanziarie del 3,90%, l’industria del 5,79%, i servizi del 6,58%, le piccole
imprese, quelle a conduzione semifamiliare che sono poi la maggioranza, pagano
il 9,42%, un tasso che si avvicina a quello fissato per l'usura. E le piccole
imprese del Centro-Nord usufruiscono di un tasso minore di quello praticato per
le piccole imprese del Mezzogiorno (il 9,30% contro il 9,83%). E questo è un
paradosso nel paradosso.
E c’è un altro aspetto da non
trascurare. Il costo dei normali servizi bancari è lievitato, tra il gennaio
2002 e il gennaio 2003, dell’11,9%, quello dei servizi finanziari del 14,8%
mentre, nello stesso periodo, i servizi di bancoposta sono aumentati del 26,7%.
E' così che le strutture di base del nostro sistema economico rispettano il
tasso di inflazione? Vogliamo andare oltre? Sommando gli aumenti dell’ultimo
anno a quelli registrati nel periodo 1995-2001 si arriva ad un aumento dei
costi del 44,6% per i servizi bancari, addirittura del 74,5% per quelli
finanziari e del 120,5% per quelli di bancoposta.
Ma l’analisi dei servizi bancari
non deve limitarsi esclusivamente alle condizioni di accesso al credito delle
imprese. Essa deve riguardare anche le effettive condizioni di erogazione e
trasparenza di altri servizi bancari.
Proprio in queste settimane, la
ridefinizione della metodologia di calcolo della commissione interbancaria sta
determinando nei fatti un aumento del costo del servizio Pagobancomat che
riteniamo assolutamente ingiustificato.
Dal 2000 al 2002 il numero delle
operazioni di pagamento con carta Pagobancomat è cresciuto di oltre il 70% con
oltre 200 milioni di operazioni in più.
In base ad elementari principi di
economie di scala, sarebbe stato legittimo attendersi una diminuzione dei costi
unitari per operazione, invece, la ridefinizione della commissione
interbancaria comporterà nei fatti per il 2003 un maggior onere che si stima
addirittura superiore al 20 per cento.
Abbiamo immediatamente sollecitato
l’attenzione di Banca d’Italia e Autorità Antitrust su questa decisione del
sistema bancario che, anziché favorire un processo di crescita e di trasparenza
del sistema italiano dei pagamenti, tende nuovamente a trasferire su aziende
commerciali e consumatori oneri derivanti da inefficienze che permangono in
alcune parti del sistema bancario.
Le aziende commerciali sono
favorevoli ad una modernizzazione del sistema dei pagamenti del nostro Paese, a
patto però che questa modernizzazione avvenga nel pieno rispetto dei principi
della libera concorrenza e delle regole di trasparenza.
Vado verso la conclusione con
alcune, spero altrettanto utili, riflessioni.
1-
Bisogna rivedere il sistema di garanzie per
l’accesso al credito. Le PMI, infatti, non solo sono, come ho già detto, in
gran parte sottocapitalizzate e non dispongono di quelle immobilizzazioni
materiali che quasi sempre sono richieste a titolo di garanzia ma fondano la
propria attività economica sulla capacità imprenditoriale del titolare, sulla
qualità del portafoglio clienti e su un’efficace gestione delle scorte. E’
questo il metro di misura sul quale le banche dovrebbero calcolare le garanzie
del credito. Ma le banche non sembrano ritenere valido questo tipo di garanzia
e, nei pochi casi che lo adottano, seguono procedure esecutive che richiedono
un tempo cinque volte più lungo di quello necessario negli altri paesi europei.
Insomma, per favorire l’accesso al credito delle piccole e medie imprese,
nell’ambito degli accordi di Basilea, le nostre strutture di credito devono non
solo realizzare ristrutturazioni che consentano la riduzione dei costi, costi
che, come abbiamo visto, si riversano tutti sulla clientela, ma anche cominciare
a programmare strategie che, diversamente da quanto accade oggi, siano
indirizzate prevalentemente a quel tipo di imprese che, a differenza delle
altre - i dati parlano chiaro- stanno producendo più valore aggiunto e più
posti di lavoro.
2-
E’ vero che a queste carenze suppliscono i
cosiddetti confidi che, tra l’altro, avendo un forte radicamento sul
territorio, hanno la possibilità di valutare il merito del credito sulla base
di una diretta conoscenza dei mercati locali. Ma è anche vero che, per l’assenza
di una specifica regolamentazione, il settore dei confidi è cresciuto in modo
spontaneo realizzando una disordinata proliferazione di questi enti di
garanzia.