Il fatto che le imprese di questa
regione non solo non siano finite sott’acqua ma, anzi, abbiano saputo, più e
meglio di quelle di altre regioni italiane, mantenere, nonostante la grave
crisi che incombe sulla nostra economia da ormai più di due anni, un buon grado
di competitività mi sembra importante per un paio di motivi.
Il primo è che questa regione
dispone di un considerevole bacino di energie e di risorse che solo in parte
sono state fino ad ora sfruttate. Se, a supporto delle imprese, fosse stata realizzata
una politica economica più attiva e più attenta alle loro reali esigenze, i
risultati avrebbero potuto essere ancora più positivi.
Ed ecco la seconda. Quel che
accade nel Lazio non è altro che la cartina di tornasole di un ragionamento
che, troppo spesso purtroppo inascoltati, cerchiamo di portare avanti da tempo.
Intendo riferirmi al ruolo sempre
più centrale e propulsivo che, nella nostra economia, stanno soprattutto
assumendo le imprese che operano all’interno del sistema dei servizi.
Dove questa centralità del sistema
dei servizi è diventata, nell’elaborazione dei programmi, un dato anzi un
corollario ormai acquisito crescono investimenti, valore aggiunto e posti di
lavoro.
Dove, invece, si continuano ad
impostare idee e programmi secondo i vecchi canoni che costituivano il vangelo
della politica economica degli anni ottanta lo sviluppo sembra essersi arenato:
meno posti di lavoro, economia che gira in tondo, scarsa produttività e non
vado oltre perché la situazione la conoscete.
La consistente caduta registrata
dalla produzione industriale anche nel mese di maggio, e che segue quella dei
mesi precedenti, credo che sia un dato che si commenti purtroppo da solo.
E’, invece, importante che questa
centralità non solo oggi venga riconosciuta - e non certo in modo soltanto
virtuale - dagli amministratori della Regione Lazio ma cominci anche a produrre
effetti concreti nella provincia di Roma come nelle altre.
Riconoscendo questa centralità si
è appunto scoperto un bacino di risorse che, per lo sviluppo di questa regione,
potrà essere assai importante.
Quel che dispiace e che preoccupa
è che, alle spalle di questi amministratori che fanno quello che possono
facendo leva sulle scarse risorse a loro disposizione, non ci sia ancora una
politica nazionale che si muova nella stessa direzione e con gli stessi
obiettivi.
Cosa pensino lassù non si sa, dove
guardino non si sa.
Ed è questo un volo cieco che
comincia seriamente a preoccuparci.
Perché delle due l’una: o il
governo riesce a rimettere in piedi il vecchio sistema industriale restituendo
ad esso quel valore propulsivo per tutta l’economia che aveva anni fa o, per
far uscire dalle secche il nostro sistema, bisogna individuare anche altre
strade.
Fino ad ora la prima ipotesi non
si è affatto verificata e non solo a causa della crisi internazionale che ha
messo sotto schiaffo tutta la nostra economia.
Magari fosse così, ma sappiamo
tutti che non è affatto o soltanto così.
La verità è che alla centralità
della fabbrica e della cultura del fordismo e del taylorismo che ha dettato
legge per tanti anni si è da tempo, nel mondo, in tutto il mondo meno che in
Italia, sostituita un’altra centralità, quella del consumatore che acquista ciò
che gli è più conveniente comprare anche se quel prodotto viene dall’India o dalla
Cina.
Non lo possiamo più costringere,
nemmeno mettendogli la camicia di forza, a fare scelte diverse da quelle che
gli ritiene che siano per lui le più convenienti.
E solo i sistemi economici che si
sono adeguati a questa nuova realtà possono pensare di avere un futuro di vero
sviluppo.
Ma quanto ci vuole perché anche i
gestori della politica italiana si accorgano di questo assunto?
Pensate solo al turismo.
Se, a supporto di quel che cercano
di fare, con i loro scarsi mezzi, le amministrazioni locali, esistesse un piano
di politica economica mirato ad un reale sviluppo di questo settore, noi a Roma
potremmo avere il doppio dei turisti che abbiamo oggi.
E non solo a Roma perché gran
parte di questa regione potrebbe essere attrezzata per trasformare il turismo
in un grande business.
E mettere finalmente il giusto
propellente nella macchina turistica servirebbe a molte altre cose.
Significherebbe attrezzare le
nostre città con un sistema di servizi in grado di soddisfare le esigenze di
una popolazione che spesso rinuncia a spendere perché non è in grado di
raggiungere i luoghi dove vorrebbe spendere.
Di una popolazione che, per
l’inefficienza dei servizi, è costretta a pagare assai di più quel che
dovrebbe, invece, costargli assai di meno.
Di una popolazione che, cosciente
del fatto di essere ancora considerata come l’ultima ruota del carro , reagisce
alla continua erosione del suo potere di acquisto chiudendosi in casa o vivendo
nell’autarchia.
Trasporti, quindi, reti viarie,
supporti, servizi efficienti ma anche una qualità dei piani di urbanizzazione
che consentisse di rovesciare la piramide di un sistema che oggi soddisfa tutti
meno quel che dovrebbe essere il suo reale fruitore cioè il consumatore.
In queste ore il governo si
accinge a varare il documento di programmazione economica e finanziaria.
Non sappiamo ancora cosa potrà
esserci dentro e non sappiamo nemmeno se questo documento potrà davvero essere
lo strumento per una vera svolta nella politica economica di questo paese
perché, quando mancano le risorse, anche le idee spesso languono.
Però continuiamo a sperare che
qualche segnale, nella giusta direzione, finalmente arrivi.
Sono due anni che attendiamo sotto
la pensilina che arrivino questi segnali.