E’
fin troppo ovvio dire - e sono ormai molti anni che lo andiamo ripetendo - che
l’introduzione di moderne tecnologie nel sistema delle piccole e medie imprese
cioè nel core business della nostra economia, rappresenta uno strumento chiave
per la modernizzazione di un sistema che, da un lato, punti alla libertà e alla
trasparenza del mercato e, dall’altro, proprio partendo da queste nuove basi,
possa realizzare uno strutturale obiettivo di sviluppo.
E
sono anni che andiamo ripetendo, in coro, che questo dovrebbe essere appunto
uno dei “corollari” da cui far partire un piano di nuova e più efficace
programmazione per lo sviluppo dell’economia di questo paese.
Dovrebbe
esserlo, anzi, avrebbe dovuto esserlo ormai da tempo, ma, di fatto, non lo è.
Se ne parla molto, ma poi, su questo versante, continua a non accadere quasi
nulla.
Vorrei,
per renderlo ancora più chiaro, schematizzare al massimo il mio ragionamento.
Punto
primo. Si va sostenendo che proprio la carenza di moderne strutture
informatiche e tecnologiche impedisce una strutturale razionalizzazione di
questo sistema di imprese oggi affetto - lo si ripete ad ogni piè sospinto -
da forme di “nanismo” che frenano
la sua competitività e impediscono un suo
fisiologico ma anche più
moderno sviluppo.
Vero.
Ma la domanda è: come mai, nonostante che l’introduzione di moderne tecnologie
sia ormai, per lo sviluppo di questo importante sistema di imprese, come
“l’uovo di Colombo”, niente o quasi continua ad accadere?
Tutta
colpa dell’inadeguatezza diciamo “culturale” di questo tipo di imprenditori?
Non
escludo che esista anche questo problema, ma pensare che tutto derivi da esso
vorrebbe dire veramente nascondersi dietro una foglia di fico.
La
verità è - e lo spiegava qualche giorno fa, in modo efficace, anche un editorialista
del Corriere della sera - che ci
sono poteri, in questo paese, che continuano a non essere affatto interessati a
piani che abbiano come loro principale obiettivo una reale trasformazione, in
chiave liberista, del nostro sistema economico. A questi “poteri”, con la P
maiuscola, va bene che il nostro sistema vada avanti così.
A
loro, più che un processo di sviluppo del sistema, importa che i loro
consolidati interessi vengano, in ogni modo, salvaguardati.
E
poco importa a loro che ciò accada sulla pelle degli altri.
E
qui il ragionamento si fa duro, ma credo che sia proprio arrivato il momento di
farlo riponendo nell’armadio il
vestito delle ipocrisie.
Che
cosa, sotto forma di defiscalizzazioni, di deduzioni, di incentivi o di altro,
è stato fino ad oggi offerto al sistema delle piccole e medie imprese per fare
in modo che esse potessero mettere mano ad un vero piano di innovazione
tecnologica?
Niente,
di niente, di niente. Anzi, è accaduto il contrario perché l’introduzione di
una tassa come l’Irap ha tolto a molte di loro anche l’aria per respirare.
Se
questo sia colpa della politica o di chi, dietro le quinte, per ritornare a
quel che dicevo prima, regge ben saldi nelle proprie mani i fili della nostra
economia, proprio non lo so, ma il risultato è quello che vediamo.
Non
ci sono state diminuzioni delle tasse né per questo genere di imprese né per le
famiglie e il risultato è sotto i nostri occhi: un vero e proprio corto
circuito dell’economia con piccole e medie imprese che non riescono ad innovare
e famiglie che hanno messo lo stop ai consumi.
Ma
il governo si rende conto che, in questo modo, il paese non va più da nessuna
parte?
Permettetemi
un esempio piccolo ma significativo. Nello scorso mese di marzo ad un convegno
dei nostri giovani imprenditori, il ministro per l’innovazione tecnologica,
Stanca aveva annunciato il varo di un provvedimento che avrebbe dovuto mettere
a disposizione delle microimprese uno stanziamento di 13 milioni di euro
proprio per l’innovazione tecnologica. Ma sono passati molti mesi e tutto tace
a causa di “rimpalli” tra ministeri che non riescono a trovare la formula
procedurale idonea per attivare questo finanziamento.
Sembra
una presa in giro, anzi lo è.
E
ciò dipende dal fatto che, fatte le promesse, continuano a mancare i fondi
necessari per realizzarle oppure - ed è un grande oppure - c’è chi dietro le
quinte si muove perché questi soldi vengano dirottati da qualche altra parte?
Altra
riflessione: ci vorrebbe assai poco per studiare un piano che consentisse alle
piccole e medie imprese di utilizzare, in modo sinergico, il programma di
informatizzazione avviato dalla Pubblica Amministrazione per le proprie
strutture. Ma anche qui belle parole, ma fatti nessuno.
Consentitemi,
prima di concludere, un’altra piccola ma credo necessaria appendice. Ci sono,
in Italia, settori come banche,
finanza e delle assicurazioni che hanno provveduto da tempo, a
differenza di quelli delle piccole e medie imprese, ad informatizzare, su vasta scala, i loro impianti con
conseguente riduzione – perché questo produce appunto la rivoluzione
informatica - dei loro costi. Bene, allora qualcuno ci deve spiegare come mai
questa rivoluzione informatica non ha prodotto fino ad oggi alcuna forma di
riduzione dei costi dell’utenza. Nel caso delle banche, anzi, questi costi per
l’utenza sono decisamente aumentati.
Evidentemente
c’è, in questo paese, qualcosa che non funziona se, da un lato, non si fa nulla
per aiutare le imprese a modernizzare i propri impianti e, dall’altro, ci sono,
invece, altri settori di impresa che, potendo operare in condizioni di
monopolio o di quasi monopolio, modernizzano non per abbassare i costi
dell’utenza ma piuttosto per incrementare i propri utili.
E,
difatti, mentre il potere di acquisto delle famiglie scende a vista d’occhio,
banche ed assicurazioni, continuano , come dire, ad “ingrassarsi”.
C’è
qualcosa che non va, c’è qualcosa che non funziona nel nostro sistema
economico. La libera concorrenza e la trasparenza continuano ad essere
purtroppo solo “miraggi”.