Quando, andando sotto pelle, cerchiamo di analizzare le
vere cause che possono aver prodotto, al di là dei fenomeni di pura
congiuntura, questa prolungata fase di stallo della nostra economia che
qualcuno già vorrebbe chiamare - ma io non sono ancora di questa partita -
irreversibile declino, ecco che tornano finalmente in superficie questioni sulle quali, forse perché
troppo ingombranti ed impegnative, il dibattito politico preferisce quasi
sempre glissare.
Meglio limitarsi a dibattere, e
molto sommariamente su quel che si
intravede in una semplice ecografia perché fare una vera risonanza magnetica del sistema e
indagare sui motivi di fondo che hanno portato all’attuale crisi potrebbe
risultare imbarazzante per tutti, anche per chi oggi sta all’opposizione.
E, invece, questo tipo di esame bisogna cominciare a farlo, se non vogliamo, una volta superata questa crisi di carattere congiunturale, ritrovarci al capezzale di un malato che, una ricaduta dopo l’altra, finirà col non poter scendere più dal letto.
E tra le questioni di fondo da
affrontare quello dell’erga omnes dei contratti collettivi di lavoro è
certamente uno dei più rilevanti e più urgenti.
Perché, se non lo si affronterà
nei suoi giusti termini e dando ad esso idonee soluzioni, noi continueremo a
vivere all’interno di una specie
di acquario che non ci permetterà di utilizzare tutte le energie necessarie per
far ritornare ad essere competitivo il nostro sistema.
La verità è che, nel nostro
Paese, la democrazia economica continua ad essere un puro eufemismo.
Una democrazia imbellita nella
facciata ma incompiuta nelle sue strutture.
E il caso più vistoso di questa
incompiutezza del sistema sta nella contraddizione in cui continuiamo purtroppo
a crogiolarci: policy-makers che,
mentre cercano, anche se sempre più in affanno, soluzioni che consentano di superare la crisi che ha colpito
il nostro modello di sviluppo industriale, non si adoperano in alcun modo per
mettere in cantiere seri progetti e per agevolare i piani di sviluppo per
quella impresa diffusa e per quel mercato del terziario che ormai, anche in
prospettiva, rappresentano i veri fattori di sviluppo della nostra economia.
Ciechi e sordi forse per
convenienza forse per inettitudine.
Per cercare di ricomporre questa
vistosa contraddizione basterebbe guardare i numeri. Ad esempio quelli
registrati in questi ultimi anni sul fronte dell’occupazione e della produzione
di ricchezza.
Ma evidentemente non c’è peggior
sordo di chi non vuol sentire.
E, invece, bisognerebbe davvero
cambiare spartito e cominciare a rispondere alla domanda “chi rappresenta che
cosa” in questo Paese e da dove bisogna trarre energie e risorse per evitare il
declassamento, in termini di ricchezza e di produttività, del nostro sistema.
Cominciando finalmente a
ragionare anche sul terreno degli assetti contrattuali.
Credo che dovrebbe essere chiaro
ormai a tutti che l’obiettivo di un modello di democrazia economica non si
realizza senza affrontare prima di tutto la questione del confronto paritario
con il mercato tra tutte le imprese.
Senza discriminazioni né di tipo
dimensionale né di tipo settoriale, senza vecchi e ormai logori canali
preferenziali che non solo non
hanno più motivo di esistere ma
che ormai non portano più la nostra economia da nessuna parte.
E vengo al punto dicendo che
proprio il valore e il rispetto della contrattazione collettiva costituiscono
una risposta efficace anche a quei processi di elusione e di dumping sociale
che continuano ad esistere in parti significative dei nostri sistemi produttivi
territoriali e dei mercati del lavoro ad essi connessi.
E’ insomma su questo terreno -
quello della tenuta e del rispetto prima di tutto degli assetti e di
significative azioni volte al riallineamento contrattuale - che ci giochiamo
buona parte del nostro futuro.
E il ruolo che verrà svolto dai
soggetti sociali è, per questo fine, assai importante.
E’ giusto riaffermare la
centralità della politica dei redditi come strumento per combattere le sempre
riaffioranti tendenze inflazionistiche.
Come è giusto anche interrogarsi
sulla necessità dell’architettura tradizionale degli assetti contrattuali e sul
rapporto che deve esistere tra contrattazione nazionale, di secondo livello,
aziendale e territoriale.
Credo anche però che occorra una
sorta di manutenzione straordinaria, duttile, intelligente e proiettata al
futuro, degli accordi del luglio 1993.
Ed è proprio quello che Marco
Biagi usava definire “derogabilità presidiata” quando affidava alle parti
sociali chiamate a gestire la contrattazione nazionale il compito di definire i
percorsi e quindi le procedure necessarie per dare concreta efficacia e
diffusione alle intese contrattuali anche attraverso una più puntuale adesione
alle condizioni, talvolta profondamente differenziate sul territorio, del
mercato del lavoro.
E mi sembra che lo strumento
della bilateralità può e deve avere un ruolo importante in questa partita anche
in riferimento all’articolo 10 della legge 30 che subordina, come è noto,
l’accesso delle imprese ai benefici contributivi e normativi all’integrale
rispetto dei contratti collettivi di lavoro.
E può e deve farlo non tanto
sulla base di automatismi normativi - che pure ci vogliono - quanto agendo sul
territorio come canale attraverso il quale monitorare punti di tenuta o di
crisi dei sistemi contrattuali e come strumento che proprio le parti sociali
possono utilizzare per individuare correttivi e strumenti di sostegno.
E’ insomma una concezione non
censoria, ma piuttosto sussidiaria
della bilateralità che punta, con realismo e gradualità, al riconoscimento
del valore erga omnes della contrattazione collettiva.
Solo utilizzando il ruolo
politico svolto dai soggetti stipulanti e la loro capacità di agire nel quadro
di una corretta, ma anche funzionale democrazia economica che coniughi insieme
rappresentanza e rappresentatività, è possibile l’individuazione di regole
certe e la costruzione di una flessibilità che, proprio perché governata e
contrattata, non si trasformi in precarietà.
Mi sembra che oggi si parli
troppo d’altro e assai poco di queste esigenze che, per un ordinato, ma anche
congruo sviluppo del nostro mercato del lavoro, sono insopprimibili.
E anche la politica farebbe bene
a mettere da parte discussioni che sempre più tendono spesso a somigliare, per
la loro incongruità, a vaghe stelle dell’Orsa, e ad affrontare, per la parte
che le compete, questi problemi.
E noi, fin da ora e nel modo più
concreto e costruttivo possibile, faremo sicuramente la nostra parte.