Il
nostro Paese si trova oggi di fronte a scenari che, sotto ogni profilo,
appaiono tutt’altro che tranquillizzanti. Da qualsiasi angolo di osservazione
lo si guardi questo scenario resta lo stesso. Uno scenario che potrà apparire
più o meno sfumato, ma purtroppo sempre con gli stessi profili e connotati.
La
verità è che non solo sembra essersi bloccato il motore dello sviluppo, ma non
sembra che vi siano ancora nemmeno idee chiare né sulla reale entità del guasto
né su cosa sia necessario fare per poterlo rimettere presto in moto.
Le ricette non mancano ma, essendo quasi tutte in stridente contrapposizione tra loro, finiscono con l’elidersi a vicenda sostanziando la paralisi e quindi contribuendo a prolungare la fase di stagnazione che, a sua volta, rischia di creare significativi e preoccupanti presupposti per un riflusso dell’intero sistema.
E
l’incarnato di questa situazione è rappresentato dalla crisi di fiducia sulle
prospettive di ripresa che ha colpito sia il mondo delle imprese che quello dei
lavoratori. E non poteva che essere così perché, come dice un vecchio adagio
giapponese, “quando non c’è più acqua nel secchio, non può più esserci luna
nell’acqua”. Il che, tradotto, significa che se vengono meno le certezze di
prospettiva, viene meno anche la fiducia con tutto quel che ne consegue.
E
siccome mi pare ormai chiaro che non potranno essere né l’Europa, né gli Stati
Uniti né le Nazioni Unite a risolvere un problema del genere, sarà bene che ci
diamo subito tutti da fare, in un modo o nell’altro, perché il tempo davvero
stringe. E stringe drammaticamente perché questa crisi endemica del sistema che
ora si va a sovrapporre alle nuove, reiterate e forse più incombenti e più
dirette minacce del terrorismo islamico ed anche all’improvvisa riesplosione della
guerra etnica in Kosovo rischia di trasformarsi in una miscela esplosiva.
Gli
aspetti più preoccupanti di questa situazione mi sembrano tre e, fra loro,
abbastanza interdipendenti.
Il primo
è l’ormai più che palpabile disorientamento delle famiglie a causa sia
dell’erosione del loro potere di acquisto sia della perdita di credibilità, a
seguito delle note vicende, del sistema di controlli a tutela e garanzia del
risparmio.
O si
porrà rimedio - e con misure di tempestiva efficacia - ad entrambi questi problemi
o mercato cioè consumi, da un lato, ed investimenti, dall’altro, subiranno
danni gravi per il sistema che, nel medio periodo, potranno diventare forse
anche irreparabili.
Il
secondo è il decadimento biologico di una parte del nostro sistema industriale.
Tutti ci auguriamo naturalmente che esso possa riacquistare vitalità e
competitività, ma non è certo somministrando solo enzimi estratti dalla papaia
che si può invertire questo processo. Così lo si potrà forse ritardare, e
neanche di tanto, ma niente di più.
La
verità – e sono anni che lo andiamo, spesso inutilmente, ripetendo - è che
bisogna lavorare ad un nuovo modello di sistema che faccia maggiormente leva su
quei settori di impresa - ad esempio, quelli che operano nella grande area dei
servizi di mercato - che oggi, assai più di altri, sono in grado di produrre
vero valore aggiunto e nuova occupazione.
Ed è
appunto questo salto di corsia, supportato da una diversa logica nella
distribuzione degli incentivi e delle risorse, che potrebbe produrre
un’inversione di rotta a beneficio anche – e non sembri un paradosso perché
proprio non lo è - di quel comparto industriale oggi chiaramente in affanno
soprattutto dal punto di vista occupazionale.
Il terzo
– e siamo così al tema centrale di questo convegno - riguarda proprio le
politiche del lavoro che, viste le altre due premesse, non potranno essere più
quelle di prima ma dovranno adeguarsi, invece, ad un modello di sistema che,
rispetto a quello degli anni ottanta e di parte degli anni novanta, sta cambiando
strutture, assetti, modalità di sviluppo, cornici e contorni.
Mi
sembra significativo che anche un autorevole, attento e spesso anche critico
analista delle questioni del lavoro come Luciano Gallino riconosca che la
flessibilità è ormai un dato strutturale di lungo periodo con il quale non
possiamo più non fare i conti se vogliamo ridare slancio al nostro sistema e
non operare solo nel segno del “down-sizing” del nostro posizionamento nel
contesto della competizione globale.
Il primo
passo è allora quello di distinguere tra la flessibilità quantitativa - che,
cioè, lavora sulle connessioni tra quantità dell’occupazione e andamento del
ciclo produttivo – e flessibilità qualitativa, quella che, invece, opera sulle
articolazioni salariali, sugli orari di lavoro, su modalità ampie e
differenziate di organizzazione del ciclo produttivo.
E
distinguere ancora, dal punto di vista degli impatti, tra settori, tra contesti
produttivi (ad alta o bassa intensità di lavoro e ad alto o basso grado di
innovazione tecnologica) e poi tra soggetti coinvolti (i giovani, le donne) e
poi ancora tra mercati territoriali del lavoro. Il che vuol dire, nella
sostanza, distinguere tra la flessibilità che può essere governata per via di
norme o di accordi contrattuali e la flessibilità che, per combattere il grande
mercato nero dell’occupazione - un primato che nessuno, in Europa, ci invidia -
richiede, invece, tutt’altra strategia.
Su
entrambe queste sponde occorrono interventi che consentano di costruire una
flessibilità regolamentata, contrattata ma anche sostenibile, una flessibilità
cioè che sia governata in modo da assicurare, da un lato, una salda tutela dei
diritti e, dall’altro, assicuri anche una progressiva ritirata della normazione
dal sistema dei rapporti di lavoro.
La
risposta sta probabilmente in un rapido arricchimento delle connotazioni
regolamentari e istituzionali della contrattazione collettiva ed innanzitutto
di quella di livello nazionale. La risposta sta anche nell’affrontare
finalmente il problema della rappresentanza e della rappresentatività oggi
supportato da norme di scarsa efficacia.
E vengo
al punto, cioè alla riforma Biagi.
Io credo
che essa possa diventare uno strumento attivo di governo della flessibilità e
spero che i fatti convalidino questo mio ottimismo.
Ma non
si tratta di realizzare solo una più ragionata flessibilità del mercato del
lavoro già di per se rilevante, ma anche di adottare strategie che, puntando ad
una flessibilità strutturale e di ambiente economico, sappiano coniugare
insieme politiche macroeconomiche, crescita dell’occupazione, efficienza del
mercato, formazione, ricerca, maggiore tutela dei redditi dei lavoratori e
quindi migliore qualità della vita per tutti.
Insomma
la riforma Biagi è solo un piccolo pezzo del grande puzzle che dobbiamo
comporre per ridare slancio, su basi strutturali, a tutto il nostro sistema
economico.
Occorre
fare ancora ben altro e chi è oggi di parere diverso si fa solo delle pie
illusioni. Bisogna far partorire al più presto nuovi modelli di sviluppo e agire
il più in fretta possibile come fa l’ostetrica quando si accorge che il
bambino, restando ancora nel ventre della partoriente, sta rischiando, per
mancanza di ossigeno, di perdere le funzioni vitali.
E mi
sembra che ci siano inderogabili priorità da affrontare. La prima è una diversa
politica fiscale che sia di incentivo e di stimolo non solo per un rilancio dei
consumi delle famiglie ma anche per gli investimenti delle imprese. Le une e le
altre vivono al buio in un’eclisse solare che dura ormai da troppo tempo. Anni.
La
seconda è la riaffermazione di una centralità della politica dei redditi come
strumento di governo delle tendenze inflazionistiche. Credo che, da questo
punto di vista, occorra mettere al più presto mano ad una sorta di manutenzione
straordinaria del modello che ci è stato consegnato dagli accordi del luglio
’93. E ciò è possibile affidando alle parti sociali il compito di individuare
percorsi e procedure che possano dare più concreta efficacia e diffusione alle
intese contrattuali anche attraverso una maggiore adesione alle condizioni
reali del mercato del lavoro che oggi, sul territorio, appaiono spesso assai
differenziate. La bilateralità può e deve svolgere un ruolo importante in
questa partita ma può e deve farlo non tanto sulla base di automatismi
normativi - che pure ci vogliono ma da soli non bastano - quanto e soprattutto
agendo, sul territorio, come canale attraverso il quale monitorare punti di
tenuta e di crisi dei sistemi contrattuali.
La
terza, che poi può considerarsi anche la premessa delle altre due, riaprire una
fase di concertazione tra Governo e parti sociali che consentendo finalmente un
confronto, sotto pelle, dei problemi che incontra tutto il nostro sistema
economico, permetta l’assunzione di iniziative che siano il più possibile
condivise.
Perché -
e concludo - “o si cambia o si cambia”. Questo è quel che oggi chiede il Paese.