Se
c’è un peccato - direi tutt’altro che veniale - commesso, in tutti questi anni,
dal nostro Stato e dalla classe politica che lo rappresenta, questo è stato e,
in gran parte, ancora è, “la mancanza di lungimiranza”, cioè la capacità di
vedere i problemi al di là del proprio naso.
Un
“peccato” che questo paese sta pagando molto, ma molto caro.
Per
capirne l’entità, la gravità e le conseguenze che ha determinato bisogna fare
uno, anzi due passi indietro.
E’,
infatti, dall’inizio degli anni novanta, da quando cioè è iniziato il percorso
di avvicinamento all’Europa di Maastricht, che sono cominciati ad affiorare nel
paese chiari segnali sul graduale ma sempre più marcato cambiamento del nostro
sistema economico.
Nessuno,
nelle Istituzioni e nella nostra classe politica dirigente, ha percepito le
sostanziali novità che erano nell’aria.
Eppure
le ripetute crisi all’interno dell’asse industriale e la quasi brutale
cancellazione di settori chiave come quelli dei computer - il seppellimento
della Olivetti - dei servizi avanzati e della chimica di base avrebbero dovuto
aprire gli occhi.
Ma sono
stati tenuti chiusi.
Avrebbe
dovuto essere chiaro a tutti che un problema che stava diventando impellente,
sulla scia di una globalizzazione dell’economia che si stava mettendo sotto i
piedi la cultura dell’ideologia fordista - molte fabbriche, pochi servizi -
avrebbe dovuto essere affrontato subito mettendo in cantiere nuove strategie e
un diverso tipo di investimenti.
Il mondo
economico stava per cadere nelle mani di chi - avendo molto naso - aveva capito
che l’unica porta di ingresso dello sviluppo era quella delle moderne
tecnologie e, attraverso di esse, di un potenziamento di tutto il settore dei
servizi.
E noi
cosa abbiamo fatto?
Niente,
niente di niente.
Non
abbiamo liberalizzato il mercato lasciando che, nei settori chiave del paese,
ai monopoli pubblici si sostituissero monopoli privati.
Non
abbiamo investito nella ricerca illudendoci che, per quanto riguarda lo
sviluppo tecnologico, il nostro potesse continuare ad essere un mondo a parte.
Un’isola
diversa che non aveva bisogno di queste cose per crescere e per restare
competitivo con il resto del mondo.
Il
risultato lo conoscete: per quanto riguarda la voce “progresso tecnologico” il
nostro paese, in pochi anni, è scivolato al 44° posto.
Persino
il Cile e la Tunisia, da questo punto
di vista, stanno oggi meglio di noi.
Era
chiaro, evidente, lampante che, per fronteggiare la concorrenza, la prima cosa
da fare doveva essere quella di consentire alla nostra grande area delle
imprese che operano nel terziario e dei servizi di mercato - quelle che oggi,
in termini di Pil, producono più ricchezza in questo paese - di “attrezzarsi”
anche dal punto di vista tecnologico, insomma di “fare rete” perché questa era
l’unica strada per diminuire i costi e aumentare il loro grado di efficienza e
di produttività.
A
quest’area, per le tecnologie, lo Stato, invece, non ha dato un soldo.
Gli
incentivi continuavano ad essere “dirottati” altrove.
E con
quali risultati lo sapete perché, nonostante questo fiume di denaro, il settore
industriale è andato perdendo buona parte della sua competitività.
E il
settore distributivo e dei servizi?
Poteva
aspettare perché le “logiche”, chiamiamole così, delle Istituzioni e della
politica, continuavano ad essere “altre”, come altre le sue strategie ed altre
le sue esigenze.
E a
pagare lo scotto di questo enorme errore strategico è oggi tutto il paese.
Ora
questo governo ci dice che “vuole strada”.
Ed è un
fatto positivo.
Aspettiamo
di vedere come questa nuova strategia rivolta finalmente al potenziamento
tecnologico della distribuzione si concretizzerà.
Abbiamo
perso un mare di tempo, abbiamo buttato un mare di soldi.
Recuperare
terreno non sarà facile, ma ci proveremo.
Non
vorrei aggiungere altro perché, sull’argomento, il nostro vicepresidente
Paolucci potrà dirvi molte più cose, sull’argomento, di quanto ve ne possa dire
io.
Siamo
comunque ad un bivio, ad un crocevia.
O si
prende finalmente la via giusta o davvero questo paese rischia di non andare
più da nessuna parte.
Fino ad
oggi sulle imprese della distribuzione le Istituzioni hanno fatto solo opera di
“mungitura”: prendevano il loro latte per sfamare altri.
Così non
è più possibile andare avanti.