Vorrei arrivare subito al nocciolo che mi pare il seguente: la riforma Biagi, varata dopo anni di inutili, tortuose e spesso ingiustificate polemiche, è sicuramente un modello di riforma che, come prototipo, sembra aver superato le prove di collaudo raccogliendo per questo anche, da parte di chi opera sul mercato, sostanziali consensi. Il problema - e non mi sembra certo una questione da poco - è ora quello della sua attuazione, insomma - se mi concedete il paragone - della sua “commercializzazione” cioè di quanto e come essa, cambiando, sia pure solo in parte, le regole che presiedono all’organizzazione dei rapporti e del mercato del lavoro, possa, da un lato, soddisfare realmente le nuove e diverse esigenze delle imprese e dei lavoratori e, dall’altro, contribuire allo sviluppo della nostra economia creando anche maggiori opportunità di occupazione.
Perché non è detto
che un prototipo, anche se messo a punto sul banco di prova e con tutti i
necessari collaudi, risulti poi un prodotto sempre realmente vendibile e su
larga scala.
La verità è che la
riforma Biagi potrà funzionare e raggiungere i suoi obiettivi, che poi sono
quelli del governo di una maggiore ma anche più strutturata flessibilità del
mercato del lavoro se, nel contempo, verranno sciolti, con l’individuazione di
soluzioni adeguate, i molti nodi che oggi ancora stringono come un cappio la
nostra economia frenando di fatto le potenzialità di sviluppo di un vero,
libero e moderno mercato.
E siamo purtroppo
ancora ai blocchi di partenza per quanto riguarda problemi che si chiamano
riassetto degli ammortizzatori sociali, riaffermazione della centralità della
politica dei redditi, federalismo, riforma fiscale e soprattutto individuazione
di un metodo di confronto tra governo e parti sociali che, diventando più
costruttivo e strutturale, possa finalmente sottrarsi a forme di ritualità che
oggi, per come vengono gestite dal governo e per il loro carattere di assoluta
episodicità, lasciano spesso il tempo che trovano.
Insomma, o la
riforma Biagi matura nell’alveo di un disegno che sia ampiamente riformatore
degli assetti della nostra economia e delle sue politiche di sviluppo o rischia
di restare un prodotto che, sul mercato, non riuscirà ad avere quella
diffusione e penetrazione che noi oggi certamente tutti auspichiamo.
La flessibilità
governata, per poter essere davvero realizzata, deve far leva, anche ai fini di
una maggiore competitività del sistema, su un grado di crescente coesione
sociale.
E la domanda è:
stiamo davvero lavorando per raggiungere questo obiettivo? Temo di no anche
perché la stagione elettorale che si è aperta in questi giorni e che, viste le
scadenze di quest’anno ma anche degli anni prossimi, durerà molto a lungo,
rischia di rendere ancora più accidentato e difficile questo percorso.
Ed è questo, per i
lavoratori come per chi fa impresa, un guaio serio perché un’ulteriore
decantazione di questi problemi, la mancata adozione di ormai indispensabili
correttivi per un migliore funzionamento del sistema, annebbia i propositi e i
programmi degli investitori, alimenta il disorientamento dei risparmiatori e
minaccia di lasciare il nostro paese ai margini di quella ripresa economica
che, stando almeno ai segnali che arrivano dal mercato mondiale, potrebbe
essere ormai prossima.
Bene la riforma Biagi
e quanto essa potrà produrre, in termini di maggiore flessibilità, un più
strutturato mercato del lavoro, ma non è con questo solo ingrediente che si può
pensare di rigenerare quel clima di fiducia che oggi si è perso per strada e
che resta l’indispensabile corollario per attuare una politica di vero e
programmato sviluppo.
Fiducia che potrà
crescere solo se finalmente si adotteranno norme che possano restituire al
sistema maggiore trasparenza, maggiore equità fiscale ed anche maggiore
rispetto dei diritti di chiunque voglia fare impresa. Regole che, dopo le note
vicende di cui sono piene in questi giorni le cronache dei giornali, dovrebbero
meglio e diversamente presidiare il rapporto tra banca ed impresa, tra banca e
risparmiatori, tra controllori e controllati, superando anche quella logica
delle relazioni privilegiate che, in questi anni - e ora sappiamo con quali
risultati - ha, da un lato, fortemente penalizzato l’impresa diffusa mentre,
dall’altro, ha finito col favorire l’impresa sommersa e tutto il mondo del
lavoro nero.
Cambierà finalmente
qualcosa e nella giusta direzione? Il caso Parmalat e i suoi assai scabrosi
contorni e risvolti ci serviranno davvero da lezione?
Io sinceramente mi
auguro di sì, ma permettetemi, come avrebbe fatto San Tommaso, di non fare, a
priori, atti di fede.
Rientro nel
seminato del convegno di oggi perché le novità previste dalla riforma Biagi non
vanno comunque sottovalutate.
E’ sicuramente
importante la riforma del collocamento perché essa non comporta soltanto - ed
era ora - un’apertura al privato delle funzioni di intermediazione ma prevede
anche una gestione sussidiaria da parte di soggetti sociali - anche attraverso
il sistema della bilateralità - di funzioni amministrative ed informatiche che
sicuramente possono, se ben utilizzate, dare maggiore efficienza al mercato del
lavoro.
La nuova normativa
è in linea con l’evoluzione del nostro sistema imprenditoriale nel quale il
mondo dei servizi e le attività terziarie sono caratterizzati da forme atipiche
di lavoro rispetto alle quali una cornice di incertezza interpretativa rischia
di tradursi in un freno allo sviluppo dell’occupazione. Per questo va
riconosciuto il valore positivo di una funzione certificatoria tendente a
prevenire il contenzioso in materia di qualificazione dei rapporti di lavoro.
Ciò soprattutto in
relazione ai nuovi lavori (intermittente, ripartito, occasionale, accessorio,
ecc.) dai quali ci attendiamo, anche attraverso gli ampi margini lasciati alla
contrattazione collettiva, l’adozione di formule che, nel rispetto dei diritti
dei lavoratori, si adattino anche il più possibile alle esigenze di ogni
comparto di azienda.
Ciò non vuol dire
che il confronto tra le parti per tradurre in accordi i nuovi istituti possa
essere semplice, ma, da parte nostra, c’è la massima disponibilità a
perfezionare accordi che, nel quadro di questa normativa, possano dare al
lavoratore adeguate garanzie.
Ma bisogna anche
dire che, in questa riforma, esistono anche punti di debolezza che, nella messa
a regime del nuovo sistema, ci auguriamo possano essere trasformati, invece, in
opportunità per il lavoratore.
Mi riferisco
all’istituto del lavoro a progetto che dovrà sostituire le vecchie
collaborazioni coordinate e continuative.
Piuttosto che fare
di ogni erba un fascio presupponendo come irregolari tutte le co.co.co.
esistenti, ci saremmo attesi qualche cosa di più verso l’enucleazione di quella
nuova tipologia di rapporti che sono stati classificati come “lavoro
parasubordinato” senza cioè che fossero inquadrati a tutti i costi nell’ambito
delle tutele previste per il lavoro subordinato ma neppure negli schemi aperti
del lavoro autonomo.
Anche alcune
attenuazioni alle rigidità contenute nel testo della riforma e che sono state
apportate dalle recenti interpretazioni ministeriali, non cambiano il tenore
dell’impostazione che è stata adottata per cui continua ad esserci il rischio
di tipi di rapporto che, essendo difficilmente riconducibili al lavoro a
progetto, finiscano per riproporre fenomeni indesiderati di lavoro nero o
comunque irregolare.
La nostra volontà
di chiarire, in corso d’opera, tutti questi problemi è fuori discussione e mi
auguro che anche da parte sindacale ci si muova con lo stesso spirito.
Da ultimo vorrei
soffermarmi sull’articolo 10 della riforma che è stato oggetto di
un’interpretazione ministeriale che, invece, non ci sentiamo assolutamente di
condividere.
Tale
interpretazione in sostanza afferma che l’espressione “contratti stipulati
dalle organizzazioni sindacali dei datori dei lavoratori comparativamente più
rappresentative sul piano nazionale” potrebbe indebitamente favorire un’unica
organizzazione datoriale.
Per questo motivo,
l’articolo 10 non dovrebbe essere riferibile alla parte obbligatoria dei
contratti.
Noi siamo invece
convinti che l’articolo 10 è stato formulato in questo e non in altro modo
proprio per fornire uno strumento di garanzia e di supporto per il corretto
utilizzo dei contenuti della riforma. Né ci pare che questa impostazione sia in
alcun modo lesiva del diritto del pluralismo garantito dall’articolo 39 della
Costituzione.
Al contrario ciò si
potrebbe verificare se si volessero privilegiare talune organizzazioni
sindacali al fine di legittimarle alla contrattazione.
E non ha senso
porre un problema del genere anche perché l’applicazione di un contratto
collettivo, comparativamente più rappresentativo, non ha comunque valore “erga
omnes” ma rappresenta solo la condizione per ottenere benefici economici e
normativi.
Mentre nulla poi
impedisce la disapplicazione del contratto o l’applicazione di un altro testo
contrattuale.
Insomma il
tentativo di depotenziare l’asse della bilateralità non solo non aumenta le
garanzie per il lavoratore ma rischia di trasformare, di fatto, questa riforma
in una giungla normativa di difficile se non addirittura impossibile
applicazione.
Meglio dunque
restare sul tracciato iniziale di questa riforma evitando di cambiare le carte
in tavola proprio nella fase più delicata che è quella della sua prima e
delicatissima fase di sperimentazione.
Altre riforme,
proprio perché gestite ed interpretate in malo modo, sono rimaste al palo cioè
largamente o del tutto disapplicate. Evitiamo che anche la riforma Biagi corra
lo stesso rischio.
Vorrei concludere
con tre riflessioni di carattere generale ma che rappresentano altrettanti
importanti crocevia da superare per l’attuazione anche di questa riforma del
mercato del lavoro.
La prima riguarda
l’inderogabile necessità di ricostituire un clima sociale che consenta a questo
paese di utilizzare, in modo più coeso, tutte le energie e le potenzialità di
cui dispone per ricominciare a produrre ricchezza e sviluppo. Oggi, da questo
punto di vista, il termometro è sotto zero e non è con le gelate che si può
pensare di produrre, in economia, buoni raccolti. Si eviti dunque, per quanto è
possibile, che le liturgie che si celebrano in ogni periodo elettorale,
facciano dimenticare che questo problema esiste, è assai ingombrante ed è oggi
indistintamente percepito da tutti.
La seconda riguarda
il programma delle riforme. La riforma Biagi potrà avere successo solo se potrà
operare in un contesto di più generali riforme di sistema ed è su di esse che
governo e Parlamento devono ancora dare significative e convincenti risposte.
Non si è ancora compreso, ad esempio, quale reale indirizzo e quale portata
avrà la riforma federalista e quali potranno essere i suoi tempi di attuazione.
Ma anche la riforma fiscale è nel porto delle nebbie mentre non si sa ancora
nulla su come e con quali mezzi e terapie si intenda fronteggiare la grave crisi
sopravvenuta in una parte importante del nostro sistema industriale. E’ chiaro
che la nostra politica economica debba, alla luce di questi fatti,
riprogrammarsi in altro modo e con altri orientamenti ed altri obiettivi e
sarebbe proprio il caso che il governo cominciasse a dirci qualcosa di
concreto. O tutto resterà come prima come se il caso Parmalat non fosse
esploso?
La terza. Su redditi, salari, prezzi, risparmi continua da ormai due anni una guerra guerreggiata che non ha portato fino ad ora a nulla di costruttivo. Solo macerie, disaffezione, crollo dei consumi e quindi della ricchezza di questo paese. Sarebbe opportuno ricominciare a parlarsi invece di continuare in una caccia alle streghe che non porta a nulla anche perché è ormai provato che le streghe operano su più fronti. E, difatti, appare per lo meno paradossale che per mesi e mesi ci si sia occupati esclusivamente del prezzo delle zucchine e non si sia detto nulla, anzi meno di nulla, sulle ingombranti zucche vuote, anzi piene di debiti che stavano frodando e distruggendo il mercato e i capitali dei poveri risparmiatori.