Vengo subito al punto parlando
prima di tutto del quadro economico generale cioè di dati, numeri e cifre che
non sono coriandoli.
Il punto è, difatti, che proprio
non ci siamo.
Non ci siamo perché,
contrariamente alle previsioni che erano state fatte lo scorso anno e poi
ancora all’inizio del 2004, la nostra economia continua a vivere, in quasi
tutti i suoi comparti, una drammatica fase di stallo. Non c’è purtroppo, per
ora, nemmeno un refolo di vento che segnali che qualcosa stia finalmente
cambiando.
E non ci siamo perché fino a
questo momento non ci è stato ancora detto “come” - cioè con quali strumenti -
il governo intenda fare per far uscire il paese da questo stato di crisi e per
imboccare di nuovo la via dello sviluppo.
E’ una situazione deprimente che
carica famiglie e imprese di sempre nuove preoccupazioni.
Certo, il governo, nello scorso
mese di luglio, nel Dpef, ha elaborato un piano che contiene una serie di
interessanti anche se approssimative indicazioni su quelle che potranno essere
le iniziative di tipo congiunturale ma soprattutto di carattere congiunturale
da assumere, nel breve periodo, per superare questa crisi.
Ma di questo piano, quando
mancano ormai meno di due settimane alla scadenza per la presentazione in
Parlamento della legge finanziaria, continuiamo a conoscere solo i titoli e
qualche vago sottotitolo.
Non si equivochi sul significato
del silenzio che ha caratterizzato il nostro comportamento in tutte queste
settimane: non è che non avessimo nulla da dire, anzi, solo che, attendevamo,
prima di parlare, di vedere le carte che il governo intendeva realmente mettere
sul tavolo.
Ma l’attesa per quello che ci è
stato preannunciato come una specie di “new deal” sta diventando troppo lunga e
la nostra pazienza è ormai agli sgoccioli.
La nostra come quella delle
famiglie.
Il governo si dia dunque una
mossa perché il tempo sta scadendo.
In questo piano dovrebbero
trovar posto consistenti tagli alla spesa pubblica corrente finalizzati ad una
riduzione del deficit e del rapporto debito/Pil, ma nulla ancora si sa sul
dettaglio di questa manovra di risanamento dei conti pubblici e su quella che,
a conti fatti, potrà essere la sua congruità e la sua reale praticabilità.
E disorienta, per usare un
eufemismo, anche il fatto che la parte del piano che dovrebbe essere destinata
alla riduzione delle tasse appaia ancora scritta a margine, a matita e in modo
assai sfumato.
Non è stato, infatti, per nulla
chiarito né chi potrà beneficiare di questa promessa riduzione fiscale né dove
e in che modo potranno essere, in concreto, reperite le risorse necessarie per
la sua indispensabile copertura.
Non si sa ancora nulla, ad
esempio, sulla riduzione dell’Irpef mentre c’è il fondato sospetto che, per
quanto riguarda la riduzione dell’Irap, ci sia già qualcuno che sta compilando
l’elenco – il solito, da sempre - dei possibili destinatari.
Ma chi scambiasse la nostra
prudenza per acquiescenza sbaglierebbe proprio i suoi calcoli.
Ieri sono scesi in piazza i
consumatori. Domani, se dovesse verificarsi il peggio, potremmo decidere di
andare in piazza anche noi.
Come si sbaglia di grosso chi
pensa che le risorse per la copertura di queste riduzioni fiscali possano
essere attinte con qualche gioco sporco, ad esempio, truccando gli studi di
settore o sottraendo altri soldi dalle tasche delle imprese.
E’ insomma il momento che il
governo sollevi i coperchi e ci faccia vedere cosa sta davvero bollendo nelle
pentole.
L’unica cosa certa, per ora, è
che la manovra di 7,5 miliardi di euro già resa operativa si sta tramutando in
una stangata per i possessori di seconde case e per i costi di utenza di banche
ed assicurazioni.
O questa stangata non conta?
Conta e come!
Al governo dunque rivolgiamo una
domanda assai pressante cioè per nulla rituale: mancano ormai meno di due settimane
alla scadenza per la presentazione alle Camere della legge finanziaria, ma che
fine ha fatto la promessa del governo di concordare anche con le parti sociali
i punti più significativi di questa manovra?
Certo, essendoci stato il cambio
in corsa addirittura del ministro dell’economia, cosa che certo non accade
tutti i giorni nemmeno in un paese politicamente volubile come il nostro, un
po’ più di tempo per riflettere ci voleva, ma abbiamo l’impressione che questa
attesa, in questa anticamera senza finestre, stia diventando troppo lunga tanto
da ingenerare, in alcuni, il sospetto che, sulle vitali questioni di questo
paese, stia cambiando forse la forma di approccio del governo con le parti
sociali, ma che poi la sostanza rischi, invece, di restare sempre la stessa con
il modulo liturgico dei confronti “last minute”, insomma a cose già fatte come
appunto è accaduto sempre in questi ultimi anni.
Il “metodo Siniscalco” è
diverso? Bene, è proprio arrivato il momento di metterlo in pratica. Ora,
subito.
Sono molte le cose che vanno
messe in chiaro.
La prima è la reale congruità
dei tagli che si intendono attuare alla parte più improduttiva della spesa
pubblica. Per anni, su questo tema, abbiamo assistito ad un’interminabile serie
di artifici contabili che non solo non hanno risolto nulla ma paradossalmente
sono stati utilizzati per gonfiare di più alcuni settori di spesa.
La seconda, come ho già detto,
riguarda tasse ed imposte. E’ vero che non è aumentata, anzi è leggermente
diminuita la pressione generale, ma è anche vero che, nel frattempo, sono
cresciute, in media, del 14% le imposte locali e sono addirittura “volati” i
costi di alcuni servizi come, ad esempio, quello dei rifiuti urbani. E fino ad
ora non è arrivata dal governo nessuna smentita all’ipotesi di “sbloccare” la
corsa a tutta l’area delle “addizionali” di competenza delle amministrazioni
locali. Per non parlare poi dei nuovi oneri che comporterà per ogni tipo di
utenza l’enorme tassazione che grava oggi sui prodotti petroliferi.
Continuando così non si svuotano
solo le tasche dei cittadini, ma si finirà addirittura col bucarle mentre le
imprese del commercio, del turismo e dei servizi, vedendo sempre più ridotti i
propri margini operativi, cominceranno a non fare più investimenti e a non creare
più posti di lavoro.
E fino ad oggi sono state
proprio queste imprese a creare più dell’80% dei nuovi posti di lavoro. Il
governo ha un’idea di che cosa accadrebbe se esse decidessero di chiudere i
rubinetti?
La terza riguarda la
competitività del sistema. E’ tornato di moda parlare di liberalizzazioni e
della necessità di più moderne logiche di mercato.
Più che giusto, ma se questo
deve essere il modulo da seguire per dare sviluppo alla nostra economia,
qualcuno ci deve allora spiegare perché, invece, lo Stato, con i soldi dei
cittadini, continua a comportarsi come la Caritas elargendo sussidi ad imprese
decotte o saldando i debiti accumulati da scandalose gestioni come quelle, ad
esempio, che, se vogliamo limitarci al comparto pubblico, si sono avute, ad
esempio, all’Alitalia.
E che cosa ha fatto, invece, lo
Stato, negli stessi anni, per creare nuove infrastrutture e servizi di base che
consentissero a tutte le imprese della grande area dei servizi, prime fra tutte
quelle turistiche, per abbassare i costi e migliorare così la loro offerta?
Nulla, di nulla, di nulla: in
tutto questo settore, lo Stato e, più in generale, tutta l’amministrazione
pubblica sono passate all’incasso emettendo dei “pagherò” che poi però non sono
mai stati onorati.
E’ una delle ragioni per cui, in
questo paese, si allarga il buco dei debiti ma non si riesce più a produrre la
ciambella dello sviluppo.
Tutta la distribuzione commerciale – la piccola, la media
e la grande – è impegnata a contenere i prezzi praticati ai consumatori, facendo
a sua volta i conti con i costi che si registrano lungo la filiera che va dalla
produzione al distributore finale, con una pressione fiscale che non scende e
con il peso crescente dei tributi degli enti locali. Ma soprattutto con
un’economia ferma.
Questo impegno è testimoniato
dagli accordi per contrastare il caro-vita fatti in molte città italiane, ivi
compreso il recente caso di Torino.
Questo impegno è testimoniato
anche dalla decisione assunta ieri dalla grande distribuzione di tenere fermi i
prezzi dei prodotti a marchio commerciale fino al 31 dicembre.
E’ un impegno importante, che
apprezzo e che spero sia da tutti apprezzato fino in fondo.
Quanto ai progetti di riforma
illustrati da Marzano, credo che sia assolutamente necessario un confronto più
ampio.
Un confronto, cioè, che
coinvolga le Regioni che – appena qualche giorno fa – hanno ancora una volta
ricordato al Ministro che la Costituzione della Repubblica federale affida a
loro la competenza esclusiva in materia di disciplina del commercio.
Un confronto che coinvolga tutto
il mondo del commercio italiano – food e no food, piccola, media e grande
distribuzione – perché le riforme importanti richiedono consenso.
Un confronto, soprattutto, che
affronti i problemi “grandi” del commercio italiano: la qualità degli strumenti
di programmazione, il ruolo dei centri storici, il recupero delle aree
degradate, l’esigenza di sostenere l’innovazione, le discriminazioni
persistenti in materia di incentivi e di costi dell’approvvigionamento
energetico etc. etc.
Ma, per favore, non prendiamoci
in giro dicendo che questa crisi dai fondali oscuri e profondi può essere
risolta solo ritoccando o riducendo il prezzo di qualche prodotto per qualche
mese.
Tra un po’ ci chiederanno di
aprire i negozi anche di notte e magari di mettere le entreneuses al
posto delle commesse. Si possono fare molte cose che però rischiano di
somministrare solo qualche brodino a famiglie che non hanno più soldi né per
mangiare carne né per pagare i mutui della casa né per fare il pieno di benzina
né per acquistare i libri per la scuola dei figli. I nostri insomma possono
essere solo interventi da pronto soccorso: per rimettere in piedi un sistema
economico che oggi - e non certo per colpa dei prezzi - è costretto a stare in
camera di rianimazione, ci vuole ben altro.
Questo il governo lo ha capito o
no?
Permettetemi una postilla. Pochi
giorni fa, in Gran Bretagna, la Camera dei Comuni ha approvato una legge che
vieta la caccia alla volpe. Ecco, non vorrei che a qualcuno venisse l’idea, visto
che siamo alla vigilia di una nuova campagna elettorale, di varare una legge
che sancisse, invece, in Italia, la libera caccia al commerciante.
Perché, se, per caso, questo
peregrino e del tutto strumentale progetto prendesse piede in qualche anfratto
della politica o altrove, allora davvero vorrebbe dire che questo sistema
economico è ormai alla frutta, incapace cioè di distinguere le pagliuzze dalle
travi.
Quali sono i problemi più
urgenti da risolvere?
1- Sono tre anni che famiglie ed
imprese attendono che venga data attuazione alla promessa fatta dal governo
nell’ormai lontano 2001 di una congrua riduzione della pressione fiscale. Fino
ad ora non si è visto nulla o quasi nulla e tutti, dico tutti ci sentiamo
davvero presi in giro. Famiglie da una parte, imprese dall’altra. I pochi soldi
disponibili vengono dirottati ad imprese che però non riescono né a produrre
sviluppo né nuovi posti di lavoro.
Siamo proprio sicuri che, con
questa politica, si salva questo paese dal declino economico? Io ho qualche
dubbio e credo di non essere il solo.
Il rilancio della competitività
del nostro sistema richiede una sostanziale rimodulazione di tutta la politica
economica di questo paese.
2- Cosa aspettano la pubblica
amministrazione da una parte e molti comparti dell’economia dall’altra per
rinnovare i contratti da tempo scaduti? Il settore del commercio ha già da
tempo rinnovato il proprio.
Si aspetta forse che sia ancora
una volta lo Stato, con il solito giro di conto, a tirar fuori i soldi
necessari agli uni come agli altri? Se così fosse, sarebbe un altro
bell’esempio davvero di paese che punta al libero mercato.
Non si riducono le tasse, ma non
si mettono nemmeno più soldi nelle buste paga.
Ma in attesa di che? Lo si vuol
capire o no che è solo attraverso la cruna di questo ago che può passare il
rilancio dei consumi e quindi una maggiore produzione e circolazione di
ricchezza?
Non vogliamo dimostrare niente
di più di quanto sia stato già ampiamente dimostrato nei documenti ufficiali
dell’Unione Europea.
Nel documento del centro studi
che oggi vi presentiamo si cerca solo di fare maggiore chiarezza sui dati più
significativi della crisi che sta attraversando il nostro paese.
1- Nell’eurozona siamo oggi il
paese che cresce di meno. Alla fine di quest’anno, infatti, il nostro Pil
crescerà dello 0,9% contro il 3% della Francia, il 3,7% della Gran Bretagna,
l’1,5% della Germania e il 2% della media europea. Sommando gli ultimi tre anni
la crescita del nostro Pil è stata addirittura inferiore a quella realizzata nel
solo 2001. Insomma per quanto riguarda la produzione di ricchezza, in Italia,
continua, come ho già detto, ad esserci il buco ma non la ciambella.
2- Prezzi e tasso di inflazione
dell’Italia sono oggi in linea, anzi leggermente al di sotto di quelli della
media europea. Tra il 2003 e il 2004 il nostro differenziale di inflazione è,
anzi, diminuito di un punto rispetto alla media dei paesi aderenti all’euro.
Per quanto riguarda i prezzi l’Italia è stata, ad esempio, più virtuosa, nel
2004, della Francia. Chi va sostenendo il contrario e cioè che i prezzi sono
più alti in Italia che altrove fa solo bricolage statistico. A fronte di questi
dati le vendite al dettaglio, però, sono diminuite in Italia, nel primo
semestre di quest’anno, del 2% mentre in Francia sono aumentate dell’1,3% e in
Spagna del 3,5%. Il che vuol dire che, a parità di prezzi, le famiglie italiane
acquistano di meno dei francesi e degli spagnoli o perché hanno meno soldi in
tasca o perché non hanno più voglia di spenderli. Ovviamente sul livello
dell’inflazione, ma non soltanto su quella dell’Italia, grava oggi la pesante
incognita dell’aumento dei prodotti petroliferi che, nella media, stanno
viaggiando a più di 40 dollari al barile contro i 25 dollari del 2003. Solo
che, in Italia, il costo dell’energia è di circa il 40% più alto della media
europea.
3- I costi delle imprese
commerciali, nello stesso periodo, sono, invece, aumentati a causa degli
affitti, dei trasporti, delle tasse locali, dei servizi di pubblica utilità e
degli incrementi di prezzo della merce acquistata.
4- Continua ad essere abnorme la
spesa pubblica corrente che, nel primo semestre 2004, è aumentata, rispetto
allo stesso periodo del precedente anno, del 4,4% con un incremento assai
superiore al tasso di inflazione e senza nemmeno produrre alcun significativo
stimolo per la creazione di nuova ricchezza. Cioè la macchina dello Stato
continua a spendere soprattutto per mantenere se stessa. Il ministro
dell’economia sostiene che, con l’adozione del metodo Brown, vi sarà ora una
sostanziale inversione di rotta, un impegno positivo ma ancora tutto da
dimostrare data l’estrema rigidità che ha sempre contraddistinto la maggior
parte dei nostri meccanismi di spesa.
5- Non è ancora chiaro dove e in
che modo l’Italia intende attingere capitali per finanziare gli investimenti.
Di capitali dall’estero ne arrivano, infatti, assai pochi, meno di un terzo di
quelli che vanno, invece, nei maggiori paesi europei. Così, a fornire i
capitali per gli investimenti sono state fino ad oggi soprattutto le famiglie
italiane che però da ormai qualche anno hanno cominciato a chiudere i rubinetti
non avendo più fiducia nella crescita sia del mercato finanziario che
dell’economia reale.
Le coordinate su cui viaggia la
nostra crisi economica sono queste e far finta che siano, invece, altre
significherebbe veramente “farla fuori del vaso”.
Con uno sviluppo che continua ad
essere da encefalogramma piatto non si va davvero da nessuna parte.
Si affronti questo problema di
fondo e conseguentemente potranno andare a soluzione tutti gli altri problemi.