Che la
nostra economia stia attraversando un momento particolarmente delicato e
difficile - e, aggiungo, delicato e difficile a 360 gradi perché non c’è
settore del nostro sistema paese che oggi non sia in sofferenza - credo che sia
ormai un fatto incontestabile .
E poco ci conforta anche il fatto che altri Paesi,
in Europa, abbiano chiuso il 2003 con conti peggiori dei nostri e che, anche in
questo inizio del 2004, siano ancora alla ricerca, ricerca affannosa
direi, della ricetta giusta per
poter superare la crisi.
La verità è che l’Italia, a differenza di altri
Paesi, si trova oggi di fronte ad un doppio snodo, ad un doppio problematico
crocevia.
Da un lato, deve trovare le risorse e le energie
necessarie per superare questa difficile congiuntura che ci accomuna al resto
d’Europa, dall’altro, è sempre più cosciente del fatto che questa congiuntura
negativa, a differenza delle altre di eguale conio che l’hanno preceduta, non
si supera più gettando qualche ciambella di salvataggio ma sciogliendo quei nodi
strutturali che si sono ormai
trasformati in veri e propri steccati che impediscono lo sviluppo del sistema.
Si sta discutendo molto di queste cose ma ho
l’impressione che questa discussione stia assomigliando a quelle partite di
calcio che, anzichè sul campo, vengono giocate a tavolino, cioè in modo solo
virtuale.
Io, invece, credo che non ci sia più tempo per la
teoria e per lo studio di schemi tattici: bisogna scendere assolutamente in
campo e giocare fino in fondo la partita.
Cercando di vincerla anche ricorrendo ai tempi
supplementari, anche al dischetto dei rigori. Usando i tacchetti giusti, le
punte giuste, i giocatori più addestrati per questo scopo.
Qual è il punto? Il punto è che tutti oggi dobbiamo
fare proprio di tutto per evitare che il triangolo banche-imprese-risparmio,
architrave del nostro sistema, si trasformi in una specie di triangolo delle
Bermude nel quale possono naufragare le speranza di ripresa e di sviluppo della
nostra economia.
E mi sembra che vi siano oggi solo tre modi per evitare
che ciò accada.
Primo, adottare al più presto strumenti legislativi
che servano a tutelare i risparmiatori e soprattutto a convincerli che casi
come quelli della Parmalat e della Cirio non potranno, d’ora in poi, più
ripetersi.
E’ giusto che il Parlamento, per definire questi
strumenti, si prenda i tempi necessari, ma ci auguriamo davvero che essi, vista
la particolare urgenza del problema che abbiamo di fronte, non siano eterni e
soprattutto servano a realizzare quei correttivi del sistema che oggi, agli
occhi non solo dei risparmiatori ma anche a quelli delle imprese, paiono
indispensabili.
Le lancette dell’orologio stanno girando
inesorabilmente e sarebbe bene riflettere sul fatto che ogni giorno in più che
passa senza soluzioni è un giorno che lavora contro il sistema e contro tutti
coloro che ne fanno parte.
Secondo, adottare una vera e propria cura da
cavallo per quanto riguarda riforme e investimenti nel campo delle
infrastrutture perché solo se su questi versanti, si realizzeranno risultati
concreti, si potranno convincere famiglie, imprese e risparmiatori ad investire
i loro soldi nel futuro di questo sistema.
E’ indispensabile da questo punto di vista che il
Governo rafforzi la sua iniziativa, dia maggiore velocità alla sua azione, si
inventi una specie di “paso doble” che però non abbia, per carità, nulla di
argentino perché, se no, la nostra economia, continuando con questo ritmo,
rischia davvero di non andare più da nessuna parte.
E per evitare che anche il 2004 finisca a
somigliare, come una fotocopia, al 2003 mi sembra che siano anche
indispensabili, da un lato, un robusto e generalizzato stimolo per il rilancio
dei consumi e, dall’altro - e così arrivo proprio al cuore del problema che
oggi intendiamo affrontare - una politica del credito che possa essere di
maggior e più efficace sostegno a quel mondo delle piccole e medie imprese che
oggi è l’unico a mostrare - ma non si sa per quanto tempo ancora - segni di
vitalità per quanto riguarda investimenti, produzione di ricchezza e nuova occupazione.
Se è vero - e credo che, nonostante tutto, sia
ancora indubbiamente vero - che il nostro settore del credito continua ad
essere uno dei pochi zoccoli duri, se non addirittura l’unico zoccolo duro, di
tutto il nostro sistema economico, è chiaro che su di esso bisogna far leva per
evitare che anche la parte più attiva del nostro sistema imprenditoriale
finisca nella palude della crisi senza ritorno.
Il rischio che il nostro sistema bancario, scosso,
direi quasi traumatizzato dalle recenti vicende, finisca col chiudersi a riccio
e con l’adottare criteri di erogazione del credito ancora più restrittivi di
quelli attuali mi sembra che oggi ci sia e sia più che palpabile.
Occorre non solo evitare questo rischio, ma fare
anche in modo che la politica del credito corregga le sue linee di indirizzo e
metta in campo iniziative che finalmente e più corposamente possano favorire
gli investimenti di quel grande ed articolato comparto di piccole e medie
imprese – e mi riferisco, in particolare, a quelle che operano nel settore del
terziario di mercato - che oggi servono alla nostra economia per poter, in
qualche modo, ridecollare.
E’ questo un problema urgente, concreto, di cui non
credo che, avvolti come siamo dai fumogeni delle grandi e irrisolte questioni
del Paese, si parli abbastanza e in modo esplicito.
Parlo ovviamente della politica dei fidi bancari
che continua a muoversi su altri telai ed in altre direzioni.
La forte concentrazione degli impieghi bancari sui
grandi fidi mi pare, statistiche alla mano, oggi un fatto inconfutabile.
Quasi il 50% degli impieghi complessivi si
concentra, difatti, su classi di affidamento che vanno oltre i 5 milioni di
euro e, dato ancor più rilevante, oltre un terzo di questi impieghi si
concentra su poco più di 4000 soggetti i quali dispongono singolarmente di
linee di credito che superano i 25 milioni di euro.
Altro dato significativo è quello della percentuale
di garanzie reali per classe di affidamento accordato che emerge dalla lettura
degli ultimi dati forniti dalla Centrale dei rischi.
Nella classe di affidamenti accordati da 75.000 a
125.000 euro le garanzie reali richieste sono pari all’81% degli affidamenti
utilizzati, mentre nella classe dei cosiddetti “grandi fidi”, quelli che vanno
oltre i 25 milioni di euro, la percentuale delle garanzie reali acquisite dalle
banche non supera il 14%.
Anche sulla durata dei finanziamenti siamo lontani
dai parametri del resto dell’Europa.
Mentre, infatti, la quota dei prestiti di durata
superiore ai 5 anni supera, nel resto d’Europa, il 50%, in Italia è inferiore
al 30%.
E’ chiaro che è necessaria una rotazione di almeno
30-40 gradi della nostra politica del credito se vogliamo che essa sia di vero
supporto alla parte oggi imprenditorialmente più attiva del nostro sistema
paese.
Le forti dinamiche del commercio internazionale che
vedono in via di peggioramento le quote di mercato dei prodotti italiani e i
nodi infrastrutturali che condizionano negativamente lo sviluppo della nostra
economia sono tutte cose con le quali dobbiamo cominciare a fare i conti anche
in vista dell’introduzione dei nuovi criteri che, in materia di erogazione del
credito, sono stati decisi a Basilea.
Il sistema bancario italiano ha vissuto,
nell’ultimo decennio, una stagione di processi di concentrazione che, se da un
lato hanno portato ad una crescita dimensionale degli istituti di credito, ha
modificato dall’altro le ragioni e il terreno di scambio tra banca e piccola e
media impresa.
Si è inciso, per motivi che possono anche essere
considerati più che giustificabili, sullo storico radicamento territoriale del
sistema bancario e, di
conseguenza, sulla capacità, da parte delle strutture bancarie, di valutare le
componenti immateriali ed interpersonali per l’erogazione del credito:
-
il primo rischia di essere
spazzato via da una concentrazione delle strutture bancarie che, di fatto,
hanno allontanato i centri decisionali della banca dal suo territorio di
riferimento;
-
il secondo è stato
determinato dalla necessità per le banche di realizzare economie di scala e
quindi di adottare metodologie standardizzate per la valutazione del merito
creditizio affidato sempre di più a parametri di tipo quantitativo.
Basilea 2 si inserisce nella realtà che fino ad ora
ho descritto con il rischio di un effetto moltiplicativo dei fattori di
criticità.
Permangono forti perplessità sull’adozione
generalizzata di modelli di rating ai quali – ed è un rischio reale – possono
sfuggire gli elementi qualitativi che sono fondamentali per l’erogazione del
credito alla piccola impresa.
Per questo gli indirizzi fissati da Basilea 2 vanno
attentamente valutati e soprattutto armonizzati con le esigenze peculiari del
nostro sistema in gran parte fondato sull’attività di centinaia di migliaia di
piccole e medie imprese.
Se è vero - e nessuno mette in discussione questo
principio - che ogni banca deve essere libera di adottare propri modelli di
rating anche per sviluppare una sana competizione tra i diversi istituti di
credito, non credo che possiamo permetterci il lusso di introdurre in Italia i
criteri di Basilea 2 senza una attenta verifica, una sperimentazione il più
possibile trasparente e un’analisi della sua portabilità per il nostro sistema.
Riteniamo fondamentale, a questo proposito, che la
Banca d’Italia non si limiti ad un ruolo di controllo solo formale sui modelli
di rating predisposti dalle banche, ma definisca, invece, istruzioni di
vigilanza che siano coerenti con le esigenze della nostra realtà
imprenditoriale.
Io credo - e vado alla conclusione - che il nostro
sistema bancario sia oggi più che cosciente di queste esigenze del mercato e
quindi anche delle responsabilità che esso deve avere nei suoi confronti.
Anche perché non vedo possibili alternative.
Il processo di de-industrializzazione in atto in questo Paese e che, anche se arginato, appare ormai in buona parte irreversibile, comporta una riflessione sul ruolo che, nella nuova realtà del Paese, dovrà avere anche il sistema creditizio.
E credo
che di questo problema il sistema creditizio oggi sia perfettamente
consapevole.