Non nego che vi siano oggi
sindaci, amministratori e imprenditori che si stanno tenacemente adoperando per
risolvere molti degli annosi problemi dei nostri centri storici, un patrimonio
che, per qualità e quantità, tutto il mondo ci invidia.
Ma, quando c’è e non si può
certo dire che esso ci sia oggi in
tutte le parti del nostro territorio, tale sforzo rischia di approdare a
sterili o solo assai parziali risultati fino a quando, fuori dalle mura dei
centri storici, continuerà ad esserci, nella gestione dei pubblici poteri, un deserto di idee, di programmazione e
soprattutto di investimenti che siano, anche a questo scopo, strutturalmente
mirati.
Intendo dire che non si potranno
risolvere i problemi anche dei nostri centri storici fino a quando le pubbliche
istituzioni non si decideranno ad affrontare, con carattere di assoluta
priorità, i problemi della “logistica” cioè di quell’insieme di infrastrutture
che oggi sono indispensabili, da un lato, per abbassare i sempre crescenti ed
abnormi costi della mobilità e, dall’altro, per aumentare la produzione e la
circolazione della ricchezza.
Ed è davvero disperante la
lentezza con cui lo Stato oggi si muove per risolvere un problema così vitale
per lo sviluppo di questo paese.
E certe volte le confessioni
fatte off records cioè lontano dai microfoni dei mass media dai nostri
governanti sono, a dir poco,
illuminanti. Come quella, ad esempio, fatta dal vice ministro dell’economia,
Mario Baldassarri al Presidente della commissione attività produttive della
Camera, Bruno Tabacci il quale però ha poi pensato bene di renderle, invece,
pubbliche pochi giorni fa in un’intervista al quotidiano “La Stampa”.
“Baldassarri mi ha detto - riferisce Tabacci - che per quanto riguarda la
legge-obiettivo, quella che dovrebbe rilanciare le opere pubbliche e le
infrastrutture, ci sono soldi zero”.
Ne avevamo il sospetto, ma
sentircelo dire ora in modo così papale-papale ci lascia davvero senza fiato.
Nessuno nega che il risanamento
dell’ormai cronico deficit della nostra finanza pubblica sia un problema
importante, ma allora a che cosa sono servite tutte le finanziarie di
“contenimento” della spesa che sono state varate in questi anni, se, nella
sostanza, siamo sempre da capo a dodici?
E che cosa pensare di un governo
che, mentre solo qualche mese fa dichiarava che i “conti pubblici erano a
posto”, ora ci dice, invece, che l’opera di risanamento è ancora tutta da fare
e che, per questo, occorre “drenare”, dal mercato ovviamente e, se no, da chi
altro, nuove risorse?
Sarebbe bastato dare un forte
impulso alla “logistica” per dare impulso al mercato e per produrre così anche
maggiori risorse anche per lo Stato e per tutte le sue amministrazioni.
Ma questo tipo di strategia e
questa più virtuosa, più moderna e più strutturata politica di programmazione
sono rimasti purtroppo, in questo paese, concetti astratti. E così ci troviamo
di fronte ad ammissioni sconcertanti: legge-obiettivo? Soldi zero.
Infrastrutture? Soldi zero. Passante di Mestre? Soldi zero o quasi.
Come si possa far diventare, in
questo contesto, anche i nostri centri storici motori pulsanti dello sviluppo
rischia di diventare un rebus di difficile se non impossibile soluzione.
Vi sono piccoli centri storici
del Nord che, avendo potuto fare tutto da soli grazie al combinato di
iniziative degli amministratori locali e degli operatori, sono oggi, anche
sotto il profilo commerciale, quasi “isole felici”.
Ma quale potrà essere, senza la
creazione di una vera e moderna logistica delle infrastrutture, il destino di
tutti gli altri?
Tutti gli altri - e nel lungo
elenco vi sono anche quelli delle medie e grandi città soprattutto del Centro
Sud - rischiano oggi, in mancanza di seri interventi nel settore delle
infrastrutture, di non andare più da nessuna parte.
Mancano “interporti” in grado di provvedere,
perché situati ai margini dei maggiori agglomerati urbani, ad una più moderna e
meno costosa distribuzione dei prodotti commerciali, mancano i parcheggi, manca
soprattutto la pianificazione di vie di scorrimento che consentano di attenuare
i costi della mobilità di merci e di persone e di potenziare i flussi
turistici.
Non parlo di Treviso, parlo, ad
esempio, di città come
Caltagirone, regina dell’arte barocca, che ancora oggi i turisti possono
raggiungere solo se prendono in affitto un vecchio calesse.
Infrastrutture e sviluppo dei
centri storici sono un combinato essenziale per lo sviluppo economico, ma chi
sta pensando a realizzare questo combinato?
Vi sono - ed è forse una stima
in difetto - almeno 100 milioni di cinesi pronti a sbarcare, come turisti, in
Europa.
Cosa stiamo facendo per
attrezzarci e quindi per adeguarci a questa nuova domanda turistica?
Essi cercheranno treni veloci e
noi non li abbiamo, cercheranno infrastrutture di appoggio che consentano loro
di muoversi senza dover sostenere alti costi di trasferimento e noi non le
abbiamo, cercheranno le
metropolitane e noi non le abbiamo.
E vale la pena di fare qualche considerazione proprio su quest’ultimo problema che riguarda soprattutto i grandi centri storici.
I dati purtroppo parlano chiaro.
Per costruire un chilometro di rete metropolitana ci vogliono, in Italia, in
media 12 anni contro i 4 della Germania e i tre della Spagna. A Madrid, in
pochi anni, è stata realizzata una rete metropolitana che, per dimensioni, è
diventata la terza d’Europa. Vogliamo parlare di quel che, invece, accade in
una città anche a grande valenza turistica come Roma?
Ci riempiamo la bocca di
discorsi come quello dello sviluppo anche turistico del Mezzogiorno e poi ci
troviamo di fronte ad un’autostrada come quella Salerno-Reggio Calabria, unica
praticabile via di accesso al Sud, ancora impantanata in lavori e appalti che
non hanno mai fine. Se va bene, sarà pronta fra cinque anni quando i turisti
cinesi saranno andati già altrove.
Per non parlare della rete
ferroviaria che, per velocità e ramificazioni logistiche, è ancora anni luce
indietro rispetto ai nostri principali partners europei. Però il suo
mantenimento costa al contribuente 30 mila miliardi di vecchie lire ogni anno.
E quanti soldi sta costando al
contribuente la sola progettazione - perché altro per il momento non si vede -
delle dighe foranee che dovrebbero regolamentare il flusso delle maree nella
laguna di Venezia?
I centri storici - e concludo -
dovrebbero essere la punta di diamante di un piano di rinnovata e più
strutturata offerta turistica, ma fino a quando non si affronteranno i problemi
infrastrutturali che ci sono a monte e a valle di queste città, il nostro paese
continuerà a crogiolarsi in speranze che restano purtroppo soltanto sogni.
Affrontiamo finalmente i
problemi di una logistica che, rispetto al resto dell’Europa, ha un gap
infrastrutturale di circa il 40% e potremo dire di aver messo finalmente una
pietra importante per la costruzione di un nostro sviluppo.
Ma non accade niente. Per questo
obiettivo “soldi zero”, dice
Baldassarri.
E allora come potremo
programmare il nostro futuro?