Il dato che oggi mi pare da non
sottovalutare è che sembra essersi finalmente arrestata per la nostra economia
la fase discendente: la produzione sta dando, infatti, qualche segnale di
risveglio, sta ripartendo un po’ l’export, accennano timidamente a riprendersi
- ma si tratta di un sobbalzo per ora fatto solo di decimali - i consumi,
aumentano di un 2,6% anche le entrate tributarie.
Insomma siamo di fronte a
segnali che ci indicano che il sistema non è più, come era, invece, fino a
qualche mese fa, in caduta libera.
Mi pare già qualcosa, ma è un
qualcosa che, da solo, certo non basta per poter dire che la nostra economia
stia già uscendo dal lungo tunnel della sua crisi.
Diciamo pure che ci vuol altro,
molto di altro per poter rimettere in sesto il nostro sistema economico e
riportarlo a livelli sufficienti di competitività.
Ed è proprio a causa di questo
“altro” che ancora non c’è che famiglie ed imprese stanno oggi “tra color che
sono sospesi”.
Un “qualcosa d’altro” che oggi
si identifica con almeno tre prioritarie esigenze.
La prima è quella di interventi di politica
economica che servano ad assemblare, a consolidare e poi a strutturare questi
segnali di ripresa. Pensare, infatti, che essi, restando ciascuno all’interno
del proprio giardinetto, possano produrre, da soli, un organico e programmato
sviluppo del sistema mi pare, allo stato delle cose, solo una goffa utopia. Il
fatto che i singoli settori imprenditoriali siano riusciti fino ad oggi, chi
più chi meno e nonostante tutto, a mantenere - a differenza di quel che è
accaduto, ad esempio, in Germania - soddisfacenti livelli occupazionali non dà,
per il futuro, alcuna valida certezza. Il manifatturiero ha da questo punto di
vista, salvo alcune sacche di vera e propria caduta, sostanzialmente tenuto, ma
che ne sarà di questo importante settore da qui a qualche anno se non si
metterà mano ad un piano di ristrutturazioni che riqualifichi la qualità dei
suoi impianti e quindi i suoi livelli di competitività? E’ positivo che, in
questo settore, si sia, in qualche modo, arrestata la caduta, ma non è girando
in tondo e rinviando ancora scelte e decisioni che si può pensare di affrontare
il futuro con armi vincenti. E il turismo. Penso che abbia fatto bene il Capo
dello Stato a richiamare le Istituzioni alle sue responsabilità nei confronti
di un settore che oggi, soprattutto a causa della mancanza di strategie e di
efficaci e coordinati strumenti di programmazione, sta perdendo, sui mercati,
colpi su colpi. E’ disperante - ha ragione Ciampi - questa vaghezza di
comportamento delle Istituzioni nei confronti di un settore che, invece, per lo
sviluppo della nostra economia potrebbe essere un fattore trainante. E ancora
il terziario di mercato: commercio, distribuzione e altro. Dopo quasi due anni
di gelo, i consumi, anche in conseguenza di una politica di stabilità dei
prezzi, hanno ricominciato a dare qualche segnale di risveglio. E’ già
qualcosa. Ma resterà un qualcosa appeso nel vuoto se le Istituzioni, a
qualsiasi livello, non si decideranno finalmente ad affrontare quei problemi
che oggi soffocano la distribuzione e il mondo dei servizi. Problemi che si
chiamano logistica largamente insufficiente, infrastrutture ancora, in alcune
aree, da terzo mondo, impianti dei servizi di base e logiche e comportamenti
tariffari che si traducono, per le imprese della distribuzione, in costi che
ormai sono diventati insopportabili. E devo dire che su questo fronte, da parte
delle Istituzioni, continuo a sentire discorsi incerti e assai vaghi. Si
vorrebbe liberalizzare ma si continua a non dire né come nè per quali finalità.
Si vorrebbe “modernizzare” ma non si dice né come né per quale obiettivo di
sviluppo del mercato. Il terziario, con le sue sole forze - anche questo va
detto - ha superato l’ondata di piena prodotta dalla crisi dell’economia
internazionale, dall’euro e da tutto il resto. E’ riuscita a non affogare - e
questo è positivo - ma non può restare eternamente appeso al ramo
dell’incertezza, del pressappochismo programmatico, degli interventi
d’emergenza da protezione civile.
Non nego che, sul territorio, le
Istituzioni non stiano, in qualche modo, operando per venire incontro alle
esigenze di questo settore portante dell’economia. Passi avanti, in questo
senso, se ne sono fatti. Mancano, invece, strumenti di programmazione che
finalmente favoriscano lo sviluppo di questo settore nel suo insieme. C’è un
po’ più di flessibilità nella gestione dei rapporti di lavoro ed è già
qualcosa. Ma sul resto cosa si è fatto e cosa si intende fare? L’attuale
governo non è riuscito, a causa anche delle tante emergenze che ha dovuto
affrontare, a programmare nulla che fosse veramente efficace per lo sviluppo di
questo settore. Lo abbiamo, in più occasioni, criticato per questo. Ma ci
preoccupa anche l’insignificanza, la vaghezza delle proposte che, almeno fino
ad ora, sono state fatte, su questi temi, dalle forze di opposizione. Il
messaggio è che si vuole cambiare. In una campagna elettorale sarebbe
sorprendente che si dicesse una cosa diversa. Ma cambiare come e, ripeto ancora
una volta, con quali obiettivi? Un più libero mercato è quel che noi chiediamo
da tempo. Ma non si può costruire un progetto e renderlo poi credibile restando
ancorati solo a definizioni e promesse che per ora appaiono general generiche.
Il secondo problema da risolvere
per dare congruità e peso e solidità a questi segnali di ripresa è quello del
debito pubblico. Confcommercio ha ribadito più volte in queste settimane che
l’aspetto positivo - forse l’unico - di questa legge finanziaria proposta dal
governo è che c’è l’intendimento di entrare a gamba tesa sul problema della
spesa pubblica improduttiva. Quando abbiamo preso visione del testo di questa
legge ci pareva quasi di sognare. Allora finalmente, ci siamo detti, si vuole
operare alla radice. E questo perché siamo più che convinti che non ci sarà
salvezza per il nostro sistema economico se prima di tutto non incidiamo
profondamente e strutturalmente sulla spesa pubblica e sul debito che essa
quotidianamente rovescia sulle spalle di famiglie ed imprese. Ma ora c’è il
pericolo che questo intendimento resti almeno in parte per strada, si sbricioli
sotto i colpi delle spinte,degli interessi e delle logiche che scorrono
nell’alveo parlamentare. Non è gridare al lupo al lupo. E’ purtroppo prendere
contezza di una realtà che rischia di prendere consistenza e di sfaldare gli
obiettivi di questa finanziaria. Io mi auguro che alla fine il buon senso
prevalga e non solo perché è in gioco, su questi tagli, la nostra credibilità
di fronte alle Istituzioni e ai mercati internazionali ma soprattutto perché,
senza questo tangibile, chiaro segnale- tagli congrui e strutturali alla spesa
pubblica- gli altri di cui ho parlato rischiano di essere illusori, fine a se
stessi, poco produttivi di risultati. Ecco perché mi auguro che possa alla fine
prevalere la risolutezza: “blindare” questo progetto di tagli e renderlo
operativo è il segnale che oggi il paese attende. Certo, deve trattarsi di
tagli consapevoli, ben calibrati, non orientati verso capitoli di spesa che
sono necessari per servizi e tutela dello stato sociale. Ma da questo a dire
che allora, dovendo salvaguardare queste esigenze, non ci sia null’altro da
tagliare mi pare veramente una tesi improponibile.
Terza e ultima considerazione.
Blair ieri ha detto a Strasburgo che una riforma del modello socio-economico
europeo non basta da sola per cavalcare con successo la globalizzazione. Tesi
che può anche essere condivisibile perché gli annessi e i connessi sono tanti.
Però l’imperativo inderogabile resta il nuovo modello di sviluppo che poi
diventa doppiamente inderogabile, doppiamente essenziale per il sistema
economico italiano. Ecco il nocciolo della questione che oggi famiglie ed
imprenditori vorrebbero finalmente vedere affrontato e risolto in questo paese.
Dobbiamo assolutamente ridurre il nostro debito perché ormai, con la
concorrenza dei liberi mercati, questa palla al piede rischia di trascinarci
verso il fondo, ma l’altra faccia di una moneta che risulti, per il nostro
sistema davvero spendibile, è quella della creazione di un nuovo modello
economico che, innervandosi finalmente sulle tante potenzialità che questo
paese esprime, possa produrre vero sviluppo, vera ricchezza, vere prospettive.
O c’è questo nuovo modello di sviluppo o questo paese, anche se con meno debiti
sulle spalle, rischia di non andare più da nessuna parte. Proprio da nessuna
parte. O si assemblano in modo diverso e finalmente in modo più produttivo e
più programmato le risorse e le energie di questo paese o la globalizzazione,
come sistema, alla fine ci spazzerà via. E per la realizzazione di questo
modello le Istituzioni della politica hanno responsabilità primarie e non
delegabili. Si prendano le Istituzioni finalmente queste responsabilità e
finalmente le nostre imprese sapranno dove guardare, come lavorare, come
competere.