Mi sembra che da questo convegno
sia emerso, fra gli altri, un dato sul quale vale la pena di riflettere, e poi
riflettere, e poi ancora riflettere in modo speculare ed evitando i soliti
luoghi comuni.
Il dato è che 18 milioni di
giovani under 40, il 38% della popolazione attiva di questo Paese, vogliono
bene a questo Paese assai più di quanto forse si pensa, tanto che, se non
proprio costretti, non sembrano avere alcuna intenzione di andarsene in
Francia, in Germania, in Polonia o altrove per respirare un’aria diversa.
Ma attenzione, alimentando oltre
misura il carnet delle illusioni, a non tirare, con loro, troppo la corda perché essa alla fine potrebbe anche
spezzarsi e allora potrebbero venire, da questo fronte, molte e non piacevoli sorprese.
Anche perché, chattando su
Internet, vedono un mondo che corre. Poi, uscendo di casa, si trovano di fronte
ad un paese che, invece, stenta spesso a muoversi e, quando lo fa, lo fa con
esasperante lentezza.
Su almeno tre versanti i giovani
attendono risposte più chiare,
affidabili e convincenti.
E che siano le Istituzioni
europee o quelle italiane o tutte e due insieme a dare queste risposte a loro
poco importa. La cosa importante è che queste risposte arrivino e arrivino nel
più breve tempo possibile.
La prima cosa che i giovani chiedono è di poter avere Istituzioni che operino
per una reale modernizzazione delle regole e delle strutture del nostro
mercato.
Per troppi anni la dirigenza
politica italiana si è cullata nell’illusione che questo Paese potesse crescere
e modernizzarsi anche senza mettere mano a sostanziali riforme. Un errore che
abbiamo pagato caro perché questa politica del rinvio - perché questo era
l’unico modo per non pestare mai i
piedi a nessuno - non solo non ha
risolto i problemi, ma ha anche prodotto un debito pubblico che ha drenato e
purtroppo continua a drenare gran parte delle risorse che sono necessarie per
lo sviluppo del sistema.
Non sorprende che molti giovani
denuncino la scarsa affidabilità
di una classe politica che non è riuscita né a ridurre la spesa pubblica né a
creare una burocrazia più efficiente né a creare soprattutto condizioni di sistema che consentissero
un reale sviluppo del libero mercato.
E mi sembra che l’attuale
maggioranza di Governo, pur commettendo fin troppo visibili errori di strategia
- abbia fatto bene a rompere questa annosa cultura del rinvio tentando, in qualche modo, la via delle
riforme di sistema.
Sarebbe però un vero guaio se
ora queste riforme, a causa non solo della continua, talvolta esasperante conflittualità fra le forze
che compongono la maggioranza ma anche della mancanza di una produttiva ed
efficace concertazione con le parti sociali, si sfilacciassero per strada o sbagliassero alla fine
addirittura obiettivo.
Questo rischio c’è, è palpabile
e non si può far finta di non vederlo anche perché ce lo abbiamo ogni giorno
sotto gli occhi.
I giovani chiedono alla classe
politica più professionalità, più trasparenza e più pragmatismo nella gestione
del quotidiano ma anche una maggiore
lungimiranza nell’affrontare i problemi di prospettiva.
Non riescono a capire, ad
esempio, come un problema vitale per l’evoluzione del nostro sistema come
quello delle riforme costituzionali venga tolto e poi rimesso nel frigo cento
volte senza mai arrivare ad uno straccio di decisione che trovi l’adesione di
buona parte delle nostre forze parlamentari.
Essi hanno l’impressione- e non
posso dar loro torto - che la classe politica pensi più a tutelare i propri
interessi di bottega che al futuro di un Paese che, con questa architettura
costituzionale, rischia di non andare più da nessuna parte.
Vogliamo fare qualcosa o
aspettiamo che i giovani finiscano per girare la testa dall’altra parte?
Secondo, la nuova Europa allargata ad Est è
sicuramente un progetto che soprattutto tra i giovani sta creando molte aspettative.
Fino ad oggi l’Europa ha fatto
assai poco per loro limitandosi a fissare regole di cornice che, per quanto riguarda lo sviluppo del nostro
mercato e la modernizzazione del
nostro sistema hanno prodotto
scarsi risultati.
O la nuova Europa si deciderà a
cambiare passo facendo finalmente
le cose che ha da tempo promesso per quanto riguarda soprattutto formazione,
tecnologie, ricerca, migliori e più qualificati standard di accesso al mondo
del lavoro, apertura dei mercati, livello dei redditi, mobilità, aperture di
credito per chi voglia iniziare un’attività di impresa, o la delusione tra i
giovani finirà col toccare punte di vera e propria esasperazione.
Essi, in questo momento, credo
che si sentano “ostaggi” di una sempre più costosa ed ingombrante burocrazia
che, a Bruxelles come a Strasburgo come altrove, appare soprattutto prigioniera
delle proprie scartoffie.
Se non è così, l’Europa lo
dimostri. Fino ad ora non lo ha fatto.
L’ultimo tema che propongo alla
vostra riflessione ci interessa ancor più da vicino perché riguarda, da un
lato, i rapporti fra Stato e
sistema delle imprese e, dall’altro, quell’allargamento della concorrenza e
delle regole che dovrebbero favorire lo sviluppo di un libero mercato che, in
questo Paese, o non ci sono o vengono utilizzate in modo piuttosto ambiguo.
Credo, ad esempio, che
l’idea allo studio del Governo di
riesaminare, per reperire risorse da destinare al mercato, tutto il grande
capitolo degli incentivi che vengono destinati alle imprese meriti attenzione.
E mi auguro che non sia solo
un’idea perché è da tempo che noi chiediamo che venga finalmente sollevato il coperchio al recipiente che
contiene tutti questi incentivi
che, da anni, anzi da tempo inveterato, vengono erogati e distribuiti con
criteri che appaiono francamente opinabili.
Non si comprende perché fino ad
oggi questo sia rimasto un argomento tabù anche se è ormai provato che, in
molti casi, questi incentivi vengono erogati con la logica della riserva di
caccia a tutto danno di quelle
imprese che cercano di fare davvero innovazione e, assai più di altre,
contribuiscono all’aumento dei posti di lavoro.
Sarà quindi bene tirar fuori dal
recipiente questi incentivi e verificare a quali comparti sono stati destinati
e quali risultati essi hanno realmente prodotto.
La verità è che, in tutti questi
anni, ha prevalso la cultura di una
forma di quasi automatico
assistenzialismo nei confronti di certi comparti industriali che è costata
tanto al contribuente, ma, per quanto riguarda lo sviluppo del mercato, ha
prodotto assai poco.
Forse questa politica poteva
avere una sua ragion d’essere fino alla metà degli anni novanta quando era
ancora il comparto industriale a produrre il maggior valore aggiunto e nuovi
posti di lavoro.
Ma oggi tutti sanno che non è
più così perché sono le imprese del terziario di mercato - turismo, servizi,
commercio, trasporti ed altro - a creare nuovo lavoro e a produrre la parte più
consistente del nostro Pil.
Ma ad esse il sistema degli
incentivi riserva solo delle briciole perché i fondi disponibili restano
bloccati altrove e guai a toccarli.
Ma vado oltre anche perché si può pensare che,
impostando il discorso in questo modo, io voglia difendere solo, anche se più
che legittimi, interessi di bottega.
E allora mi vorrei confrontare
con voi su altri problemi di carattere più generale e che riguardano
l’evoluzione, anzi la non evoluzione del nostro sistema sociale ed economico.
Il primo. Non è sorprendente
che, in Italia, tutte le nuove opportunità di investimento aperte dalle
privatizzazioni siano sempre finite nelle mani di pochi privilegiati, quelli
che già gestivano consistenti rendite di posizione? E, difatti, queste
operazioni non sono servite né a migliorare la concorrenza né a liberalizzare
quote di mercato. Cartelli erano e cartelli, in gran parte, sono rimasti.
Secondo. La politica degli
incentivi è servita fino ad oggi più a tenere in piedi imprese inefficienti che
a favorire lo sviluppo di quelle sane.
Caso Alitalia a parte che è
assai più complesso perché coinvolge strutture ed infrastrutture che sono
essenziali per il turismo e, in generale, per la mobilità.
Terzo. In un libero mercato, una
riforma, del sistema del Welfare dovrebbe avere l’obiettivo di proteggere prima
le persone e poi le imprese e non viceversa.
Quarto. Bisogna mettere mano ad
una riforma della giustizia che tuteli, soprattutto per le nuove generazioni,
più e meglio di quanto accade oggi, l’efficienza del sistema e la salvaguardia
dello stato di diritto. Insomma, bisogna cambiare e cambiare in fretta. Questo
i nostri giovani ci chiedono.