Credo che non si possa affrontare il tema proposto da
questo convegno senza mettere prima di tutto sul tavolo i problemi che, a monte e a valle di esso, sta oggi drammaticamente vivendo il nostro
paese.
Provo qui ad enuclearli.
1-
Viviamo in un sistema
economico che non riesce ancora, nel suo insieme, a recuperare quel grado di
competitività che oggi è indispensabile per affrontare a testa alta e con
speranze di successo tutti i problemi posti dalla globalizzazione dei mercati.
L’impegno per il raggiungimento di questo
primario obbiettivo è, da parte del mondo delle imprese, sempre più chiaro e pregnante. Tale impegno
però rischia di approdare solo a sterili risultati se non verrà adeguatamente supportato e coadiuvato dagli
strumenti della politica cioè di chi ha il compito di gestire la programmazione e lo sviluppo dell’intero
arco del sistema economico.
Ed è proprio questo il punto: fino a
quando questi due mondi continueranno a procedere su diverse orbite e con
obiettivi, ottiche e logiche di piano che
anacronisticamente continuano ad essere assai lontani fra loro, sarà
assai difficile raggiungere qualche tangibile risultato per quanto riguarda
quello che dovrebbe essere l’obbiettivo primario cioè lo sviluppo del sistema.
2-
E’ insomma la politica,
con tutto ciò che essa comporta, ad essere oggi in forte ritardo sui tempi, sui
ritmi e sulle scadenze imposti oggi dal nuovo
quadrante dell’economia.
E con un sistema che continua a viaggiare
a due, tre, quattro, cinque, dieci
velocità diverse non si va davvero più da nessuna parte.
E, in questo quadro, metto anche il
capitolo riforme. Se ne stanno imbastendo molte che però ubbidiscono più alle
pressanti esigenze della politica che a quelle assai più pressanti del
mercato. Chi oggi ci sta sopravanzando
nel mondo, per quanto riguarda i ritmi di sviluppo, ha già da tempo invertito
l’ordine di queste priorità e sarebbe opportuno che anche noi facessimo lo
stesso.
3-
La legge finanziaria
ora in discussione è, in qualche modo, la cartina di tornasole o, se volete, la
prova del nove, di molte delle stridenti contraddizioni che oggi vive il nostro
sistema economico.
Da una parte, infatti, vi sono imprese che, orologio alla mano, cercano, come possono, di recuperare competitività sapendo che o ci si mette subito a correre o il rischio è di arrivare doppiati al traguardo, insomma di restare “fuori corsa”, dall’altra, c’è uno Stato che, pressato da problemi annosi come il recupero del deficit e del rapporto debito/Pil, non riesce ad affrontare e a gestire tutte le tematiche imposte oggi, con altrettanta urgenza, dalla precarietà di un sistema economico che sta rischiando di uscire dall’orbita dello sviluppo.
Noi attendiamo ancora di conoscere - e
passano i giorni, anzi le settimane e mi auguro che non debbano diventare anche
mesi - in quale modo, con quali strumenti operativi e soprattutto con quali
disegni e logiche di prospettiva il
governo intenda ora colmare questo
vistoso vuoto.
E, a nostro giudizio, questo vuoto
avrebbe dovuto essere, invece, colmato subito, fin dall’inizio perché, a fronte dei sacrifici - perché
questo e non altro prevede il testo della legge finanziaria presentato in
Parlamento - che famiglie ed imprese saranno costrette a fare per raddrizzare, in qualche modo, i
conti dello Stato, si sarebbe dovuto dimostrare e spiegare loro cosa davvero ci
potrà essere sull’altro piatto della bilancia, quello dei provvedimenti
destinati allo sviluppo.
Io mi auguro che il governo possa dare al più presto
queste risposte e ovviamente mi auguro che esse possano essere davvero convincenti.
Convincenti prima di tutto per milioni e milioni di
famiglie che hanno visto ridursi, in modo sensibile, in questi anni, il loro
potere acquisto. E convincenti anche per un sistema di imprese che, da ormai
tre anni, vivono aspettando Godot.
E vengo al
tema specifico di questo convegno che, per il mondo delle imprese che rappresento, è di estremo interesse.
E comincio col dire la cosa più importante: mentre,
in questi ultimi dieci anni, è sostanzialmente cambiato il nostro modello di
sviluppo - oggi l’area dei servizi produce una quota di Pil più che doppia
rispetto a quella del comparto manufatturiero e realizza, da sola, più dell’85% dei nuovi posti di lavoro - le
cosiddette “architetture” di sistema sono, invece, rimaste in gran parte ancora
quelle che erano state create come supporto all’allora imperante cultura
“fordista”.
Intendo parlare delle politiche, dei piani di
sviluppo e poi delle leggi, delle normative, dei sistemi di incentivi ed anche
delle norme che sovraintendevano all’ erogazione del credito che, per
cinquant’anni, sono stati i veri “termoregolatori” del nostro sistema
economico.
Ora continuano ad esistere queste “architetture” ma
non esiste, invece, più il modello di sviluppo per il quale erano state create.
Capite bene che questo è un fior di paradosso che
questo paese non si può oggi proprio più permettere.
Altrove, facendo leva proprio sul processo di
globalizzazione dell’economia, la piramide delle priorità è stata già rovesciata privilegiando il
sistema dei servizi.
Da noi, invece, la vecchia piramide resiste, resiste,
e poi ancora resiste neanche fosse Fort Alamo e questa situazione continua a
produrre, nel sistema, gravi distonie.
Sorprende in questo senso proprio quella mancanza di
lungimiranza che, secondo Max Weber, dovrebbe essere, invece, proprio la
peculiare qualità di una classe politica.
Ma, in attesa, che questa lungimiranza della nostra
politica possa finalmente concretizzarsi, sarà bene muoversi per tempo e
cominciare almeno ad aiutarci fra noi.
Ed è proprio dal mondo del credito che ci attendiamo
oggi segnali nuovi e che vadano nella
giusta direzione.
E’ assai positivo che il sistema bancario abbia, in
questi anni, consolidato le proprie posizioni concentrando le proprie strutture
ed eliminando molte delle storture prodotte da una politica del credito - mi
riferisco al ruolo svolto soprattutto dalle banche pubbliche - che stava
pesantemente inquinando anche il sistema finanziario.
Ma ora occorre, da parte del credito, un altro, per
noi indispensabile,“colpo d’ala”. Quale esso sia è presto detto: una sempre
maggiore interazione tra banca e piccola e media impresa che è poi il vero,
fondamentale presupposto per un
organico e strutturale sviluppo del territorio.
Questa interazione non contrasta con i principi che governano oggi il
processo di concentrazione delle
strutture bancarie.
E’ vero, anzi, il contrario: proprio una banca
dalle solide basi può programmare, in
modo più organico e incisivo, la sua
funzione di banca locale volta cioè a stimolare gli investimenti di quel tipo
di imprese - del commercio, dei servizi e del turismo - che oggi danno la
maggiore spinta per la produzione di ricchezza.
Ed è un colpo d’ala che va realizzato al più presto
perché bisogna impedire che l’attuazione delle norme varate da Basilea2, norme imposte soprattutto dalle
esigenze dei grandi mercati finanziari, possano mietere vittime proprio in
quell’ area di piccole e medie imprese che rappresentano oggi lo “zoccolo duro”
del sistema economico.
Anche se, in seconda battuta, si è cercato poi, in
qualche modo, di addolcirla ed attenuarla studiando un maggiore frazionamento
dei finanziamenti e una diversificazione settoriale delle tipologie di
attività, la regolamentazione del
credito che vorrebbe imporre Basilea 2 rimane sostanzialmente vessatoria per
questo tipo di imprese.
E questo perché la “golden rule” della normativa è
che c’è minor rischio per le banche se il credito viene erogato ad imprese di
grandi dimensioni e sorrette da un buon rating.
E’ chiaro che una simile “golden rule” andrà forse
bene per il Lussemburgo ma non per un paese come l’Italia il cui sistema si
regge anche, anzi soprattutto su piccole e medie imprese largamente
sottocapitalizzate che, per investire, hanno bisogno che l’ erogazione del
credito sia rapportata a parametri e riferimenti che non possono che essere
assai diversi da quelli che vengono
usati dalle banche per le grandi società di capitale.
Io credo - e concludo - che il nostro sistema
bancario abbia ormai compreso la specificità ma anche l’entità e la latitudine
di questo problema e stia cominciando, sia pure con molta cautela, ad assumere
comportamenti conseguenti.
Noi non chiediamo che il mondo del credito chiuda
certi rubinetti per aprirne altri. La cosa sarebbe, allo stato delle cose,
impensabile e probabilmente anche negativa per i riflessi che potrebbe
provocare.
Chiediamo solo che al modello di sviluppo che si sta
concretizzando nel nostro paese faccia riscontro un sistema di erogazione del
credito che sia lineare e conseguente a questo nuovo modello.
Senza far torto a nessuno, ma privilegiando le
ragioni del mercato.