L’economia - e
non certo solo quella di casa nostra perché, anche in Europa, c’è chi, come la
Germania, sta addirittura peggio di noi - sta attraversando un momento di
particolare difficoltà.
E’ come - mi si
consenta il paragone - se la terra
fosse stata improvvisamente colpita da una specie di eclissi solare che,
essendosi prolungata oltre il tempo previsto dagli astronomi, sta, per questo,
rischiando di produrre effetti negativi sull’intero eco-sistema mondiale.
E’ un
fenomeno che avrebbe dovuto finire
nel 2002 e che, invece, rischia di prolungarsi per buona parte di quest’anno e speriamo tutti che non sia
destinato ad andare anche oltre tale termine.
I conti,
infatti, sono quelli che sono e non avrebbe proprio senso oggi nasconderli o
far finta di non vederli: non esce
dalla fase di stagnazione l’economia giapponese, resta critica quella dei paesi
sud americani, non dà soprattutto segni tangibili di ripresa quella
statunitense.
In Europa il
perdurare di quest’eclissi sta avendo un effetto doppiamente negativo: da un
lato, infatti, l’eccessivo apprezzamento della moneta europea sul dollaro sta
risultando oltremodo penalizzante per le esportazioni, dall’altro, acuisce i
problemi di cui da tempo soffre il vecchio continente: alto debito pubblico,
costi produttivi esorbitanti per la mancanza di riforme strutturali, bassi
consumi, occupazione costretta a girare in tondo.
Così si sono
dovute parecchio ridimensionare le previsioni di aumento, per quest’anno, del
prodotto interno lordo: avrebbe dovuto essere, in Europa, almeno del 2,3%: sarà
tanto se, alla fine dell’anno, raggiungeremo l’1%.
Questa fase di
oscuramento sta avendo sul nostro paese effetti ancora più negativi. Il nostro
paese, infatti, è, per quanto riguarda le riforme strutturali, in pieno guado: ha
lasciato - e , aggiungo, per nostra fortuna, perché era ormai proprio
impossibile restare ancorati a strutture che facevano ormai a pugni con i
criteri e le regole della moderna competizione mondiale - la vecchia sponda, ma
stenta, soprattutto a causa del deterioramento dell’economia internazionale, a
raggiungere la nuova.
Guai ad
arrestarsi in mezzo al fiume, ma il guado sta diventando obbiettivamente più
difficile perché non sembrano esserci per ora sufficienti risorse per attuare
la riforma fiscale cioè l’unica riforma che potrebbe far fare un vero salto di
qualità a tutto il nostro sistema economico ed imprenditoriale, resta in nuce
quella federalista, non c’è il clima idoneo per affrontare quella delle
pensioni, anch’essa, come le altre, ormai ineludibile, mentre il sistema
industriale, a causa della caduta delle esportazioni ma anche a causa
dell’ancora più sensibile caduta dei consumi interni, mostra segni di reale
affaticamento con magazzini pieni di prodotti- mi riferisco soprattutto ai beni
durevoli e semidurevoli - che nessuno vuole, almeno per il momento, acquistare.
Solo colpa del
governo? Non ho mai, come sapete, lesinato critiche anche all'attuale compagine
governativa per il modo con cui ha portato avanti programmi e riforme, ma non
me la sento nemmeno di scaricare su di esso tutte le responsabilità di una
crisi che viene certamente da lontano e che, difatti, sta mettendo in ginocchio
economie che si consideravano “forti” come quella tedesca, francese o olandese.
Però devo anche
dire che è arrivato il momento, anche per il nostro governo, di adottare misure
che consentano almeno di affrontare un’emergenza che, per quanto riguarda
soprattutto i consumi sua raggiungendo la soglia del vero e proprio “stato di
calamità”. Si metta mano alla protezione civile, quella economica s’intende,
perché se fosse fondata la previsione che indica, per quest’anno, un aumento
del nostro prodotto interno non superiore allo 0,5-0,6%, allora tutto il
sistema rischia davvero di imballarsi.
Ovviamente non
ho la presunzione di avere ricette, come dire, miracolistiche ma tre problemi,
credo, andrebbero affrontati subito ed utilizzando terapie d’urto.
Il primo è
quello di fare in modo che le famiglie riacquistando un po’ di fiducia sulle
prospettive di ripresa del mercato - fiducia che oggi è purtroppo a tasso zero
o quasi - tornino a consumare. E si può spingerli in questa direzione sia
utilizzando la leva fiscale sia varando misure che consentano, ad esempio, di
abbassare gli interessi sugli acquisti rateali.
Il secondo è
spingere il risparmio che le famiglie stanno accumulando verso investimenti
che, dal punto di vista degli interessi, siano per loro più remunerativi. I Bot
rendono, al netto, meno del tasso di inflazione, le Borse, visto il momento
finanziario, appaiono prive di attrattiva, i depositi in banca fruttano
interessi addirittura al di sotto dell’1%. Eppure tutto questo fiume di denaro
che oggi sosta sotto i materassi sarebbe estremamente prezioso per il rilancio
e l’accelerazione, ad esempio, degli investimenti nel settore delle
infrastrutture. Si può fare e non si comprende il motivo per cui, invece, non
lo si fa.
Terzo, accelerare il percorso delle riforme ma
facendo in modo che esse trovino, nel paese, una base di consenso maggiore di
quella attuale. Continuare, da una parte come dall’altra, a costruire barricate e ad accendere
piccoli e grandi falò per rallentare questo ineludibile processo vuol dire
portare il sistema in un vicolo senza uscita. E, per questo, tutti devono
cominciare a darsi una regolata: il mondo politico e quello delle imprese ma
anche i sindacati parte dei quali continuano ad avere una percezione assai
soggettiva e anche assai sfocata sia dell’emergenza che il nostro paese sta
vivendo sia sulle strade da seguire per uscirne.
Quarto,
cominciare a parlare finalmente molto di economia reale e assai meno del resto.
La gente accende la tv, scorre i giornali e resta frastornata. Si parla di
tutto ma i problemi dell’economia, dei conti che non tornano, dei consumi che
non tirano, delle difficoltà che incontrano cittadini ed imprese per sbarcare
ogni giorno il lunario finiscono, quando va bene, nelle pagine degli
specialisti, quelle seguite molto dagli operatori di Borsa ma ignorate da tutti
gli altri.
Rimettiamo al
centro della discussione questi problemi evitando piagnistei e polemiche retrò
che, al punto in cui siamo, non hanno più ragione di essere. Cerchiamo
soluzioni che ci consentano di sopravvivere a questa fase di eclissi e poi
pensiamo a tutto il resto.
E,
visto che il governo si accinge a porre le basi del nuovo documento di
programmazione economica e finanziaria, facciamo in modo che questo piano
corrisponda il più possibile alle esigenze, anzi alle emergenze che oggi sta
vivendo tutto il nostro sistema economico. E noi siamo pronti ad ogni tipo di
confronto purchè esso poi sia produttivo di risultati. Il tempo stringe.