Non avevamo certo bisogno dei pur autorevoli pareri espressi nel corso dei lavori dell’ultimo vertice del Fondo Monetario Internazionale per sapere quanto fosse preoccupante il livello di stagnazione dell’economia dei Paesi dell’Unione Europea, una stagnazione che ormai dura da tempo e che sentiamo sulla nostra pelle.
Ma ci sembra assai importante
che, in questa sede, i Ministri dell’Economia dell’Ue e, primo fra tutti, il
Ministro Tremonti abbiano, in qualche modo, sancito il principio che, per l’Europa, “l’obiettivo della
crescita economica deve
considerarsi oggi prioritario rispetto a quello della stabilità finanziaria”.
E’, o almeno dovrebbe essere, una buona premessa per voltare pagina, ma ora è
evidente che, a questa enunciazione, devono seguire politiche conseguenti.
Proprio mettendo sul tavolo a Washington e confrontandoli tra di loro tutti i
dati dell’economia mondiale sono saltati agli occhi i gap di cui soffre la
vecchia Europa. Mentre, infatti, si sta consolidando la ripresa negli Stati Uniti, si sta rinvigorendo quella del
Giappone e sta raggiungendo livelli di sviluppo fino a qualche tempo fa
impensabili quella degli altri paesi del Sud Est asiatico, Cina in testa,
l’economia del “vecchio mondo” appare ancora come anchilosata e ferma sulle gambe. E’ dalla crisi seguita agli attentati dell’11
settembre del 2001, cioè da quando sono saltati i pennini della vecchia
politica di sviluppo fissati nel vertice di Lisbona, che l’Europa vive in questa condizione di cronica
sofferenza.
Si pensava che la ripresa che è
arrivata negli altri continenti potesse avere, di rimbalzo, una specie di
effetto cortisonico anche sull’Europa, ma non è stato purtroppo così o almeno
non è ancora così.
Per il nostro Paese le cose sono
andate anche peggio perchè, a questa persistente e negativa congiuntura dell’area europea, se ne è aggiunta un’ altra
endogena di tipo strutturale che rischia di trasformarsi in una
crisi di sistema.
Ora il Ministro Tremonti sembra
intenzionato a rovesciare quell’elenco di priorità che, fino a qualche tempo
fa, sembrava intoccabile e ad anteporre la politica dello sviluppo a quella
della stabilità.
E’ un’ottima dichiarazione di
intenti, ma ci chiediamo quando, come, in quale misura e su quali binari questa
politica di stimolo dell’economia comincerà davvero ad essere attuata. Vedo
che, all’interno della maggioranza di Governo, continuano ad esserci idee
ancora abbastanza diverse tra loro su come debba realizzarsi questa politica di
stimolo. Si era parlato, nelle scorse settimane, della necessità di dare una
“scossa” al sistema, ma sarà difficile produrre questa scossa se non si metterà
prima di tutto la spina nella presa di corrente. E questo non è ancora
avvenuto.
E la cosa ovviamente ci
preoccupa perché quando la dialettica e il confronto politico ed istituzionale,
pur necessari in un sistema democratico, sembrano continuare all’infinito -
ieri come oggi, come forse anche domani - si rischiano effetti paralizzanti
nell’azione di un Governo. Con senso di frustrazione che, negli operatori, cresce
e si sedimenta di pari passo. Noi siamo convinti – ma da quanto tempo lo
diciamo?- che la prima cosa da fare è quella di produrre significativi
interventi che possano stimolare prima di tutto l’aumento dei consumi perché è
proprio riattivando e allargando la circolazione e la distribuzione della
ricchezza che si possono produrre, a cascata, benefici effetti su tutto il
sistema, anche su quello industriale e produttivo.
E Tremonti mi sembra oggi
convinto che questa, e non altre,
debba essere la linea.
Ma allora il Governo decida
finalmente qualcosa perché, andando avanti, nella maggioranza, con questa
politica di continui ed assordanti distinguo, si rischia di perdere altro tempo
prezioso. Nessuno nega che ad un intervento di tipo espansivo non debba
corrispondere una politica di razionalizzazione delle risorse e quindi di
taglio di quelle spese che sono chiaramente improduttive per lo sviluppo del
sistema.
Ma cosa aspettiamo per usare
l’accetta?
Occorre anche rivisitare e
razionalizzare il sistema degli incentivi che vengono erogati oggi ad una parte
del sistema delle imprese e che - conti alla mano - si sono rivelati, in tutti
questi anni, solo parzialmente
produttivi. Ebbene, nella misura necessaria, si faccia anche su questo versante
qualche correttivo ma è importante che serva al raggiungimento dell’obiettivo
che ci siamo preposto. E vengo al punto che maggiormente interessa il dibattito
di oggi. Non nego la necessità di approntare strumenti che consentano a tutti i
comparti del nostro sistema economico di riprendere la via della crescita.
Ma c’è un settore che più di molti
altri, se adeguatamente sollecitato, potrebbe dare subito risultati di
controtendenza assai significativi.Parlo naturalmente del Turismo.
Perché se è vero che molti dei nostri prodotti, nel contesto di un mercato
globale di sempre più accesa concorrenza, rischiano di diventare sempre meno
competitivi – e i motivi di questa crisi di competitività sono oggi tutti ben
noti - il nostro “prodotto” turistico conserva un’eccezionale vitalità che
andrebbe sfruttata assai di più e meglio di quanto viene sfruttata oggi. E’ una
cosa che continuiamo a ripetere e a ripeterci, con monotona litania, da
tempo, ma non c’è peggior sordo di
chi – e mi riferisco soprattutto alle Istituzioni- non vuol sentire.
Eppure dovrebbe essere chiaro a
tutti che proprio le nostre
imprese del turismo sono oggi in grado di “vendere” un prodotto che, proprio
perché unico al mondo e ad alto valore aggiunto, non teme la concorrenza né di
quelli americani, né di quelli giapponesi né di quelli cinesi. Un prodotto –
clima, ambiente, straordinaria offerta di beni culturali ed artistici di ogni
genere - che si trova “in natura” e che perciò non ha alcun bisogno, per essere
competitivo ed imporsi nei mercati, di investimenti nella ricerca, nelle
tecnologie o in altro. Ma c’è
qualcuno che ne parla? Date una scorsa, ad esempio, a certi documenti del
sindacato: pagine e pagine in cui si formulano proposte per almeno arginare il
fenomeno di decomposizione, sotto i colpi della concorrenza, di certi nostri
comparti industriali. Ma sul turismo nemmeno una parola, un ripensamento, una
rimodulazione delle strategie.
Eppure l’impresa del turismo, se
adeguatamente potenziata, potrebbe creare, nel medio periodo, centinaia di
migliaia di nuovi posti di lavoro sicuramente più “sicuri” di quelli che oggi
sono in grado di offrire certi comparti dell’industria.
E gli industriali sono forse
disposti a stornare almeno una
parte di quegli incentivi – davvero tanti - che continuano a ricevere per fare
in modo che questo prodotto a basso costo, ma ad alta produttività possa
ampliare le sue quote di mercato?
Non vorrei annoiarvi con le
solite statistiche che conosciamo ormai a memoria ma almeno un paio di cose
vanno, in questa sede, messe in luce con tutti i loro giusti contorni. La prima
è che l’Europa detiene ancora oggi il 53%, per quanto riguarda il turismo,
della capacità ricettiva mondiale e il 58% dei ricavi. Tra il 1990 e il 2002
gli arrivi, nel nostro continente, sono aumentati del 46%, superando i 410
milioni di unità. Nel 2020, secondo stime dell’OMT, gli arrivi in Europa
supereranno la quota dei 700 milioni rispetto ad un totale mondiale di circa un
miliardo e cento.
Con dati così importanti,
l’Europa farebbe bene a dedicare a questo problema assai più attenzione di
quella che gli dedica. La seconda è che l’Italia pur essendo oggi, per
ricettività alberghiera, la seconda potenza mondiale dopo gli Stati Uniti,
rischia, per quanto riguarda il business turistico nel suo complesso, di venir
surclassata non solo dalla Francia, ma ora anche dalla Spagna. E potremmo
scivolare, in mancanza di interventi, ancora più in basso perché con la
globalizzazione dei mercati anche il turismo sta diventando uno strumento di
sviluppo economico di sempre maggiore importanza. Le Istituzioni, la politica,
presi da altri problemi, fingono di non accorgersene. Difatti, a fronte di una
concorrenza che sta diventando
sempre più aspra, non esiste ancora, nel nostro Paese, una politica volta ad
una reale ed estesa commercializzazione del prodotto turistico. Almeno mezza
Italia, quella del Mezzogiorno, continua ad avere, da questo punto di vista, i
cantieri chiusi e ciò rende in gran parte inutilizzabili le sue enormi
potenzialità. E ciò ci sembra assai grave.
Vorrei fare solo tre esempi che
mi paiono di stretta attualità.
Tra pochi giorni, il primo
maggio, sullo scenario internazionale, avverranno contemporaneamente tre fatti
nuovi di grande rilevanza soprattutto per il mondo del turismo.
1-La famiglia europea crescerà
di numero con milioni e milioni di nuovi consumatori . Mi chiedo chi stia
pensando ad un piano che consenta di gestire, sotto il profilo turistico, un
evento di simile portata, dove sia un programma di efficace promozione, cosa si
stia facendo per predisporre un’offerta che sia in grado di corrispondere a
questo nuovo tipo di domanda.
2- Con l’entrata in vigore
dell’accordo Ue-Cina, anche il nostro Paese diventerà una potenziale
“destinazione turistica” per quel mercato della domanda – almeno 100 milioni di
unità entro pochi anni – che si profila come il più grande del mondo. Cosa si
sta facendo per accogliere questo nuovo flusso e per evitare che esso si diriga
altrove, ad esempio in Spagna?
3- Il cartello della IATA che
raccoglie oggi i principali vettori aerei perderà, sempre a partire dal mese di
maggio, la propria immunità antitrust cioè il proprio monopolio. Mi chiedo
quale sia, di fronte a questi eventi, la strategia della nostra compagnia di
bandiera. E’ tanto - e non è detto che ci si riesca - se eviteremo che essa,
per ragioni di bilancio, chiuda i battenti, ma dove sono le politiche e le
strategie di sviluppo di un settore che, visti i nuovi flussi turistici, ha per
noi un valore determinante?
Ho usato questi tre esempi per
segnalare il “vuoto” di fronte al quale le centinaia di migliaia di imprese
operanti nel settore del turismo si trovano oggi guardando alle Istituzioni e
alle strategie di politica economica. Pesa il nostro “gap” infrastrutturale -
anche in questo la Spagna ci sta surclassando - pesa una politica fiscale che,
di fatto, impedisce alle nostre imprese turistiche non solo di fare nuovi
investimenti, ma di rimodulare il suo tipo di offerta in modo che essa possa
soddisfare anche i turisti di basso reddito che affluiranno in Europa dall’Est
e dai Paesi del Sud Est asiatico, pesa, infine, la mancanza di una politica di
marketing che possa stimolare l’attenzione di milioni di turisti verso quello
straordinario ed ineguagliabile patrimonio culturale ed artistico di cui
dispone il nostro Paese.
Abbiamo almeno cento città, in
Italia, che, da questo punto di vista, potrebbero diventare galline dalle uova
d’oro. Fino a quando continueremo a ripeterci queste cose tra di noi, ma poi a non far nulla per
trasformare in realtà queste nostre potenziali risorse?
Ecco il punto, ecco
l’interrogativo a cui bisogna dare una significativa risposta.
E lasciatemi concludere con una
riflessione che tocca fatti accaduti nelle ultime ore e che lascia l’amaro in
bocca. Per attivare lo stabilimento Fiat di Melfi lo Stato ha erogato incentivi
e contributi a fondo perduto pari a circa un miliardo di lire per unità
operativa. Non dico che lo Stato non dovesse incentivare, in qualche modo,
anche al Sud, lo sviluppo del settore industriale, ma, riflettendo oggi sulle
politiche adottate per favorire questo sviluppo, due fatti mi sembrano
incontrovertibili. Il primo è che questa politica degli incentivi non ha fino
ad oggi in alcun modo aperto una reale prospettiva di sviluppo industriale
nell’area meridionale. Melfi esiste - anche se, come vediamo, con mille
problemi - ma continua ad essere un’oasi nel deserto. Il secondo è che, mentre
si erogavano tutti questi miliardi per l’insediamento di un piccolo enclave
industriale, non si sono poi trovati, invece, i soldi necessari per creare, al
Sud, quelle infrastrutture che, per lo sviluppo del turismo, erano
indispensabili.
Deserto era, e deserto, in buona
misura, rimane. E questo, a fronte delle prospettive di un rilancio della
nostro settore turistico, produce in noi solo un pesante, soffocante senso di
frustrazione.