Verona, 29 novembre 2003
Io direi: bando alle ipocrisie. Perché se c’è una
parte della amministrazione pubblica che continua a mostrare, più di altre, una
granitica impermeabilità nei confronti delle sempre nuove e più pressanti
esigenze della società, questa è oggi la giustizia civile.
Sarà certamente colpa di norme e procedure
antiquate- e, difatti, una riforma del codice di procedura civile è cosa ormai
più che urgente- ma c’è anche, nel fondo, un problema forse ancor più strutturale:
l’assenza, nel nostro sistema giudiziario, di un tipo di cultura che tenga
sufficientemente conto delle conseguenze che l’eccessivo e spesso non
giustificato prolungamento dei processi comporta, anche sotto il profilo
economico, per le parti chiamate in giudizio.
E’ un problema che riemerge ogni qual volta si fa
il rendiconto del numero di condanne che, a questo riguardo, vengono sanzionate
al nostro sistema dalla Corte di Strasburgo.
Per qualche giorno si grida allo scandalo, ma poi
si parla d’altro e questo ramo della giustizia torna alla sua solita routine.
E poco importa che, a causa di questa esasperante
lentezza del processo civile, milioni di cause giacciano per anni sepolte negli
scaffali.
E poco importa che alla Corte di Strasburgo i fascicoli
riguardanti l’Italia siano di gran lunga più numerosi di quelli di tutti gli
altri paesi del nostro continente: l’unico paese che oggi insidia questo nostro
triste primato è la Turchia ed è questo un dato che si commenta da solo.
Ma nemmeno le sempre più frequenti sentenze di
condanna della Corte di Strasburgo servono, a quanto pare, a risvegliare quella
specie di dinosauro che è ormai diventato il nostro processo civile.
La durata media, in Italia, di un processo di
cognizione civile è, difatti, a dir poco, impressionante: 116 mesi, quasi dieci
anni contro i 69 della media europea, i 34 dell’Austria, i 50 della Germania, i
78 della Spagna e gli 89 della Francia.
Tutto ciò comporta per il sistema costi che stanno
diventando davvero insopportabili.
E perché questo interminabile itinerario? I motivi
sono molti: Primo. L’enorme numero delle cause per il cui disbrigo i Tribunali
non possiedono strutture adeguate. Ciò fa sì che i lunghi intervalli di tempo
che intercorrono tra un’udienza e l’altra non consentono a nessuno, né ai
giudizi né agli avvocati, di tenere a mente quanto si è venuto progressivamente
a costruire sul singolo caso. Di conseguenza, nonostante che la struttura
codicistica vada in tutt’altra direzione, la prassi è ormai diventata quella del
processo scritto in assenza delle parti e quindi gestito, in toto, dagli
avvocati. Secondo. Nonostante che queste cause abbiano le più varie origini e
le più divaricate valenze, esse finiscono nell’imbuto di norme procedurali che,
nella configurazione delle udienze e degli eventi, sono eguali per tutte anche
quando è notevolmente diversa la domanda di giustizia e completamente diverso
il ruolo che il giudice è chiamato ad assolvere. Terzo. Ai tempi tecnici e
giuridici si sommano poi tempi lunghissimi nei quali il processo “dorme” e
anche questi ingiustificati tempi morti contribuiscono ad aggravare non solo i
costi del processo ma, in molti casi, anche a vanificarne le risultanze.
Una sconcertante “stravaganza”- non saprei
definirla in altro modo- che il sistema paga assai caro.
Stravaganza per non dire di peggio perché almeno il
95% di questi processi hanno, in realtà, un carattere assolutamente routinario
tanto che già alla prima udienza il giudice potrebbe assumere un preciso
orientamento. Ma la cultura dei diritti e soprattutto la pedissequa osservanza
dei codici trasferiscono la disputa fra le parti su un piano che prescinde
completamente dal valore intrinseco cioè di carattere economico, del processo.
E così, per le parti in causa, arrivano anche cumuli di parcelle da parte dei
loro avvocati perché ogni atto di questa interminabile trafila ha un suo costo.
E questo sistema produce effetti perversi perché
sempre di più contrasta con la velocità che, invece, caratterizza il processo
di evoluzione, a tutti i livelli, delle istanze di tipo economico: come si può
pretendere, ad esempio, che un operatore proceda rapidamente in un suo piano di
investimenti se, per aver ragione di un contenzioso che si è aperto in sede
giudiziale, deve aspettare dieci anni?
E bisogna aggiungere che le forme alternative di
risoluzione delle controversie- arbitrato e conciliazione in primo luogo-
soprattutto per motivi di carattere logistico e ordinamentale non hanno fino ad
ora avuto la diffusione sperata: gli arbitrati, infatti, riguardano
esclusivamente una tipologia assai ridotta di problemi e di attori coinvolti,
senza considerare poi gli alti costi che essi comportano; mentre le pratiche di
conciliazione pre-giudizio hanno spesso assunto un carattere del tutto rituale
e non risolutivo e il ruolo assegnato ai giudici di pace appare di portata
assai limitata.
Ben venga quindi una riscrittura- e non solo nelle
virgole- del Codice di procedura civile. Il 24 ottobre scorso il Consiglio dei
ministri ha varato, in questo senso, un disegno di legge che prevede una delega
al governo per la riforma di questo Codice. Speriamo tutti che questa
iniziativa prenda al più presto corpo perché se, invece, finisse, come già è
accaduto in passato, nelle sabbie mobili di una discussione infinita, le conseguenze
sarebbero devastanti.
Qualche riflessione finale sulla cosiddetta
giustizia alternativa che non deve essere letta come un processo di rottura
dell’esclusività della giurisdizione dello Stato. Essa, invece, potrebbe non
solo alleggerire sensibilmente l’attività dei Tribunali, ma avviare un processo
di produttiva e oggi più che legittima forma di autoregolamentazione della
società e di tutti i suoi protagonisti. Lo sviluppo e il potenziamento delle
procedure arbitrali vanno in questa direzione. L’arbitrato, infatti, non può
essere utilizzato solo come un mero strumento deflativo della giustizia civile
ma come un istituto che deve trovare un coordinamento con le scelte complessive
di riforma del sistema delle giustizie in Italia.
Come è importante che la legge di riforma delle
Camere di Commercio abbia attribuito agli enti camerali nuove e fondamentali
funzioni di regolazione del mercato tra cui, in particolare, “la costituzione
di commissioni arbitrali e conciliative per la risoluzione delle controversie
tra imprese e tra imprese e consumatori e utenti”.
E’ senza dubbio un passo avanti e nella giusta
direzione ma il problema è quello ora di strutturare questi istituti in modo
che possano diventare non solo operativi ma anche che possano venire considerati,
da imprese e utenti, sufficientemente affidabili per l’acquisizione dei loro
diritti.
Difficilmente questo nostro paese potrà acquisire
lo status di paese europeo dai larghi orizzonti fino a quando non si metterà
mano alla riforma della giustizia. E bisogna fare presto perché il tempo lavora
contro di noi.