Penso che l’ormai
imminente scadenza del 1° maggio, data in cui 10 Paesi dell’Est indosseranno la
maglia dell’Unione Europea, consenta una serie di riflessioni che si vanno ad
aggiungere a quelle già espresse, con competenza ed ampia analisi di dati, dal
Presidente, Antonio Paoletti.
Riflessioni le mie che,
in qualche modo, cercheranno di andare sotto pelle ai problemi immediati ma
anche, anzi direi soprattutto di prospettiva, che questa svolta, per l’Europa
sicuramente epocale, comporterà.
Ecco la prima. La classe
dirigente che rappresenta, anche sotto il profilo istituzionale, i 10 Paesi che
si apprestano a sbarcare nell’Ue ha un’età che, nella media, non supera i 40
anni. Il potente Ministro dell’Agricoltura della Polonia, Wojciech Olejniczak,
ne ha solo 29, il Ministro dell’Interno della Repubblica Ceca, Stanislav Gross,
34, il Ministro della Giustizia della Slovacchia, Daniel Lipsic, 30.
E
non poteva che essere così sia perché, con la caduta del muro di Berlino, si è
rinnovato, in questi Paesi, tutto o gran parte del tessuto della classe
dirigente sia perché, in questi Paesi, a differenza di quel che è avvenuto, ad
esempio, in Italia, c’è stato e continua ad esserci un alto tasso di natalità.
Cosa
vuol dire questo? Vuol dire che, nelle strutture dell’Ue, irromperanno nuove,
fresche e talvolta dirompenti energie con le quali non sarà sempre facile -
vista anche la venustà di molti dei rappresentanti politici della vecchia
Europa - confrontarsi ogni giorno e su ogni singola questione.
Bisognerà
trovare insomma, nella formulazione di programmi e di strategie, un giusto
punto di equilibrio tra quel che producono le vecchie radici dell’Europa dei 15
e quel che, invece, verrà dal nuovo seminato: e non sarà affatto un’impresa
facile né che si potrà portare a termine in un mese o in un anno.
E’
chiaro però che questo allargamento dell’Europa potrà dare risultati
significativi, sotto il profilo politico, sociale ed economico, solo se si
raggiungerà questo nuovo equilibrio. Se no, avremo solo perso del tempo.
Seconda
riflessione. La stragrande maggioranza dei 75 milioni di cittadini che ora
avranno diritto di cittadinanza a Bruxelles guardano all’Europa dell’Ovest con
un mix di speranza e di desiderio di rivalsa. Di speranza perché il loro
obiettivo, com’è giusto, è quello di raggiungere, nel più breve tempo
possibile, lo standard di reddito che hanno da tempo acquisito i loro cugini
occidentali. Ma poi anche di rivalsa perché, essendo entrati in un mercato di
libera competizione, essi ritengono di avere le idee, le energie e le
potenzialità necessarie per poter fare - magari non subito ma molto presto -
addirittura meglio degli altri.
E
questo è un “sentiment” che, all’Est, oggi trasuda da tutti i pori.
Terza
riflessione. Le nuove generazioni dell’ Est, pur restando legate alle loro
tradizioni, hanno una straordinaria voglia di allargare il fronte delle loro
esperienze anche sotto il profilo culturale. Per questo esse guardano all’Ue
come ad una straordinaria opportunità di scambio e di relazioni.
Mi
sembra indispensabile che il nostro Paese colga, in tutto il suo spessore e
significato, questo messaggio; e abbiamo tutti i mezzi per farlo perché
possiamo far leva su un patrimonio culturale che, per entità e latitudine, non
è, in Europa, secondo a nessuno.
Aprire
alle nuove generazioni dell’Est le porte, ad esempio, delle nostre Università
ma soprattutto favorire in ogni modo, mettendo mano ad una grande operazione di
marketing, l’afflusso e la permanenza per un certo periodo in Italia di questi
giovani dando loro la possibilità di accostarsi al nostro enorme patrimonio di
cultura e di tradizioni dovrebbe essere per noi un imperativo categorico.
Si
tratta di un investimento che, nel medio periodo, potrebbe essere per noi di
alto valore aggiunto.
La
quarta riflessione riguarda le regole. E’ evidente, come ha sottolineato il
presidente Paoletti, che, sia per quanto riguarda la circolazione delle persone
sia per quanto riguarda quella delle merci, l’allargamento dell’Ue dovrà essere
gestito con la necessaria gradualità per evitare che vi possa essere, su un
fronte come sull’altro, un impatto troppo brusco e accidentato.
Se
accettate l’analogia, dovrà essere la Torre di controllo europea, gestita
insieme con i rappresentanti dell’Est, ad assicurare condizioni ottimali di atterraggio.
E
siccome, per condurre in porto al meglio questa operazione, occorrerà
affrontare e risolvere una montagna di problemi, sarà bene che i controllori a
terra di questo piano di volo abbiano mente lucida, mano ferma e poteri
adeguati.
La
quinta riflessione riguarda il mercato. L’allargamento dell’Ue ai paesi
dell’Est è stato pensato e poi progettato prima che, nel mercato globale,
assumessero una loro rilevante dimensione fatti come l’esplosione dell’economia
della Cina e di quella di buona parte dei paesi dell’Asia.
Se
fino a qualche anno fa l’idea era quella di fare del mercato europeo una
struttura che, per dimensioni e potenzialità di sviluppo, potesse diventare più
competitiva con quella direttamente o indirettamente controllata dagli Stati
Uniti, ora la tripolarità del confronto (con gli Stati Uniti da una parte,
Cina, India, Corea, dall’altra) evidenzia problemi nuovi e sostanzialmente
diversi.
E
la cosa che maggiormente preoccupa è l’esasperante lentezza con la quale le
strutture europee stanno affrontando la nuova situazione che si è creata nei
mercati.
Saremo
sempre più invasi da prodotti cinesi e asiatici di buona qualità e offerti a
buon prezzo e questo, per una maggiore circolazione e distribuzione della
ricchezza, potrebbe avere conseguenze positive.
Ma
la quasi totale assenza di regole che servono, in qualche modo, a governare
l’afflusso di questi prodotti rischia di produrre, nell’economia europea,
notevoli danni che, nel medio periodo, potrebbero diventare anche irreparabili.
Non
avendo la palla di vetro non so quali dimensioni e quale portata potranno avere
questi danni, ma è preoccupante, ripeto, la pachidermica lentezza con cui si
sta muovendo l’Europa, un’entità che, sotto molti aspetti, resta purtroppo
ancora virtuale.
L’ultima
riflessione - ed è purtroppo un amaro “dulcis in fundo” - riguarda la
situazione economica del nostro Paese. Fa bene il Presidente Paoletti a
sottolineare con forza le grandi potenzialità che la graduale apertura delle
frontiere con la vicinissima Slovenia e poi con gli altri paesi dell’Est offre
a Trieste e a tutta l’economia di questa Regione.
E
il portare proprio a Trieste la sede dell’Expo 2008 potrebbe, in qualche modo,
autenticare questo obiettivo.
Il
Presidente del Consiglio, Berlusconi ha assicurato, a questo riguardo, il suo
diretto interessamento e non ci resta che vedere come esso si concretizzerà.
Quel
che è certo è che il tempo davvero stringe.
Quel
che ci preoccupa non è tanto la capacità delle forze vitali di quest’area di
mettere in campo tutte le energie necessarie per cogliere le opportunità
offerte dall’abbattimento verso Est delle barriere europee, quanto quel che
avviene oggi alle loro spalle, cioè a Roma e dintorni.
Dovrebbe
venire, infatti, dai centri che gestiscono le nostre Istituzioni e la nostra
politica economica un chiaro, netto, inequivocabile input volto al
potenziamento prima di tutto delle infrastrutture e poi della logistica
necessarie per realizzare quel colpo d’ala che la nuova situazione
richiederebbe.
Ma
di questi indispensabili interventi c’è oggi purtroppo solo una labile e assai
sfumata traccia.
E
questo avviene sia per motivi obiettivi - la stagnazione dell’economia che non
consente di mettere in campo nuove risorse - sia per motivi che, invece,
appaiono assai opinabili.
Ed
è a questi ultimi che vorrei dedicare appunto le mie ultime riflessioni.
Primo,
una burocrazia che, nonostante gli interventi che sono stati fatti, resta
fortemente zavorrata: da un lato, troppo costosa e, dall’altro, troppo poco
produttiva di benefici per ogni genere di utenza. Per le imprese in primo
luogo.
Secondo,
un piano di investimenti nel campo delle infrastrutture che continua ad essere
gestito troppo a fisarmonica con priorità che, cambiando quasi ogni giorno,
finiscono con allungare a dismisura i tempi di progettazione e poi di
esecuzione delle opere che sono state preventivate.
E
tutti ormai sanno assai bene che un’opera eseguita in dieci-quindici anni
anziché in quattro o cinque rischia, alla fine, di essere assai più costosa e
assai poco produttiva per lo scopo per cui è stata creata.
Ci
sarebbe bisogno di carne. Ci arriva, invece, spesso sul piatto solo un brodino
annacquato. E questo, con i ritmi di sviluppo che, con la globalizzazione,
stanno avendo i mercati, è certamente per noi un problema serio. E serio è dir
poco.
Terzo,
l’enigmatica - non saprei trovare un aggettivo più appropriato - politica
dell’Europa.
Con
i trattati di Maastricht essa ha imposto, com’era giusto, un argine al debito
pubblico che si stava via via accumulando in alcuni dei Paesi dell’Ue. Ci è
riuscita però solo a metà perché Francia e Germania, come sapete, pressate da
una congiuntura fin troppo negativa, hanno alla fine rotto questi argini
facendo quel che a loro pareva più opportuno.
Ed
anche l’istituzione della moneta unica europea ha prodotto risultati meno
soddisfacenti del previsto a causa del deterioramento, in parallelo, dall’11
settembre in poi, di tutto il quadro economico sia sul versante delle imprese
che su quello delle famiglie e quindi dei consumi.
Comunque,
se non vi fosse stata la moneta europea, sarebbe probabilmente andata anche
peggio.
L’Unione
Europea ha fatto, invece, davvero cilecca sulla politica economica e sulle
strategie di sviluppo. Ci si è, per anni, girati i pollici e ciò ha provocato ritardi,
nel processo di sviluppo, assai rilevanti.
Solo
da un paio di mesi, ad esempio, ha preso forma un programma per la
realizzazione delle grandi opere infrastrutturali.
Domanda:
non ci si poteva pensare prima?
E
cosa si è fatto per potenziare davvero, in questi anni, la ricerca,
l’innovazione tecnologica, la formazione? Poco o niente.
Con
la conseguenza che la mancanza di nuovi brevetti, sommata agli ormai eccessivi
costi di produzione del nostro sistema industriale e alla lievitazione dei
costi del Welfare, hanno finito col far perdere al sistema europeo buona parte
della sua competitività.
Risolvere
questi problemi e superare queste criticità non è facile.
L’allargamento
ai Paesi dell’Est certo consentirà all’industria della vecchia Europa di trasferire,
in Polonia o altrove, parte dei suoi impianti perché questo appare ormai
l’unico modo per renderli più produttivi.
Ma
mi chiedo che cosa ne sarà dell’occupazione, in Germania e altrove, se prenderà
corpo alla grande questo tipo di strategia.
Certo
l’Europa potrà sempre fornire un know how di esperienze e di professionalità
oggi insostituibili.
Ma
allora, mi chiedo, dove sta la ricerca, dove sono gli investimenti necessari
per presidiare almeno i settori a più alta tecnologia?
Inviate,
col vostro cellulare, un sms a Bruxelles e pretendete una risposta.
Oggi
questa risposta purtroppo ancora non c’è.
Una
battuta finale su quel che può fare, in questo contesto, il nostro Governo.
La
situazione della nostra economia è difficile, direi pure drammatica.
Ci
auguriamo tutti che, nella seconda parte di quest’anno, possano finalmente
affiorare e poi prendere consistenza i segnali della ripresa.
Ma
pensare che essi possano arrivare per abbrivio solo per la spinta che potrà
venire dall’economia mondiale mi sembra una pia illusione.
Sono
fermi i consumi, è ferma la produzione. Agli uni e all’altra bisogna dare una
forte scossa.
Il
premier Berlusconi ce l’ha promessa. Attendiamo che essa ora si concretizzi. E
si concretizzi presto perché il tempo stringe.