sono particolarmente lieto di portare il saluto di Confcommercio al convegno dell’Unione Nazionale Istituti di Vigilanza. E lo sono per una duplice ragione.
La prima è una ragione di natura associativa, poiché il mio intervento
al Vostro convegno coincide con l’avvio di stabili relazioni organizzative tra
la Confederazione e Univ.
Relazioni fondate sul
riconoscersi in comuni valori che mi sembrano sintetizzabili nei principi del
pluralismo imprenditoriale e della concorrenza nel mercato secondo regole
trasparenti e non distorsive.
Una buona premessa, dunque, anche per costruire, secondo i tempi e i
modi che saranno necessari, una nuova grande casa comune per le imprese della
vigilanza privata.
Ma ci riconosciamo anche – mi sembra di poter dire ed è questa la
seconda ragione, più politica, per la quale sono stato lieto di cogliere
l’opportunità di partecipare al Vostro incontro - in una lettura delle
questioni aperte nel Paese e delle sfide per la competitività che rintraccia nell’economia
dei servizi – di quelli alle persone e di quelli alle imprese – una delle
grandi risorse ancora largamente inesplorate per la crescita e lo sviluppo.
Una risorsa che, in questi anni, ha comunque largamente contribuito
alla costruzione della ricchezza e alla crescita dell’occupazione, ma che oggi
deve essere assunta dai policy-makers e dai soggetti sociali, a partire dai
sistemi di rappresentanza, come componente essenziale di un serio tentativo di
riposizionamento strategico del Paese rispetto all’intensità della competizione
tanto nel mercato interno europeo, quanto nello scenario allargato
dell’economia globalizzata.
Questo Paese – è vero – ha bisogno di fare squadra, di recuperare un
metodo serio di confronto tra Governo e parti sociali. Ma in questa squadra, se
si vuol vincere la partita, non ci si può più permettere di non convocare o di
tenere in panchina quei settori della nostra economia, che, con intelligenza e
flessibilità - ed a volte, verrebbe da dire, nonostante tutto – la partita hanno dimostrato di saperla
giocare.
Nonostante tutto. Cioè nonostante, ad esempio, un sistema fiscale in
cui trova “cittadinanza” una tassa come l’Irap, che penalizza proprio le
imprese a maggiore intensità di lavoro. Nonostante un sistema di incentivi
regolato da troppe discriminazioni settoriali e poco attento a chi realmente
investe per innovare e crescere. Nonostante un rapporto tra banche e imprese,
che testimonia di quanto ancora vi sia da fare per accrescere qualità e
concorrenza nei servizi bancari e finanziari. Nonostante – last but not least –
un rapporto reale tra funzione pubblica e imprese in cui le “buone pratiche”
della semplificazione non sono ancora divenute regola generale.
Siamo, dunque, ad un punto di svolta. Perché, da un lato, è di tutta evidenza
la necessità di riqualificare e ristrutturare la spesa pubblica complessiva
rispetto alla capacità e alla possibilità del Paese di produrre ricchezza.
Dall’altro, il processo di costruzione dell’Italia federale rischia, se non
attentamente governato, di moltiplicare i costi degli apparati amministrativi.
Eppure con questa svolta necessaria dobbiamo fare i conti. Possiamo,
dobbiamo farlo avendo chiaro che il problema non è semplicisticamente “meno
pubblico” e “più privato”. Perché, in realtà, ciò di cui abbiamo bisogno è una
dimensione pubblica che faccia meno, ma meglio. Ma anche un’iniziativa privata
che, in maniera organizzata ed anche imprenditoriale, sia capace di dare
risposta a grandi problemi pubblici.
Insomma, nell’Italia federale, quel che ci serve è non soltanto la
dimensione verticale della sussidiarietà che ridistribuisce ruoli e funzioni
tra le istituzioni, ma anche quella orizzontale capace di scrivere le regole di
un nuovi rapporti collaborativi tra pubblico e privato.
Anche in materia di sicurezza e appunto – per venire al tema del
Vostro convegno – di sicurezza sussidiaria.
Perché la tutela della legalità, la prevenzione e il contrasto della
criminalità, tanto di quella organizzata quanto di quella che davvero
eufemisticamente definiamo microcriminalità, sono davvero la condizione
fondamentale per quella certezza di contesto senza la quale non vi sono
politiche per lo sviluppo che tengano.
Troppe volte e dopo troppi drammatici episodi in cui imprese e
imprenditori sono stati colpiti dal crimine, ho visto accendersi i riflettori
su questo tema.
Vorrei, molto semplicemente, che questi riflettori non dovessero più
accendersi. Vorrei, invece, che, giorno dopo giorno, si costruisse una risposta
stabile, permanente, seriamente organizzata. Vorrei, dunque, che, anche su
questo terreno, il cantiere dei lavori in corso – al Governo, in Parlamento –
trovasse un compiuto e stabile assetto.
Un assetto fatto di certezza delle pene, di rafforzato presidio del
territorio da parte delle forze dell’ordine, di una più penetrante intelligence
dei fenomeni criminali, di un regolato e valorizzato ruolo della sicurezza
sussidiaria.
Un assetto, comunque, in cui non ci sia davvero necessità di sicurezza
o giustizia “fai da te”. Un assetto, insomma, in cui nessun tabaccaio,
gioielliere, farmacista, barista, ristoratore, distributore di carburante
eccetera, eccetera sia costretto al dramma quotidiano di tenere la pistola
sotto il bancone.
Molto si
sta già facendo, in particolare in collaborazione con il Ministero degli
Interni. Dalla diffusione degli apparati di videosorveglianza alla formazione
alla sicurezza ed alla gestione dell’evento criminale.
E nel molto che si sta facendo metto anche il disegno di legge in
materia di sicurezza sussidiaria. Un punto di partenza – ne sono certo –
rispetto al quale non mancherà tuttavia la possibilità di meglio calibrare il
testo anche rispetto alle esigenze delle imprese committenti.
Buon lavoro.