Devo
dire che ho dell’ammirazione per
Bertinotti non fosse altro che per la coerenza con cui egli porta avanti le sue
idee.
Difatti, egli
non ha mai creduto nel libero mercato e nel modello di sviluppo
dell’occidentale. In fondo, neanche nella libertà di impresa.
Non si
comprende, per la verità, dove
porti e quali obiettivi abbia il
modello alternativo di società che egli intende proporre e, infatti, non
c’è paese proiettato verso lo
sviluppo che oggi intenda attuare
un modello del genere, retaggio di sistemi economici finiti in cenere.
Forse è ancora legata a questi
vecchi sistemi la Cuba di Fidel Castro ma non più - e da tempo - la Russia o
tutti i paesi dell’Est. Forse la Corea del Nord ma non più la grande Cina. Ma è
un mondo ormai destinato alla retroguardia.
La sua è coerenza e, per questo, non mi
sorprende che egli abbia proposto questo referendum sull’articolo 18 sul quale
l’elettorato andrà a votare il 15 giugno. Come non mi sorprende che, invece,
tutta la sinistra moderna, anch’essa
impegnata, da noi come in tutta l’Europa, nella creazione di un moderno
e libero mercato gli abbia voltato le spalle prendendo le debite distanze da un progetto di riforma che,
se trovasse attuazione, farebbe fare al nostro mercato e alla nostra economia
un salto anni luce più indietro.
Per ritornare
dove proprio non si sa. Certo alla Mosca di Breznev, ma non a quella di Putin.
Bertinotti
sostiene che la sua proposta, estendendo l’area dei diritti e delle garanzie
dei lavoratori, è la giusta leva per creare sviluppo e nuova occupazione.
E’ vero proprio
il contrario perché centinaia di migliaia di piccole aziende, la parte più
libera e oggi anche più propulsiva della nostra economia, se venisse applicata
una norma così vessatoria, così retrò, come appunto è quella prevista da questo
referendum, si vedrebbero costrette a rivedere, al ribasso, i loro piani di
sviluppo, i loro investimenti e anche - ed è la cosa più importante- a ridurre,
anziché aumentare, il numero dei posti di lavoro.
E così,
paradosso dei paradossi, l’unico settore di impresa che oggi riesce ancora a
produrre nuovi occupati - il 67% di quelli creati nel 2002 sono stati appunto
realizzati da questo tipo di aziende - sarebbe costretto a gettare la spugna, a
chiudere i boccaporti, insomma a fare quel che la Fiat è costretta a fare da
qualche tempo: non assumere più nessuno, anzi, cercare di mandare a casa più
gente possibile. Pensionati anzitempo.
Ecco perché
questo referendum va decisamente respinto: Bertinotti resti pure con le sue
idee, noi con le nostre. E noi, cioè coloro che credono nel libero mercato,
siamo davvero tanti di più.
E, altro
paradosso della nostra politica, è davvero curioso vedere perché e per quali
motivi si sia arrivati a questa proposta di riforma pur giudicata per ben tre
volte inattuabile dalla Corte Costituzionale e, poi, per decine di volte, da
quella di Cassazione.
L’antefatto è
noto: Governo e Confindustria vogliono riformare l’articolo 18 per le grandi
imprese limitando, sia pure per un
periodo temporaneo, il reintegro di chi è stato licenziato anche senza giusta
causa. Ne nasce un grande polverone che dura dei mesi con i sindacati che
accendono le polveri e parte della maggioranza che tenta un’opera di
mediazione. Alla fine la norma viene stralciata dalla legge delega e messa
temporaneamente nel freezer. E lì ancora si trova. Ma Bertinotti ha l’occhio
lungo e capisce che può approfittare di questa infausta vicenda per allargare i
propri spazi elettorali. Come? Prendendo di mira proprio quella parte dello
Statuto dei lavoratori che nessuno, nemmeno a sinistra, aveva, invece, ritenuto
di dover toccare considerandola, viste le condizioni del nostro mercato, più
che legittima. La sinistra politica comprendendo che appoggiare un simile
referendum avrebbe voluto dire darsi la zappa sui piedi si oppone e si oppone
persino Cofferati che pure, sull’altra riforma dell’articolo 18, aveva fatto le
barricate. La sola Cgil, temendo di regalare spazi, tessere e voti al partito
di Bertinotti, finisce, a denti stretti, con l’appoggiarla con la segreta
speranza però di vedere la proposta naufragare nelle urne. Noi tutti ci
auguriamo che lo sia, ma il comportamento del tutto strumentale assunto, in
questa occasione, dalla Cgil, ci lascia davvero stupefatti.
Sono gli
assurdi e bizantini giochi anche di chi fa sindacato in Italia che spesso fa
non quel che ritiene giusto fare ma quel che, in quel momento, le sembra più
conveniente. In Francia, la sinistra ha commesso un simile errore e ha così
consegnato a Chirac l’Eliseo su un piatto d’argento.
A noi questi
giochi del tutto strumentali interessano assai poco. Ci interessa, invece assai
di più, difendere, con tutte le nostre forze, un mercato che oggi, per andare
avanti, per svilupparsi, di tutto ha bisogno meno che di regole e di norme che
forse avevano qualche valore ai tempi della repubblica dei soviet - che poi
sappiamo però quale fine abbia fatto - ma che fanno proprio a pugni con i
principi di una moderna democrazia e con le regole di un libero mercato.
A Bertinotti
interessa raccogliere, sotto la sua bandiera rossa ma sempre più opaca, qualche
voto in più.
Che poi le
piccole aziende, strette in quella specie di garrotta quale è la riforma
proposta da questo referendum, possano essere costrette - questa è purtroppo la
previsione- a mettere il blocco alle nuove assunzioni e a mandare, anzi, a
casa, nel prossimo biennio, dai 100 ai 150 mila lavoratori, non sembra toccarlo
più di tanto. In fondo, anche i neo licenziati potrebbero correre sotto la sua
bandiera.
Quindi il
nostro no a questo referendum è chiaro e tondo perché esso blocca lo sviluppo,
contrae l’occupazione, impedisce a tutte le piccole aziende di restare
competitive sul mercato e quindi di produrre nuova ricchezza per il paese.
Chi la pensa
come noi - e siamo, per fortuna, in grande compagnia - faccia in modo che
Bertinotti, per quel che conta, questo referendum se lo voti da solo.
Meglio contarci
restando a casa.
Ma chi, invece, pensa che l’esercizio del voto, anche in questo caso, sia più utile dell’astensione, allora vada a votare e faccia contare il suo no.