Sono molti anni, fin troppi direi, che, nei
convegni come altrove, discutiamo sull’importanza che hanno ormai assunto, per
lo sviluppo dell’economia, le moderne tecnologie.
E che “fare sistema” per la nostra grande area di
piccole e medie imprese significa, in primo luogo, inserirle in un processo di
informatizzazione che consenta, da un lato, di razionalizzare le filiere dei
costi e quelle degli acquisti e, dall’altro, di creare più solide basi per lo
sviluppo delle loro attività.
In teoria, ma purtroppo solo in teoria, siamo di
fronte all’uovo di Colombo: se, come pare, i prodotti e i servizi – penso a
molti prodotti di fattura artigianale, da un lato, e ai servizi del turismo,
dall’altro - non temono ancora confronti, almeno sotto il profilo della qualità,
nel mondo, perché non canalizzare, per gruppi di acquisto, la loro offerta, ad
esempio, anche via Internet?
Pare di sognare e, difatti, stiamo sognando perché
la realtà in cui queste imprese sono costrette oggi ad operare è purtroppo
tutta diversa.
Colpa delle imprese troppo miopi per vedere quali
prospettive potrebbe riservare loro il futuro o colpa, invece, di un sistema
istituzionale e politico che a tutto pensa meno che a sollecitare e a
pianificare questo tipo di sviluppo?
Questo sta diventando, con gli anni, un discorso
veramente di lana caprina.
Vero che molti piccoli imprenditori, alla testa di
aziende cronicamente sotto capitalizzate, o non vedono al di là del proprio
naso o non amano fare investimenti che non possano avere, a breve, un concreto
riscontro negli utili, ma è anche vero che le Istituzioni non fanno nulla di
nulla per allargare le loro prospettive e i loro orizzonti. Insomma per
aiutarle a crescere.
Salvo poi accusare pubblicamente di “nanismo”
economico questo settore di imprese come se restare nane fosse una loro libera
e consapevole scelta.
Un ragionamento, quello delle Istituzioni e dei
gestori della politica, che appare assai poco convincente e che corre sul filo
dell’ipocrisia.
La verità è un’altra e va analizzata per quella che
veramente è.
Per
anni - ma ormai abbiamo superato il decennio - le Istituzioni hanno finto di
non accorgersi che stava sostanzialmente cambiando il nostro modello di
sviluppo.
Come se, contrariamente a quel che stava avvenendo
nel resto del mondo e soprattutto nell’economie occidentali, l’impianto “fordista” avesse, in
Italia, invece, ancora grandi possibilità di sviluppo.
Per anni, a mani basse, le Istituzioni hanno
pervicacemente continuato a far confluire
sulla sola grande impresa manifatturiera incentivi e pubblico denaro che
avrebbero dovuto, invece, essere programmati ed investiti diversamente.
Non si è fatto e oggi, mentre è stata impiantata
una marea di capannoni inutilizzati, abbiamo uno sviluppo tecnologico ancora da
terzo mondo.
E poco importava il fatto che fossero, invece,
ormai le piccole e medie imprese soprattutto del settore del terziario a
produrre la maggiore quota di Pil e il maggior numero di nuovi posti di lavoro.
Meglio continuare a guardare alle “stelle fisse” o
almeno all’immagine che esse ancora continuavano a proiettare sugli schermi
della politica.
E questa nuova legge finanziaria, da questo punto
di vista, non ci dice purtroppo nulla di nuovo.
Essa infatti non prevede nulla che consenta di
ridurre i costi di una logistica - parlo di infrastrutture, trasporti di merci
e di persone, interporti, ecc - che oggi sono, in Italia, mediamente più alti
del 40% rispetto agli altri paesi dell’euro.
Non contiene strumenti che servano a ridurre un
costo dell’energia che è mediamente superiore del 25% a quello degli altri
paesi europei.
Ma che importa? Tanto abbiamo i capannoni!
E, invece, importa e importa tanto perché senza il
supporto di una moderna logistica e senza un piano energetico che consenta di
ridurre i costi di tutti i servizi di base il sistema delle piccole e medie
imprese non potrà avere un futuro.
E anche le tecnologie fanno parte di questa
logistica ancora in gran parte da costruire.
Provi oggi una piccola impresa ad andare in un
istituto di credito e a chiedere un prestito che gli consenta di fare gli
investimenti necessari per l’ammoder-namento tecnologico dei suoi impianti. La
banca opporrà un cortese ma fermo diniego a meno che l’interlocutore, a
garanzia del prestito, non offra il solito mattone.
E siccome tutti i mattoni disponibili sono stati
già utilizzati da questo tipo di
impresa per garantirsi un altro genere di investimenti, quelli legati ai
fattori di pura sopravvivenza, le tecnologie restano nell’armadio, anzi in
cielo.
E lo Stato? L’unico strumento che utilizza non è di
tipo tecnologico ma, invece, di carattere fiscale.
E si tratta di strumenti a dir poco antidiluviani
come è il caso dell’Irap, una tassa che colpisce questo tipo di impresa proprio
su una spesa viva e abnorme come quella prodotta dal costo del lavoro.
E ancora: si pensa ora a ridurre l’Irap ma solo per
la parte delle spese destinate alla cosiddetta ricerca. Ma non c’è più niente o quasi niente da ricercare in questo Paese: servirebbe, invece, dedurre da questa
tassa almeno le spese che le piccole e medie imprese hanno intenzione di fare
per ammodernare tecnologicamente i loro impianti.
Ma questo, da parte del Governo, sarebbe come
“sparigliare” cioè cambiare l’ottica della sua politica, dirà qualcuno.
Appunto. E’ proprio questo “spariglio” che è ormai
necessario per lo sviluppo di questo Paese.
E “sparigliare” significa adottare provvedimenti
che finalmente possano promuovere lo sviluppo del sistema delle piccole e medie
imprese che oggi desiderano soltanto di poter crescere.
E “sparigliare” significa ancora distribuire in
modo diverso le risorse disponibili in modo che non siano sempre e solo i
soliti cartelli e monopoli,
insomma i poteri con la P maiuscola di questo Paese, ad operare in condizioni
di netto privilegio.
E’ insomma sparigliando ma sparigliando veramente
che le Istituzioni della politica possono oggi produrre qualcosa di buono per
lo sviluppo di questo Paese.
E’ così potranno finalmente prendere piede le
moderne tecnologie e le reti informatiche
e realizzare quella trasformazione, in chiave finalmente liberista, del
nostro sistema economico che è ancora purtroppo nel nostro libro dei sogni.