Sono almeno tre i segnali
preoccupanti, da febbre alta, che questo 2004 che sta per concludersi mette in
assoluta evidenza.
1- La caduta verticale, negli
ultimi mesi in progressiva accelerazione, dei consumi delle famiglie, da un
lato, e la crescente perdita di competitività del nostro sistema
imprenditoriale con forte contrazione anche del volume delle esportazioni,
dall’altro, mostrano un motore dell’economia sostanzialmente “imballato”.
Chi tenta di accreditare oggi
un’immagine diversa da questa o racconta balle o vive fra le nuvole.
2- L’acuirsi di questa crisi sta
creando, nelle famiglie come nelle imprese,anche in quelle che noi
rappresentiamo, un diffuso, senso di disagio, di precarietà ed anche di
sfiducia sulle possibilità di ripresa, almeno nel breve periodo, del sistema
economica.
Ed è uno stato di più che palpabile malessere che i
correttivi introdotti dalla legge finanziaria per il risanamento dei nostri
conti pubblici non sono riusciti sostanzialmente ad attenuare.
Giusto fare ogni sforzo per cercare - ma è un ritornello che sentiamo ormai da molti anni - di ridurre l’impressionante carico dei nostri debiti, ma poi cosa si sta imbastendo di nuovo, di serio e di innovativo per rilanciare e restituire competitività al nostro sistema economico?
3- Difatti molti italiani non
riescono a scrollarsi di dosso la sensazione che le strategie fino ad ora
proposte sia dai partiti di governo che da quelli dell’opposizione per uscire
davvero da questa crisi siano ancora poco credibili e, per alcuni versi, addirittura
velleitarie. Bolle di sapone.
La percezione è insomma che si
stia continuando a girare in tondo: un taglio qui, un sostegno là, per poi, al
massimo, tornare alle posizioni di partenza che sono quelle di una struttura
pubblica che nel suo insieme, pur mantenendo alti costi di esercizio e
soverchianti spese di mantenimento, non riesce ad essere funzionale ad una
strategia di sviluppo, di ammodernamento e di effettiva liberalizzazione
dell’economia e di tutto il sistema di mercato.
E sono almeno tre le parti della
legge finanziaria che, da questo punto di vista, lasciano più amaro in bocca.
1- Sono
incerti, esigui e marginali i tagli di quella parte della spesa pubblica che,
nonostante sia manifestamente improduttiva ai fini di uno sviluppo del sistema,
continua ad ingoiare una grossa fetta delle risorse disponibili. Si è tagliato
qualche rametto secco ma niente di più. Ed è questo il motivo per cui questa
manovra dà l’impressione di avere il fiato corto e di non aiutare le
prospettive di crescita.
2- Non vi è
traccia di interventi di carattere strutturale che possano favorire una
maggiore trasparenza di un sistema economico che continua ad essere stretto,
soffocato nel cappio di una consolidata e quasi inossidabile struttura di
cartelli e di oligopoli pubblici e privati che, in un libero mercato, non
dovrebbero avere più ragione di esistere. Siamo in presenza di un sistema che
favorisce le rendite ma non certo gli interessi del libero mercato. Basta
ricordare l’energia, il settore assicurativo, quello bancario, quello della
viabilità su gomma e su rotaia.
Risaniamo i conti a spese dei cittadini per
lasciare tutto il sistema com’era prima?
3- C’è,
infine, il fondato sospetto che questa forzata, quasi affannosa corsa al
rientro del deficit e del rapporto debito/Pil possa aprire nuove e più larghe
crepe nelle amministrazioni locali che, per il ripianamento dei loro debiti di
bilancio, saranno probabilmente costrette a rivalersi sull’utenza. E, se così
fosse, per quanto riguarda pressione fiscale effettiva e liberalizzazione di
risorse a favore del sistema delle imprese, saremmo proprio da capo a dodici.
Tempo fa, analizzando in
controluce la crisi che sta caratterizzando il rapporto fra Istituzioni e paese
reale, adombrammo il rischio di una deriva di tipo argentino del nostro
sistema.
Non mi pare che questo rischio,
visto il sempre più precario stato di salute della nostra economia e la
crescente fibrillazione che esso provoca in molti settori della società, possa
oggi considerarsi del tutto fugato.
Sarebbe necessario agire per
tempo ma chi oggi sta davvero pensando ad affrontare questo problema?
E qui, finiti i necessari e
spero più che motivati preamboli, vengo al vero succo di questa conferenza
stampa.
E’ certo che la decisione presa
dal governo, proprio in extremis, quasi sul filo di lana, di ridurre, in
qualche modo, la pressione fiscale sulle famiglie è da considerarsi positiva.
Anche se devo aggiungere che sarebbe stato meglio prendere questa decisione,
magari con gli stessi soldi, molto tempo prima quando la crisi non era arrivata
a raschiare il fondo del barile.
Quel che si è ora deciso, anche
se per molte categorie di reddito la riduzione è solo nell’ordine dei decimali,
è comunque un segnale almeno di tendenza che va nella giusta direzione perché –
ed è da tempo che lo andiamo sostenendo - è andando prima di tutto incontro
alle esigenze e alle aspettative delle famiglie che si può stimolare una
maggiore domanda di consumo e far quindi ripartire, in qualche modo, il motore
dell’economia.
Anche dai settori industriali
sono alla fine venuti consensi a questa linea.
Certo sarebbe stato meglio
trovare risorse anche per il sostegno delle imprese, per un robusto rilancio di
un settore della ricerca ormai ridotto al lumicino e per tante altre cose, ma
quando si hanno solo quattro soldi da spendere nel portafoglio, due più due,
bisogna pur decidere se, per il rilancio dell’economia, viene prima l’uovo o la
gallina.
Il problema resta però quello di
vedere se questo leggero “spolverino” fiscale ora donato dal governo possa
essere sufficiente alle famiglie per difendersi dalle temperature quasi polari
di una crisi che non solo ha falcidiato il loro potere di acquisto in questi
ultimi due anni ma rischia di durare ancora per un pezzo.
E’ un provvedimento che certo va
nella giusta direzione, ma non è il caso di farsi soverchie illusioni su quelli
che potranno essere i suoi possibili effetti.
In realtà, questo “spolverino”
non basta, infatti, nemmeno a compensare un decimo delle maggiori spese che
ogni famiglia, di qualsiasi fascia di reddito e qualunque sia il suo tipo di
lavoro e di impiego, deve oggi sostenere per il riscaldamento, per un pieno di
benzina, per l’affitto o per l’acquisto di una nuova casa - i cui prezzi, su
entrambi i versanti, si sono praticamente raddoppiati nel giro di due anni - o
per la più semplice delle operazioni bancarie.
La verità è che le famiglie sono
veramente oggi al collo di bottiglia e bisognerebbe fare ben altro per
restituire loro una condizione di vita “normale”.
Meno pressione fiscale certo, ma
non è il caso di prendere lucciole per lanterne.
Ed è questo il motivo che ci
spinge oggi a mettere sul piatto un’iniziativa che mi auguro possa avere al più
presto un positivo riscontro in tutti i settori della distribuzione.
Perché, visto che la politica continua a glissare e
poi a glissare e poi ancora a glissare su questi problemi, credo che sia
arrivato il momento anche per noi di prendere l’iniziativa di agire come dire,
“in proprio”, da soli, cercando di fare tutto quel che sarà ancora possibile
per andare maggiormente incontro alle esigenze delle famiglie e per stimolare
quindi, di rimbalzo, anche una ripresa dei consumi.
Non è certo un’operazione facile
da attuare perché gran parte delle aziende commerciali, comprese quelle della
grande distribuzione, hanno ormai, a causa della caduta dei consumi ma anche
per le promozioni che hanno già attuato sotto varie forme per il contenimento o
addirittura di riduzione dei prezzi, margini operativi che si sono ormai
largamente ridotti.
Ciascuno farà quel che potrà.
Quel che sarebbe però sbagliato
è starsene con le mani in mano, girandosi i pollici in attesa che qualche santo
del paradiso possa, d’incanto, risolvere i problemi delle famiglie e quindi
anche i loro.
Non abbiamo né santi in Paradiso
né una classe politica che sia veramente in grado di risolvere questi problemi.
Prendere l’iniziativa ed agire
da soli resta allora l’unica via di uscita oggi percorribile.
E prima la imbocchiamo e meglio
sarà per tutti.
Sarebbe importante che questa
operazione volta ad un ulteriore contenimento e, dove e come sarà possibile, ad
una vera e propria riduzione dei prezzi specie dei prodotti di più largo
consumo, potesse – ed è questo il caldo appello che qui rivolgo alle imprese -
prendere forma già nei prossimi giorni in modo non solo da mettere qualcosa di
nostro, di solido e di concreto sotto l’albero di Natale delle famiglie ma di
dare anche ad esse una prospettiva migliore per il nuovo anno che sta per
cominciare.
Cosa diranno le imprese di
questa mia balzana idea? Mi fucileranno? Mi manderanno i padrini?
Io penso di no.
Credo, invece, che sia una
proposta su cui tutti farebbero bene almeno a riflettere valga la pena di
riflettere anche se certo non mi illudo che ad essa tutti alla fine possano
davvero aderire.
Ma la cosa importante è dare un segnale e poi,
siccome una ciliegia tira l’altra, se qualcuno comincerà a muoversi, dando il
buon esempio, in questa direzione, molti altri probabilmente seguiranno.
E’ vero che i prezzi di molti
prodotti - e non è solo l’Istat a certificare oggi questo dato - o sono da
tempo già fermi o, in certi casi, sono già stati, in qualche misura, ridotti e
non certo perché altri ci hanno costretto a farlo.
Ma quel che cerco di dire è che
quel che fino ad ora è stato fatto ancora non basta.
Dobbiamo fare di più, rilanciare
ancora, spremerci le meningi per cercare di fare qualcosa di ancora più
visibile e di più stimolante per le famiglie.
Mi fischiano le orecchie quando
immagino come potranno reagire al mio appello quei piccoli commercianti che,
visti i loro sempre più magri incassi, non sanno più come dividere il pranzo
con la cena. Eppure ,anche loro, se non vogliono rinunciare non ad uno ma a
tutti e due i loro pasti, devono in qualche modo darsi da fare perché è in
gioco ormai la sopravvivenza del mercato e quindi delle loro stesse imprese.
E sarebbe bene che anche gli
operatori piccoli, medi e grandi di tutti i comparti, commercio, turismo e
servizi riflettessero seriamente su questa proposta e decidessero, nella
direzione che ora ho indicato, qualche tipo di efficace iniziativa.
Essi, nel rapporto con la loro
sempre più sofferente e disorientata clientela, potrebbero avere tutto da
guadagnare: Sarebbe un investimento a buon rendere.
E di più: essi si troverebbero
finalmente anche nella condizione di poter andare alle urne per le prossime
elezioni a testa alta, senza il piattino in mano e soprattutto senza dover più
dire grazie a nessuno.
E’ una svolta? Potrebbe esserlo,
ma non avendo la palla di vetro, non riesco a fare previsioni su quello che
potrà produrre, in concreto, il tipo di iniziativa che ora ho proposto.
Quel che è certo è che, in mancanza di altre per ora
improbabili soluzioni, l’unica vera scossa al mercato dovremmo essere in grado
di darla noi.