dell’Italia
di oggi si continuano a produrre immagini in grande quantità ma spesso assai
diverse tra loro.
Ad
ogni scatto di Polaroid, a seconda del punto di angolazione, corrisponde una
diversa realtà.
E’ il
paradosso di una società assai composita e stratificata che, da sempre, vive
tra sogno e realtà, in un incessante moto pendolare tra due sponde estreme:
troppo individualismo, da una parte, troppo conformismo, dall’altra.
La
fotografia che ci convince di meno è quella che cerca di riprodurre l’immagine
di un Paese vetusto, con i capelli bianchi, destinato ormai ad un inesorabile
declino.
Non
ci convince nemmeno l’immagine di un Paese sempre più opaco, privo di mordente,
poco reattivo, rannicchiato su se stesso, quasi arreso, incapace di affrontare
le dirompenti novità della società moderna.
Con un destino irrimediabilmente segnato, come quello
degli anziani nel Giappone degli Shogun: assisi sul crinale della montagna a
guardare l’orizzonte in attesa della fine.
Tutte
queste sono immagini “truccate”.
Quello
di “ritoccare” le foto è, del resto, un vizio che ci portiamo dietro da molti
anni.
Grazie
a Dio, siamo, invece, ancora vivi e vegeti. E con una grande voglia di fare e
di crescere.
Lo
siamo tutti. Lo è anche l’esercito dei nostri ultra-sessantenni.
Non
pare però nemmeno convincente l’immagine di chi, al contrario, ci prospetta un
Paese costantemente in marcia, capace di superare ogni tipo di ostacolo,
strutturalmente proiettato verso il futuro.
Anche
questo ottimismo sparso nell’aria con le bombolette spray ci lascia perplessi.
E
quale sarebbe allora l’immagine autentica di questo Paese?
Quella,
credo, di un Paese che ha una grande voglia di muoversi, ma che è costretto a
restare in coda, spesso fermo, con tempi di sosta interminabili.
A
causa di “cantieri” che si aprono e poi si richiudono e poi si riaprono e poi
si richiudono. All’infinito.
E poi
ci si meraviglia che possano esplodere, all’improvviso, forme di protesta come
quella, ad esempio, degli abitanti di Montecorvino!
E’
questo, gira e rigira, il nostro vero problema.
So
bene che parlando di questi “cantieri” tocco un “nervo scoperto”.
Un
nervo che fa molto male.
Ma
c’è un’Italia che è davvero stanca di stare in coda, chiusa dentro le sue
minuscole scatole di latta, in attesa che questi cantieri finiscano i loro
interminabili lavori.
Un’Italia
stanca certo, ma niente affatto succube o “arresa” come dimostra anche la sua
attiva partecipazione - doppia, in percentuale, rispetto a quella degli altri
Paesi - al voto europeo ed amministrativo.
Voglia
di partecipazione perché qualcosa cambi anche se, per ottenere finalmente
questo cambiamento, non si sa più da quale parte guardare e a chi poter ancora
dare fiducia.
E’
un’Italia che manifesta un crescente stato di incertezza e di malessere.
Insomma,
un Paese “indispettito”.
Un
Paese che si sente depauperato. Nel portafoglio e nelle aspettative.
I
pressanti appelli che vengono lanciati alla politica perché abbassi il suo
tasso di litigiosità e cominci a lavorare di più per il bene comune continuano
purtroppo a cadere nel vuoto.
Una
democrazia, per crescere, ha bisogno di istituzioni forti e di una politica che
sappia produrre risultati.
Quando
entrambe “si incartano”, rischia di “incartarsi” tutto il Paese.
Ne
soffre anche l’economia. E parecchio.
E’
dalla caduta del muro di Berlino che si discute sulla necessità di una
revisione del modello istituzionale che consenta una più efficiente e più
moderna gestione di tutto l’arco dei pubblici poteri.
Il
passaggio dal sistema di voto proporzionale a quello maggioritario avrebbe
dovuto essere il primo segmento di un ben più lungo e significativo tracciato.
Ma,
una volta che si è asfaltato questo primo tratto di strada, tutto si è bloccato
di nuovo.
E il
“fermo” del cantiere istituzionale continua a produrre danni.
Tutti,
da ogni sponda politica, vorrebbero accelerarne i lavori ma poi non accade, di
concreto, quasi nulla.
Nel
frattempo il sistema rimane sostanzialmente “ingessato”.
Preoccupa,
ad esempio, questo nostro bicameralismo elefantiaco:
-
da un lato, gioca a domino con
iter legislativi che, invece di semplificarsi, vengono “zavorrati” di continuo;
-
dall’altro, fa il gioco
dell’oca - un passo avanti e due indietro - con leggi come quella sulla tutela
del risparmio che, in un sistema di moderna ed efficiente democrazia, avrebbero
dovuto essere approvate all’istante.
E’
proprio il caso di dire: poveri risparmiatori!
Anche
a causa di questo, il risparmio delle famiglie è stato in gran parte “dirottato”,
nel corso dell’ultimo anno, sull’acquisto e la ristrutturazione di immobili o
“parcheggiato” come liquidità.
E’
come se i risparmiatori si fossero barricati in casa.
Il
Parlamento, pur avendo tutti i poteri necessari per sbloccare questa situazione,
non ha saputo o potuto utilizzarli.
Brutta
vicenda. Non la lava nemmeno l’oceano.
Dopo
i casi dei bonds argentini, di Cirio e di Parmalat, dare una risposta efficace
ed urgente alle esigenze di tutela del risparmio e di disciplina dei mercati
finanziari resta una priorità cui una politica responsabile non si può
sottrarre.
Restituire
fiducia agli investitori e ai risparmiatori è, infatti, la premessa necessaria
per creare, in Italia, mercati finanziari più efficienti e più trasparenti.
Ricostruire questa fiducia è interesse comune di tutti gli attori del mercato
creditizio e finanziario:
- dei
cittadini per l’allocazione del loro risparmio;
-
delle imprese per la loro provvista finanziaria;
- e
anche, anzi soprattutto, delle aziende di credito.
Queste
ultime devono ora dimostrare la capacità del modello di “banca universale” ad
operare tanto sul terreno della consulenza ai risparmiatori, quanto su quello
di una selezione del merito di credito che sappia accompagnare i processi di
crescita delle imprese.
In
particolare, di quell’impresa diffusa per la quale l’impatto degli accordi di
Basilea si traduce in una preoccupante prospettiva di deterioramento di questo
merito.
C’è
molto da fare e, anche in questo caso, il tempo non è una variabile indipendente.
Bisogna
affrontare – dopo la riforma del diritto societario – quella del diritto
fallimentare.
Bisogna
costruire quei fondi pensione di matrice contrattuale che possono contribuire
al rafforzamento e alla trasparenza dei mercati finanziari.
Bisogna
completare il processo di riforma e di rafforzamento dei consorzi di garanzia
fidi.
E
bisogna, ancora, che banca e impresa operino sulla stessa lunghezza d’onda,
condividendo una cultura del finanziamento che privilegi gli strumenti
partecipativi finalizzati alla crescita del capitale d’impresa.
Bisogna
– rapidamente – varare le nuove regole per la tutela del risparmio e la
disciplina dei mercati finanziari.
Regole
cui spetta il compito – difficile, ma certamente possibile – di riequilibrare
l’efficienza della governance societaria con la giusta tutela delle minoranze e
di affrontare il nodo dei conflitti d’interesse tra partecipazioni rilevanti ed
erogazione del credito.
Continuando
con il gioco infinito delle “scatole cinesi” non si va più da nessuna parte.
Regole
che sappiano rafforzare la vigilanza e l’investigazione finanziaria, ma anche
la concorrenza nel sistema bancario e che, senza prefigurare alcun controllo
politico del credito e della finanza, riconoscano però la necessità di doverose
sedi di confronto e di verifica tra Autorità, Governo e Parlamento.
E, a
questo punto, vorrei parlare anche dello strapotere che esercita, sul sistema
economico, la nostra burocrazia.
Essa
dovrebbe essere al servizio dei cittadini e del sistema di mercato.
Continua
ad accadere, purtroppo, il contrario: sono i cittadini e le imprese ad essere
prigionieri di un potere amministrativo che impone loro regole vessatorie e
mortificanti anticamere.
Di
tutto questo si sente parlare assai poco come se i veri problemi di questo
Paese fossero altri.
Ma a
vivere oggi tra le nuvole è chi non parla di queste cose e preferisce parlare
d’altro.
In
questi ultimi mesi, si è parlato, in tv, soprattutto di Iraq e di ostaggi.
Era
giusto così e poi si trattava di argomenti che “tiravano” sugli ascolti.
Ma
perché non parlare anche di chi, in Italia, continua ad essere “ostaggio” di un
sistema che non funziona?
Perché
mai un cenno o una parola, in tv, su tutte quelle imprese che, ogni giorno -
nei settori della distribuzione, del turismo, dei servizi e dei trasporti -
sono ostaggi su ogni tipo di problema che sia tassa, imposta, licenza, pratica
amministrativa o altro?
Quando
si farà finalmente qualcosa di concreto per la liberazione anche di questo
“innumerevole” numero di ostaggi?
Continua
ad esserci, ad esempio, un’odiosa, medievale tassa sulle insegne su cui lucrano
ingiustamente le amministrazioni locali.
E io
dico: attenzione, attenzione, amici.
Attenzione
Istituzioni, classe politica ed anche mass media, perché la pentola dello
scontento sta superando il punto di ebollizione.
Aprite
bene gli occhi, tendete le orecchie perché l’elettore tende a comportarsi
sempre di più come un’agenzia di “rating”: alza o abbassa il voto a seconda dei
risultati che vengono raggiunti.
Del
resto, questo è stato sempre un principio etico della democrazia e funziona.
Ovunque.
Anche
le forme di reclutamento della nostra classe politica sono da sempre un
problema.
Nel
tracciare l’identikit dell’uomo che intenda esercitare la professione del politico,
Max Weber indica nella passione, nel senso di responsabilità e nella
lungimiranza le doti peculiari.
E ne
aggiunge una quarta: poca vanità personale, molto spirito di servizio.
Non
mi pare che si stiano sempre rispettando i canoni di Weber.
Né a
destra né a sinistra.
E ad
approfittarne è proprio la burocrazia che, arrogandosi un potere in qualche
modo di “supplenza”, continua ad imporre i propri moduli di comportamento.
Weber
aveva intuito anche questo sostenendo che “il peso crescente delle burocrazie è
un dato strutturalmente pericoloso per la modernità della politica”.
Il
concetto di “burocrazia”, in sé, non ha nulla di patologico.
Altrove,
difatti, la burocrazia funziona.
E’,
in Italia, invece, che ha assunto forme “patologiche”.
Essa
ha, ad esempio, un costo del lavoro abnorme che è del 44% più elevato rispetto
alla media di tutti i settori produttivi.
A
prezzi costanti, un’unità di lavoro costa 783 euro al mese ai settori privati e
1.130 euro alla Pubblica Amministrazione.
Non è
una lieve differenza.
Questo
non è uno scalino. E’ uno “scalone”.
E
siccome questi 1.130 euro li paghiamo tutti di tasca nostra c’è di che
riflettere.
Tutto
giustificato – lo scalone - dalla produttività e dal grado di efficienza della
Pubblica Amministrazione?
A me
non pare proprio.
Ma
torniamo alla dirigenza politica.
Lasciamo
pure perdere la “passione” che, in politica, è stato sempre un concetto assai
“elastico”.
La
cosa che spesso preoccupa è la sua mancanza di “lungimiranza”: dovrebbe
adoperarsi di più per la costruzione di una società che punti allo sviluppo.
Ma è
vero che la classe imprenditoriale dovrebbe sempre operare con maggiore
“lungimiranza”.
Non è
certo un problema che nasce oggi, ma è anche di oggi.
Anzi,
oggi è attuale come non mai.
La
somma di queste “patologie” che ci portiamo dietro da tempo sta aumentando il
tasso di precarietà del Paese.
Cerco
di descriverlo a volo radente.
E
parto dal modo in cui lo Stato si è liberato del suo poderoso apparato
industriale e finanziario.
Gli
obiettivi di questa operazione avrebbero dovuto essere tre:
-
primo: reperire risorse per
fare investimenti nelle infrastrutture di base;
-
secondo: contribuire al
risanamento del debito pubblico;
-
terzo: creare condizioni di un
sistema di mercato che, rafforzando la libera concorrenza, creasse maggiori
vantaggi per il cittadino.
Non
sono stati compiutamente realizzati né il primo, né il secondo, né tanto meno
il terzo obiettivo.
Alle
“oligarchie” pubbliche si sono, difatti, sostituite quasi altrettante
“oligarchie” private.
Monopoli
erano e monopoli, in gran parte, sono rimasti.
Sono
cambiate solo le targhette fuori della porta.
Cosa
si è fatto per liberalizzare il settore dell’energia elettrica che, in Italia
ha un costo che è del 25% - venticinque per cento, avete sentito bene - più
alto di quello della media degli altri Paesi europei?
Anche
il costo del gas è, in Italia, superiore del 30% alla media europea.
Nei
giorni scorsi ha puntato il dito su questi problemi il presidente
dell’Antitrust, Tesauro.
Una
domanda però: non era compito di tutte le Authorities create in questi anni
stimolare il processo di liberalizzazione del mercato?
E
ancora – sulla “fragilità” del Paese - vogliamo parlare della carenza in molte
aree del nostro territorio – meno 30% rispetto a Francia e Germania – della
carenza delle infrastrutture e dei servizi di base?
O
degli oneri che dai Comuni vengono “scaricati” sulle imprese per la raccolta
dei rifiuti e che sono, per l’utenza, dell’80% più pesanti che negli altri
Paesi?
Si ha
un’idea di quanto questi fardelli pesino sulla gestione delle imprese e quanto
essi, di fatto, riducano il livello della loro competitività?
La
verità è che il nostro sistema corre oggi con una gamba sola.
Fino
a quando il sistema dei servizi non potrà far leva su un’adeguata rete di
infrastrutture non potrà puntare allo sviluppo.
Perché
è inutile comprarsi un’auto se poi non ci sono strade su cui poterla
utilizzare.
Occorre
davvero un colpo di reni, necessario per alcuni precisi motivi.
Primo:
la logistica, nel suo complesso, ha un costo, in Italia, mediamente superiore
del 30-40 per cento a quella dei nostri principali concorrenti.
Secondo:
i ritardi dovuti al semplice congestionamento dei trasporti incidono oggi per
cifre che variano dai 20 ai 35 miliardi di euro, cioè dall’1,5 al 2% del nostro
Pil.
Terzo:
la privatizzazione delle grandi reti è stata fatta senza preoccuparsi della
liberalizzazione del mercato, l’unica che avrebbe potuto garantire servizi di
qualità e prezzi competitivi.
Quarto:
gli investimenti infrastrutturali fino ad ora realizzati non consentono, per
quanto riguarda i servizi su rotaia e l’integrazione via mare, alternative
competitive al trasporto dei prodotti che rimangono pertanto affidati alla
congestione del trasporto su gomma.
La
somma di questi motivi rende praticamente impossibile, se non a costo di
pesantissimi sacrifici, l’esercizio delle attività di servizio delle imprese
del terziario.
Imprese
che oggi rappresentano il 60% del prodotto interno lordo rispetto all’appena
35% di 15 anni or sono.
Far
arrivare, ad esempio, nelle strutture commerciali, i prodotti da mettere in
vendita ha oggi costi logistici e di trasporto che sono quasi doppi rispetto a
quelli della media europea.
Tutto
ciò produce effetti distorsivi anche sul sistema dei prezzi.
Ma
queste “patologiche” carenze, al momento di pagare le tasse allo Stato e ai
Comuni - Irpef, Irap e tanto, troppo d’altro - non sono tenute in alcuna
considerazione.
Il
motto della Pubblica Amministrazione è sempre uno e uno soltanto: “Solve et
repete”, prima paga e poi qualcosa ti restituiremo.
E,
aggiungo, forse.
Perché,
ad esempio, non si può non citare, nel lungo elenco delle cose che non vanno,
anche la lentezza con cui vengono eseguite le grandi opere pubbliche.
Con
la legge obiettivo qualcosa sta cambiando, e di questo bisogna sicuramente dare
atto a questo Governo.
Il
tempo medio che, però, è stato fino ad ora necessario, in Italia, per
realizzare un nuovo asse infrastrutturale è di 14 anni e mezzo contro i 4 e
mezzo della Spagna, i 5 della Germania e i 6 e mezzo della Francia.
Non
bisogna essere premi Nobel per capire che tempi così lunghi di realizzazione
comportano non solo costi assai più elevati con conseguente sfondamento dei
piani di spesa, ma anche un allestimento di opere che rischiano di essere
realizzate solo quando sono ormai “datate” e quindi parzialmente improduttive.
Un
esempio. La realizzazione della TAV, il trasporto su ferrovia ad alta velocità,
aveva, quando fu progettata nel ’93, un piano di spesa di 28 mila miliardi di
vecchie lire di cui solo il 40% a carico dello Stato.
Una
volta entrata in funzione, questa spesa avrebbe dovuto essere ammortizzata in
16 anni con un prezzo del biglietto per il trasporto del 20% inferiore a quello
aereo.
Oggi
il costo di quest’opera che, nel frattempo, è finito interamente sulle spalle
dello Stato, non è inferiore a 80 mila miliardi delle vecchie lire.
E
forse non basteranno perché parte delle tratte della TAV non entreranno in
funzione prima del 2010.
Certo,
pesano i “vincoli ambientali”.
Ma
parlando di questi vincoli dovremmo cominciare a chiamare le cose con il loro
vero nome.
Perché
il primo, vero “vincolo ambientale” è rappresentato dall’estrema farraginosità
della nostra burocrazia e delle leggi che la governano.
Chilometri
e chilometri non di strade, ma di norme e di regolamenti assai spesso in
contrasto tra loro.
Progetti,
strategie ed opere, a causa di tutto questo, continuano a restare a mezz’aria.
E’
compito del Governo e della politica intervenire perché ci sia una sostanziale
correzione di tiro.
Come
continua a fare “scandalo” – non c’è altro termine più appropriato -
l’inadeguatezza - abissale al Sud - di reti metropolitane, di trasporti
pubblici di superficie, di acquedotti, di fognature, di sistemi elettrici, di
impianti per lo smaltimento e la trasformazione dei rifiuti, di infrastrutture
per lo sviluppo del turismo e dell’intrattenimento.
Di
sviluppo del Mezzogiorno si continuerà a parlare solo in astratto fino a quando
non si risolveranno soprattutto questi problemi.
Soprattutto,
ma non solo.
Perché
l’agenda per il Mezzogiorno continua ad annoverare una fitta serie di questioni
aperte: lotta alla criminalità e impegno per la tutela della legalità;
fiscalità di vantaggio; valorizzazione dei “giacimenti” dei beni culturali ed
ambientali.
Che
noia, si dirà, ripetere sempre le stesse cose.
Che
scandalo, dico io, trovarseli sempre di fronte e dover continuare a convivere
con essi!
Proseguo
nel volo radente.
Ci
viene, ad esempio, da sorridere di fronte alla proposta di “importare” in
Italia l’idea del Ministro francese Sarkozy per una riduzione dei prezzi da
parte della distribuzione.
Sarà
bene, a questo proposito, chiarirsi le idee.
Prima
si “importi” in Italia anche l’efficienza delle infrastrutture e della pubblica
amministrazione della Francia e, poi, si potrà discutere anche di questo.
Prima
si cancellino tutti i costi aggiuntivi che le imprese della distribuzione sono
costrette a sopportare ogni giorno per l’inefficienza del sistema e, poi,
parleremo volentieri anche del resto.
Noi
siamo disponibili insomma ad affrontare il problema dei prezzi sempre che, su
di essi, ci sia finalmente un approccio serio e che parta da logiche
strutturali.
Un
approccio, in altri termini, che riconosca il valore del pluralismo
distributivo italiano.
Un
pluralismo di gruppi e di formati dimensionali, che merita scelte per il
rafforzamento della sua efficienza.
Scelte
per preservare un tessuto unitario di regole di mercato anche nell’Italia del
federalismo commerciale.
Scelte
per mobilitare strumenti e risorse della politica economica: a cominciare dai
processi di riqualificazione delle aree urbane per finire alla formazione e
all’assistenza tecnica.
Oggi
i cittadini e le imprese pagano, in Italia, troppo allo Stato ricevendo troppo
poco in cambio.
La
“cura da cavallo”, cui il Paese è stato sottoposto per l’adesione al Trattato
di Maastricht, con tutto quello che ciò ha comportato, compresa la “conquista”
dell’euro, avrebbe dovuto essere accompagnata anche da pesanti tagli a tutti i
gangli costosi ed improduttivi della spesa pubblica.
Ma,
fino ad adesso, su questo versante è stato fatto assai poco.
A
pagare “dazio” - e che dazio, amici! - per questa adesione sono state
interamente le nostre famiglie, da una parte, e le nostre imprese, dall’altra.
Credo
però che per meglio fotografare i ritardi che si sono accumulati in questi anni
nel processo di ammodernamento del Paese, un altro esempio sia necessario.
Nonostante
che segnali di perdita di competitività affiorassero, nel nostro sistema
economico, ormai da tempo, poco o nulla è stato fatto da parte dello Stato per
fare investimenti nei settori della ricerca, delle tecnologie e della
formazione.
Eppure
la traumatica scomparsa di settori chiave come quelli dell’informatica e della
chimica avrebbe dovuto essere qualcosa di più di un campanello d’allarme.
Anche
nelle università, ricerca e innovazione hanno messo le ragnatele.
I
ricercatori, con una lenta ma efficace operazione di mobbing (“non ci sono
soldi per voi!”) sono stati invogliati a fare le valigie.
Ora
si cerca, in qualche maniera, di recuperare ma, intanto, sono stati persi più
di 15 anni.
Dobbiamo
dunque accelerare e rafforzare l’impegno per tutte le azioni finalizzate alla
qualificazione delle risorse umane: per l’Università e la ricerca, per la
scuola e per i percorsi di alternanza tra scuola e lavoro, per la formazione
continua.
Genova,
ad esempio, con il progetto dell’Istituto Italiano di Tecnologia, dimostra che
fare di più per recuperare il tempo perduto è possibile.
In
più, lo Stato ha continuato ad operare con la sua vecchia ottica convogliando
su quel che restava delle partecipazioni statali e sugli altri comparti
industriali una grande quantità di incentivi che però, per la maggior parte,
sono stati assegnati, come dire, “in bianco”.
Senza
la clausola cioè che essi dovessero servire a potenziare prima di tutto la
ricerca, l’ammodernamento tecnologico delle strutture, lo sviluppo
dell’occupazione e la competitività.
Così
ci troviamo di fronte ad una compagnia di bandiera, l’Alitalia che, nonostante
abbia ingoiato, in questi anni, enormi quantità di risorse, non ha fatto ancora
nulla di concreto per ristrutturarsi e tornare ad essere competitiva in un
settore certamente strategico come è quello del trasporto aereo.
Vi
sono stati sprechi inauditi. In tutti i sensi, in tutte le direzioni.
E chi
sta pagando tutto questo se non noi?
Per
quanto riguarda il Mezzogiorno, questa politica degli incentivi ha fino ad ora
prodotto lo stesso risultato che può produrre un’autobotte che versa acqua nel
deserto.
Gli
incentivi ai settori privati vanno rimeditati e rimodulati.
Vogliamo
parlarne o anche questo argomento deve essere considerato tabù? Vogliamo
parlare del fatto che i 24 miliardi e mezzo di euro stanziati negli ultimi due
anni sotto forma di incentivi alle imprese del Mezzogiorno non hanno garantito
sufficienti ritorni né in termini di nuova occupazione né di aumento del Pil e
che vi sono 15 miliardi di euro di “residui” cioè di somme non utilizzate, anche
per interventi di tipo infrastrutturale?
Parliamone
perché così non va.
E’
tutto il meccanismo degli incentivi che va rivisto e ripensato.
A
dimostrazione di ciò bastano tre esempi.
Primo,
il credito di imposta è andato a beneficio di aziende che, per almeno il 50%,
non ne avevano diritto. Altre che ne avevano diritto sono state, invece,
escluse.
Secondo,
i cosiddetti “contratti di programma” non sono decollati, tanto è vero che, dal
1996 al 2003, risulta erogato solo il 37% delle somme che sono state stanziate.
Terzo,
il sistema degli interventi a pioggia previsto dalla legge 488 ha avuto effetti
occupazionali per lo meno dubbi e non rispondenti ad una logica di strategia
economica.
Nessuno
di noi è così scriteriato da pensare che questo Paese possa risolvere i suoi
problemi penalizzando, in qualche modo, il comparto industriale.
Io
penso esattamente il contrario.
Ma la
benzina va messa nei serbatoi per far correre le macchine e non per continuare
a far girare il loro motore in folle.
Si
attui, per gli incentivi, una produttiva correzione di tiro e a beneficiarne
sarà, in primo luogo, l’impresa manifatturiera.
Sarà
questo uno dei tanti argomenti “caldi” del nuovo documento di programmazione
economica e finanziaria.
La
speranza è che, sulla spinta di nuovi, diversi e più strutturati moduli
strategici, tutta l’economia possa finalmente ripartire.
Sarà
così?
Non
voglio perdere l’ottimismo, ma, come San Tommaso, crederò quando vedrò e potrò
toccare con mano.
E’
importante la decisione del nuovo Presidente di Confindustria - al quale
rinnoviamo i migliori auguri di buon lavoro - di voltare pagina.
E
accettiamo di buon grado l’invito che anche a noi egli ha rivolto di sederci
intorno ad un tavolo per avviare forme di confronto fra tutte le parti sociali,
che possano essere più produttive di risultati: sia sul versante delle
iniziative contingenti, sia su quelle di maggiore valenza strategica.
Il
che vuol dire ricominciare a parlare davvero – ma a 360 gradi - di imprese, di
occupazione, di riforme e di mercato cercando, per ciascuno di questi grandi
temi, vere soluzioni.
Ed è
importante che siedano a questo tavolo i sindacati dei lavoratori perché, senza
un loro sostanziale e costruttivo apporto, questo Paese rischia di non
“svoltare”, di non andare da nessuna parte.
Ma,
se vogliamo fare finalmente “centro”, in questa stagione di confronto dobbiamo
mettere tutti sul piatto qualcosa di nuovo e di diverso.
Anche
dai sindacati ci attendiamo qualcosa di nuovo e di diverso.
Qualche
“sì” in più e qualche “no” in meno.
Anche
quando si negoziano i contratti, anche quando si parla di flessibilità del
mercato del lavoro.
E noi
puntiamo – sia ben chiaro – ad un tipo di flessibilità che sia contrattata tra
le parti e che, anche per questo, non diventi mai precarietà.
Lo
abbiamo dimostrato con una posizione chiara, quando si è posto in discussione
il problema di una riforma dell’art. 18.
Questa
è la nostra “cultura”. E non intendiamo cambiarla.
Ma i
sindacati devono rendersi conto che viviamo ormai in una realtà economica,
nella quale anche la flessibilità è diventata un dato strutturale.
Comportarsi
come se questo dato non esistesse è impossibile.
Per
questo noi crediamo che alla trattativa non ci siano alternative.
Individuare
un “metodo” che consenta l’avvio di una nuova stagione del dialogo è assai
importante.
Che
si chiami concertazione o in altro modo poco importa.
L’importante
è smetterla di parlarsi solo per posta o utilizzando la sponda e i “filtri” dei
mass media.
E’
quello che, fino ad adesso, è troppo spesso accaduto.
E a
trarne vantaggio sono state proprio quelle forze che, per poter continuare a
gestire, nel solito modo, le loro leve e le loro rendite di potere, hanno
sempre avuto bisogno di un sistema che restasse il più possibile frammentato e conflittuale.
Perché
questo dialogo possa funzionare, le parti sociali devono rafforzare anche il
loro “status” di soggetti politici autonomi.
Lo si
sta facendo. Ed è anche questo positivo.
E’
proprio partendo da queste basi che il confronto con la politica e con il
Governo potrà diventare più produttivo di risultati.
Nessuna
forza politica, a qualunque schieramento essa appartenga, può ormai sottrarsi a
questo confronto.
Il
Governo ha di fronte una fitta agenda di scadenze e di problemi.
Tra
questi problemi, anche quello di riforme che restano, per così dire, “appese”
perché su di esse non si riesce a trovare un accordo nella maggioranza.
Il
desiderio di noi tutti, quello di contribuire a far fare al Governo le cose che
servono per uscire da questa lunga fase di stagnazione, è fuori discussione.
Siamo
in presenza di un’economia internazionale che continua a dare purtroppo segnali
incerti e ondivaghi.
USA,
Cina e Giappone in crescita, ma non si sa per quanto tempo. L’ Europa, invece,
sempre sotto sforzo.
Oltre
ai fattori della geopolitica - le pesanti incognite che ancora riserva la
situazione in Iraq e in tutto lo scacchiere medio-orientale - sussistono altri
pesanti elementi di incertezza:
- il
probabile aumento dei tassi di interesse da parte della Fed;
- la
miccia a lenta combustione del prezzo del petrolio, con gli effetti che esso
potrà generare sul processo inflazionistico e sugli oneri del debito pubblico;
- gli
equilibri della finanza pubblica oggi in via di peggioramento, sia negli USA
come in Europa.
Si
stanno accumulando debiti pubblici che, un giorno o l’altro, gli Stati dovranno
pagare.
E’
evidente che l’Italia, proprio perché non può subire passivamente gli effetti
di questo ciclo internazionale, deve approntare una politica economica rigorosa,
ma anche lungimirante, attraverso misure - sia di tipo congiunturale sia di
carattere strutturale - “focalizzate” sul rilancio del mercato interno.
Secondo
le stime del nostro Centro Studi, l’aumento del PIL, nel 2004, resterà ancorato
all’1,1%. Così siamo sul filo del rasoio.
Anche
nel 2005, rischiamo di restare al di sotto della media europea.
Preoccupano
inoltre sia la debole crescita dei consumi delle famiglie – solo +1,2% nel
2004, poco più dell’1,5% nel 2005 – sia il troppo debole recupero degli
investimenti (+2,4% nel 2004, + 3,2% nel 2005).
Sull’inflazione
continuano a gravare molte incognite.
Soprattutto
quelle del prezzo del petrolio e del rapporto di cambio euro-dollaro.
E,
infine, le persistenti difficoltà della finanza pubblica con un rapporto
deficit/Pil che - se non si porrà mano a una manovra correttiva - rischia di
superare la soglia del 3,3% nel 2004 e del 3,9% nel 2005.
E’ il
Governo a doverci dire quali dovranno essere i contenuti di questa manovra.
Come
appare ineludibile una riforma che consenta di correggere, nel medio periodo,
la curva della spesa pensionistica.
L’Ecofin,
su questo versante, ci sta col fiato sul collo e così pure le agenzie di
“rating”.
E’
una situazione che, sulla carta, appare difficilmente coniugabile con gli
obiettivi di riduzione della pressione fiscale, a meno di drastici interventi
per il contenimento della spesa pubblica corrente.
Siamo
insomma ad un passaggio assai delicato, anzi ad un vero e proprio “redde
rationem”.
Per
noi questa situazione deve poter essere “coniugabile” anche con l’attuazione
della riforma fiscale.
Sono
mesi che chiediamo che venga dato al sistema questo - soprattutto questo - tipo
di “scossa”.
Lasciamo
pure perdere gli slogan, anche perché stanno diventando un po’ stucchevoli.
Diciamo,
invece, che, per il Governo, è arrivato il momento “della politica del fare”.
E,
per quanto ci riguarda, “fare” oggi vuol dire, in primo luogo, mantenere le
promesse che sono state fatte.
Ma,
in una democrazia fondata sul consenso, la mezza bottiglia vuota pesa assai di
più della mezza piena.
Di
cose il Governo, in questi tre anni, ne ha sicuramente fatte e nessuno di noi
intende sottovalutarne il peso e il significato.
Nel
trattato sulla “Metafisica dei costumi”, Emmanuel Kant sostiene “che mantenere
le promesse è un principio non negoziabile, anzi è un imperativo categorico che
non ammette alcun tipo di eccezione, in nessun caso”.
E
aggiunge: “è vero che situazioni del tutto eccezionali come, ad esempio, gravi
difficoltà economiche, potrebbero essere tratte a pretesto per non mantenere la
parola data, ma cosa accadrebbe se tutti, usando questo pretesto, si
comportassero in tale modo?”
Appunto,
Signor Presidente del Consiglio: le tasse, le tasse e poi ancora le tasse.
Ne
abbiamo parlato, anzi straparlato. Ricorda Cernobbio?
So
bene quali siano oggi i suoi problemi, ma Lei deve capire anche i nostri.
Glieli
ricorda anche Carlo Rossella, direttore di Panorama, che scrive: “il taglio
dell’Irpef deve essere fatto subito, per decreto. Senza se e senza ma”.
Ed è,
invece, sui “se” e sui “ma” che la discussione, all’interno della maggioranza,
mi sembra sempre più sfilacciarsi.
Signor
Presidente, so bene che, essendo il Suo un Governo di coalizione, Lei non può
non tener conto anche dei pareri, delle esigenze, degli umori degli altri.
E’
però compito Suo amalgamare queste esigenze, facendo in modo che si raggiunga
un risultato che non snaturi la portata e gli obiettivi della riforma fiscale.
Attendiamo
su questo maggiori “lumi”.
Mi
lasci però dire una cosa: quando un “contratto” viene stipulato, esso va
rispettato.
Mettiamola
pure così: è un fatto di “credibilità”.
Capisco.
Il problema è dove e come trovare i soldi.
Nel
nostro Paese è stato, del resto, sempre così.
So
bene che il problema è quello di riuscire a tagliare un po’ di rami a quel
“sistema” di spesa pubblica che continua a comportarsi come una centrale
elettrica ad alta tensione: chi tocca i suoi fili muore.
E
sono fili lunghi chilometri.
Ma
allora in che cosa consiste il cambiamento se tutto, su questo versante, è
destinato a restare come prima?
Sarà
una proposta “balzana”, ma c’è chi, anche nel suo Governo, sostiene che l’unica
soluzione possibile sia oggi quella di mettere “il carro davanti ai buoi”.
Come?
Cominciando col ridurre le tasse in maniera da essere poi “obbligati”, per far
fronte agli oneri che questa decisione comporta, a tagliare le spese.
E’
come l’uovo di Colombo.
Anzi,
come l’uovo e la gallina.
Come
potranno crescere, d’altra parte, i consumi se non si metteranno – anche
attraverso la riduzione della pressione fiscale - più soldi in tasca alle
famiglie?
Come
potranno crescere ed investire le imprese del terziario di mercato, se lo Stato
e gli Enti locali - per tasse, imposte, costi dei servizi di base e altro - continueranno
a prelevare gran parte dei loro redditi?
E
come faranno le imprese italiane del turismo, che risentono della sperequazione
delle aliquote IVA rispetto ad importanti competitori europei, ad
“intercettare” i milioni di cinesi che presto voleranno, anche come turisti,
verso il Vecchio Continente?
La
riforma fiscale è la prima leva strutturale che oggi possa fare “massa critica”
per la ripartenza dell’economia.
Mi
creda, Signor Presidente, per ripartire va staccato questo tagliando.
Milioni
di formiche e di api operaie - quelle descritte da Darwin - sono davvero
stanche di lavorare, giorno e notte, per restituire poi allo Stato gran parte
dei frutti del loro lavoro.
Del
resto, la promessa di una riforma fiscale è stata la vera ragione, nel 2001,
del successo elettorale della coalizione attualmente al Governo.
Le
imprese del terziario di mercato sono una grande risorsa per le casse dello
Stato.
Senza
il loro apporto, avremmo anche un Pil “dimezzato”.
Ma
molte di esse, le più piccole, vivono ormai come “Gli accampati di Silverado”
descritti da Robert Louis Stevenson: tra fabbriche in disuso, sentieri scoscesi
e serpenti a sonagli.
Non
vorrei tanto soffermarmi sugli effetti perniciosi che sta avendo il processo di
de-industrializzazione, in atto ormai da tempo, quanto, piuttosto, parlare dei
sentieri davvero scoscesi: la cronica mancanza di infrastrutture e di servizi
su cui l’imprenditore deve oggi cercare di arrampicarsi.
E
vengo ai serpenti a sonagli.
Forse
che le insidie rappresentate dalla vecchia burocrazia, dal dilettantismo che
caratterizza talvolta il modo di fare politica e dalle ideologie da salotto non
sono simili al morso di questo tipo di serpenti?
Non è
un “bel vivere”, mi creda, Signor Presidente del Consiglio.
Un
anno fa, proprio in occasione di questa Assemblea, parlai di una piramide in
cui la scala dei valori economici si stava rovesciando: sopra i servizi, sotto
l’industria.
Tutto
il contrario di quel che avveniva, in questa piramide, fino a qualche lustro
fa.
Altrove,
direi ovunque, questa piramide si è ormai definitivamente rovesciata.
In
Italia, è rimasta, invece, appesa nel vuoto: non si trova più nella posizione
di prima, non si trova ancora nella posizione in cui dovrebbe stare.
E’
anche nostro compito – compito di Confcommercio – contribuire al completamento
del rovesciamento della piramide, costruendo una prospettiva e una proposta
associativa di riferimento per tutto il sistema dei servizi: una nuova “casa
comune” delle imprese italiane dei servizi e delle loro Associazioni.
Il
nostro Paese sta perdendo colpi.
Parlano
numeri e statistiche.
Secondo
le stime fatte dal “World Economic Forum”, relativamente all’avvicinamento agli
obiettivi di Lisbona, l’Italia - per competitività, innovazione ed
infrastrutture - è oggi scesa, in Europa, al 13° posto su 15.
Solo
Grecia e Portogallo le stanno ancora dietro.
Non
convince questa graduatoria?
E
allora prendiamone pure un’altra, quella che misura la “competitività come
Paese”, cioè la capacità di generare sviluppo e di garantire, al tempo stesso,
un benessere crescente alla generalità dei suoi cittadini.
Secondo
le stime del “Growth Competitiveness Index”, siamo, da questo punto di vista,
al 41° posto. Anche Cile e Tunisia stanno meglio di noi.
Non
sorprendono, dunque, le difficoltà dell’export italiano nel mondo.
Alle
quali bisogna reagire valorizzando e tutelando i marchi, ma soprattutto facendo
leva sui valori competitivi dell’ “italian way of life”, che è la nostra vera e
unica grande risorsa.
Se
poi parliamo dell’efficienza delle istituzioni pubbliche, scendiamo al 46°
posto e al 44° per quanto riguarda il progresso tecnologico.
Insomma,
nel complesso, non bene.
Direi,
anzi, piuttosto male.
So di
toccare un’altra “gengiva infiammata” parlando, in questo contesto, anche della
riforma federalista.
Dico
subito che - a differenza di alcuni ma, invece, come molti altri - continuo a
non avere su questa “riforma” idee molto chiare.
La
prima cosa da sapere è quanto essa potrà davvero costare.
Ma
del progetto di federalismo fiscale, muro portante di questa riforma, non c’è
ancora traccia.
E
come facciamo a discutere sulla congruità strategica e sulla affidabilità di
questa riforma se non si sa ancora quanto costerà, come la si pagherà e
soprattutto come, in concreto, verranno ridistribuite, per farla funzionare, le
risorse di cui dispone oggi lo Stato?
Il
timore che questa riforma - di per sé auspicabile perché, così com’è, lo Stato
centrale certo non funziona - possa comportare qualche altro guaio per il
contribuente non mi pare, allo stato delle cose, né pretestuoso, né illogico,
né illegittimo.
Con
una domanda aggiuntiva.
Chi
sta pensando alla formazione dei quadri dirigenti nella nuova burocrazia
federalista?
Ci
sono, certo, amministrazioni regionali già da tempo addestrate a svolgere
importanti funzioni.
Ma
non ci illudiamo sul fatto che una vera riforma federalista possa essere
realizzata semplicemente trasferendo i dipendenti pubblici da Roma al
territorio.
C’è,
anzi, il rischio – e a me pare sinceramente che ci sia – che, invece, di un
trasferimento, si possa andare verso il “raddoppio” del totale degli addetti
della pubblica amministrazione.
Insomma
quelli che ci sono più quelli che verranno.
E
vogliamo parlare poi delle difficoltà che incontra il tentativo di “sradicare”
la vecchia pianta del clientelismo?
E’
una pianta che appare, come dire, assai resistente alle intemperie e ai venti
che pure spirano in direzione del rinnovamento.
Signor
Presidente, attendiamo dunque lumi su quel che soprattutto Lei intende
realmente fare: tanto per il federalismo, quanto per la riforma fiscale.
E –
su quest’ultimo tema - Le anticipiamo subito che un intervento che fosse mirato
al superamento dell’Irap soltanto per la “ricerca” ci convince assai poco, anzi
per nulla.
Questa
imposta che, assumendo nella base imponibile il costo del lavoro, penalizza
paradossalmente le imprese che più contribuiscono all’occupazione va soppressa
– gradualmente magari, ma “inesorabilmente” – per tutte le imprese.
Intendo
dire che va soppressa:
-
per le poche cui è riservato
per legge il sostegno dei fondi pubblici alla ricerca;
-
per le molte altre che, di
tasca propria, si misurano con l’innovazione di prodotto e di processo;
-
per le tantissime che, tirando la “carretta”, hanno
consentito che l’occupazione crescesse in questo Paese anche in anni di
congiuntura difficile.
Se
no, Signor Presidente, sono solo chiacchiere.
L’occupazione
è cresciuta anche grazie ad un più flessibile mercato del lavoro, che attende
però ancora un rinnovato e coerente apparato di ammortizzatori sociali.
Torno
alle tasse.
Quanto
all’Irpef, c’è chi sostiene che il primo problema sia oggi quello di tutelare i
livelli salariali dei lavoratori dipendenti.
Persino
ovvio.
Ma il
miglior modo per tutelarli strutturalmente è quello di aumentare, attraverso la
riforma fiscale, da un lato i soldi in tasca alle famiglie e, dall’altro, di
ridurre i costi di gestione delle imprese.
Solo
così, infatti, potranno ripartire i consumi e l’offerta potrà avere prezzi più
competitivi.
Concludendo
vorrei non lasciare margini di equivoco su questa mia esposizione.
Io
qui rappresento molte centinaia di migliaia di imprese - del commercio, del
turismo, dei servizi, dei trasporti - tutte “al servizio” del Paese.
Quello
che ho detto fino ad ora, l’ho detto con la loro testa e con il mio cuore.
E
queste imprese continuano a pensare che, nonostante tutto, possiamo farcela.
La
loro testa e il mio cuore dicono però che bisogna fare di più e di meglio per
evitare che questo Paese vada alla deriva.
Che
possa essere una deriva di tipo argentino o di altro conio poco importa.
Il
problema è che oggi questo rischio di “deriva” c’è e va contrastato in tutti i
modi.
La
globalizzazione sta togliendo ai mercati ogni tipo di protezione.
La
competizione, in ogni area del mondo, sta diventando sempre più intensa, quasi
selvaggia.
L’Europa
a 25, eliminando progressivamente anche barriere fisiche, storiche e culturali,
immetterà presto, anche sul mercato europeo, dosi massicce di competitività a
basso costo.
Questa
Europa ha ora una Costituzione, per quanto imperfetta e criticabile. Ma,
accanto alla governance istituzionale, questa Europa ha urgente bisogno di
governance economica.
Senza
la quale – io credo – continueremo a lagnarci dell’attendismo della BCE e a
invocare letture più espansive e qualitative dei parametri del Patto di
stabilità e crescita.
Senza
che, però, alle critiche e agli appelli, facciano poi seguito decisioni e
comportamenti coerenti.
Di fronte a questi eventi che
non esito a definire “storici”, un Paese potrà continuare ad essere competitivo
solo se tutti sapranno fare “sistema”: lo Stato, la finanza, l’industria e i
servizi.
Vogliamo
cominciare ad affrontare, con diverso spirito e con maggiore senso della
concretezza, tutti questi problemi o preferiamo, invece, continuare a
crogiolarci nell’idea, anzi nell’illusione, che il bambino della ripresa lo
possa portare la cicogna?
Purtroppo
non è così. E sarebbe ora che ce ne rendessimo tutti conto.