Ci si chiede spesso perché molti
giovani preferiscano oggi - e oggi più di ieri - girare l’angolo e andare a
lavorare in qualche altro paese.
Tende a girare l’angolo il
ricercatore laureato che teme, continuando a lavorare in Italia, di restare su
uno strapuntino per 20 anni. Per giunta sottopagato e senza speranze di far
carriera.
E tende, quando può, a girare l’angolo anche il giovane che, volendo fare l’imprenditore, teme che, farlo in questo paese, possa voler dire gettare dalla finestra sogni, risorse ed energie.
Pensiamo, ad esempio, alle
smisurate prospettive che, almeno sulla carta, potrebbe aprire l’allargamento
ad Est dell’Europa, una nuova frontiera di interessi e di possibilità per chi
intenda fare impresa.
Ma conviene fare affari con la
Polonia o la Slovenia o l’Ungheria tenendo ancora i piedi in Italia? O non è
forse meglio farlo trasferendo, ad esempio, armi e bagagli in Germania o in
Francia o addirittura nella piccola ma iperattiva Irlanda?
Questo è il punto, questo è il
vero nodo da sciogliere, questo l’interrogativo a cui dare una risposta.
E la cosa preoccupante, a mio
parere, è che si continua a discutere di questo problema ,che è vitale per
l’Italia di domani, facendo solo accademia: molte parole, poche risposte,
nessuna convincente soluzione.
Perché delle due l’una: o, in
questo paese, si creano finalmente le condizioni di base che consentono ad una
struttura imprenditoriale di essere competitiva nel nuovo contesto
dell’economia europea e mondiale o non si può chiedere ai nostri giovani
imprenditori di trasformarsi, solo per amore dello stellone, in altrettanti
agnelli sacrificali.
La verità è che il nostro
sistema non potrà tornare ad essere competitivo, aggressivo e vincente fino a
quando non abbatteremo tutti i costi di base di un’impresa soprattutto quando
essa è impegnata nell’area dei servizi di mercato.
Costi che, per grave carenza di
infrastrutture, per il persistere di illogiche e ormai superate normative e per
una troppo elevata e sempre più vischiosa pressione fiscale, pesano
sull’impresa come macigni.
E uno di questi macigni - e così
vengo al focus di questo convegno - è proprio il costo dell’energia.
Siccome credo che tutti ormai
siamo francamente stanchi, parlando di questo problema, di rincorrere i soliti
giri di parole, vale la pena di parlare solo per numeri, cifre e percentuali.
Primo. Nonostante che le imprese
italiane siano costrette oggi a pagare ogni singolo chilowattora assai di più
di quelle che operano in tutti gli altri paesi europei, gli impianti esistenti
non sono sufficienti a soddisfare il nostro fabbisogno energetico.
Il che vuol dire che si
incassano con le bollette molti più soldi della media europea ma questi soldi
non vengono investiti né per ammodernare le nostre centrali elettriche, molte
delle quali, avendo più di trent’anni sulle spalle, hanno ormai un indice di
produttività assai basso, né per costruirne delle nuove e per programmare una
diversificazione delle fonti di energia.
E poi, quando il sistema va in
tilt e c’è il black out energetico, non si trova di meglio che prendersela con
la Francia o la Svizzera. Come se il problema, invece, non fosse proprio nel
nostro sistema.
Quel che accade nel settore dei
rifiuti urbani è un esempio lampante di quanto sia stata fino ad oggi miope la
nostra politica energetica.
Infatti, mentre in paesi come la
Germania e la Francia più del 60% dei rifiuti viene avviato in apposite
centrali che provvedono a convertirli in energia a basso costo, in Italia più
del 70% di questi rifiuti o finisce in discariche a cielo aperto, con
conseguenze disastrose anche sotto il profilo ambientale, o viene esportato,
con costi rilevanti, in paesi che dispongono di attrezzature adeguate per la
loro conversione.
Insomma i tanti, troppi soldi
che si sono incassati con le bollette saranno serviti a molte cose - e ci
piacerebbe sapere quali - ma non certo a risolvere il nostro problema
energetico.
Mi vi avevo promesso dei numeri
e quelli che vi sto per dare fanno veramente il botto.
Non mi dilungo sul fin troppo
vistoso differenziale di costo energetico – almeno il 27% - che tra piccola e
grande impresa vi è oggi, a vantaggio della seconda, nel nostro sistema.
E’ questa una “anomalia”, per
non chiamarla in altro modo, del sistema italiano talmente esorbitante che
veramente non la lava l’oceano.
Ma parliamo, invece, del
differenziale di costo energetico che c’è fra l’Italia e l’Europa.
Questo differenziale è
mediamente, a nostro danno, del 40%, dico quaranta per cento, insomma davvero
esorbitante.
Ma andiamo a vedere, nel
dettaglio, il differenziale con i singoli paesi.
Rispetto alla Spagna, le
bollette di energia elettrica delle nostre imprese sono più care del 61%,
rispetto alla Francia del 39%, rispetto alla Germania dell’11%, rispetto alla
Grecia, ultimo anello della catena europea per strutture, infrastrutture e
competitività del sistema, del 44%.
Ho qui la tabella completa di
questi differenziali ed è tutta vostra.
Evidentemente qualcosa nel
nostro paese, per l’attuazione della direttiva europea emanata nel lontano
1996, è andato storto, molto, troppo storto. E per vari motivi.
Primo, perché il processo di
liberalizzazione del mercato è stato assai più lento del previsto, talmente
lento da avanzare solo di pochi metri se non centimetri.
Secondo, perché anche il
programma a suo tempo varato per la costruzione di nuove centrali, sia per
mancanza di risorse sia per ostacoli derivanti dai conflitti di competenza tra
le varie autorità locali sia ancora per l’impossibilità o l’incapacità di
individuare i siti idonei per la localizzazione dei nuovi impianti, è andato
avanti con il passo di una vecchia e ancor più lenta tartaruga.
Terzo, perché il riassetto del
settore - problema sicuramente complesso ma che è stato affrontato nel peggiore
dei modi - ha finito col generare costi di transizione assai più elevati del
previsto.
Inoltre - ed è questa la
ciliegina sulla torta - non si è ancora riusciti ad unificare in un unico
soggetto la proprietà e la gestione della rete nazionale di trasmissione
dell’elettricità mentre stenta a partire, a differenza di quel che accade negli
altri paesi, la borsa elettrica, uno strumento che sicuramente potrebbe
favorire una maggiore trasparenza del mercato.
Infine, l’eccessiva dipendenza
del sistema elettrico da un mix di fonti assai costose ed eccessivamente esposte
all’andamento delle quotazioni internazionali dei combustibili fossili e, come
ho già detto, un parco di centrali ormai da Jurassic Park, estendono e
allargano pericolosamente la nostra soglia di rischio.
E le lancette dell’orologio
della nostra economia continuano a girare rapidamente ma, purtroppo per noi, al
contrario.
E a questo bisogna al più presto
cercare di porre rimedio.