L’entità
ormai davvero speculare dei problemi
che oggi investono la nostra economia e, di converso, anche il nostro
sistema sociale richiedono da parte delle nostre Istituzioni e della nostra
classe politica risposte che siano di eguale entità e soprattutto di nuovo
conio.
Per
anni ci siamo illusi che per assorbire e poi poter gestire, in positivo, gli
effetti della globalizzazione, bastassero
solo piccoli aggiustamenti e quasi marginali correzioni di rotta.
E’
stata, invece, una pia illusione e poco ci conforta il fatto che anche altri
paesi europei abbiano commesso il nostro stesso errore.
Questa
mancanza di preveggenza da parte delle Istituzioni e della classe politica ha
avuto effetti rovinosi da noi come su altri paesi. In Germania ci sono oggi cinque
milioni di disoccupati che vivono solo grazie ai sussidi concessi loro dai
lander. In Francia la “banlieu” di Parigi come quelle di altre decine di città
sono improvvisamente esplose. In Italia sono mille, e aumentano ogni giorni i
problemi insoluti.
La
verità è che la globalizzazione, proprio perchè miscela insieme, nella stessa
bottiglia, problemi di natura economica e problemi di carattere sociale,
rischia, in mancanza di strategie di nuovo conio, di trasformarsi in una bomba
molotov.
Bisogna
rilanciare la nostra economia, certo, ma come riuscire a rilanciarla senza
piani e senza riforme che, razionalizzandone e modernizzandone l’assetto,
possano definire una vera prospettiva di sviluppo?
O
davvero pensiamo che basti, per ridare competitività al sistema e
garantire certezze di sviluppo, un po’
meno di debito pubblico, un po’ più di sostegno all’industria, un po’ più di
riformicchie in ordine sparso?
E’
chiaro che ci vuole molto di altro, e questo altro, questo indispensabile altro
ancora purtroppo non si vede.
I
nodi da sciogliere sono parecchi.
Prendiamo,
ad esempio, il problema della delocalizzazione industriale. Può essere anche
giusto, come ha fatto la Germania, chiudere delle fabbriche in casa propria per
riaprirle poi in Polonia a costi di produzione molto più bassi e quindi assai
più competitivi sui mercati. Si dà però il caso che buona parte di questi
proventi servano poi non a creare altro sviluppo, ma a pagare i sussidi a chi,
in Germania, è rimasto disoccupato. E’ questa la soluzione?
A
me pare di no.
Oppure
non delocalizzare e mantenere però industrie che, in ragione dei loro
esorbitanti costi, non riescono più ad essere competitive. Certo, così non si
crea disoccupazione, ma per quanto
tempo ancora?
Tutti
dicono che la chiave di questo rebus è nella parola “modernizzazione”.
Termine
suggestivo ma che per ora è solo uno scioglilingua.
Le
Istituzioni si stanno realmente modernizzando? Non mi pare. La classe politica
sta diventando davvero più consapevole della necessità di programmare l’economia
cambiando tipo di approccio ai problemi? Non mi pare che stia accadendo nemmeno
questo.
E
l’industria - parlo soprattutto del manifatturiero - ha davvero imparato la
tremenda lezione impartita dalla globalizzazione ristrutturando alla radice le proprie strategie e i propri metodi produttivi? Non mi pare nemmeno
questo.
E
poi il capitolo “liberalizzazioni”. Tutti dicono all’unisono che la
liberalizzazione del mercato è, dopo la modernizzazione, l’altra chiave di
soluzione del nostro rebus.
E’
vero, ma quando dall’astratto si passa al concreto, tutti poi - e anche, lo
ammetto, chi appartiene al settore della distribuzione - parlano di liberalizzazioni pensando solo a
quello che potrà essere il proprio tornaconto. E, trattandosi assai spesso di interessi
contrapposti, alla fine non si muove nulla.
Tutto
questo per dire che non si uscirà da
questa situazione che definirei di vero
e proprio stallo del sistema fino a quando le Istituzioni e la classe politica
non si decideranno ad assumere fino in fondo le responsabilità, primarie,
proprio primarie, che ad esse competono.
In
un sistema democratico è così, non può che essere così, deve essere così.
Non
vi potranno essere veri processi di innovazione e vere modernizzazioni fino a
quando, a livello politico, prima di tutto a livello politico-istituzionale,
non si definiranno e poi attueranno vere strategie per lo sviluppo del sistema:
con chiarezza di obiettivi, determinazione nel perseguirli, riforme che non
restino solo pezzi di carta.
Libero
mercato? E chi non vuole un libero mercato? Ma questo resterà un obiettivo a
mezz’aria fino a quando la politica, a supporto del mercato, non adotterà
strategie conseguenti.
E
aggiungo: il tempo delle scelte da fare per il rilancio del nostro sistema
economico sta finendo, anzi è proprio agli sgoccioli.
Perché
o l’economia, sulla spinta di una programmazione di sistema finalmente di nuovo
conio, riuscirà a riprendersi e a rilanciarsi nel 2006 o il nostro destino sarà
quello dell’avvitamento, del riflusso, insomma di quella cosa che qualcuno già
chiama declino.
Certo,
tutte le imprese e di ogni settore devono fare la loro parte per far uscire la
nostra economia da questa palude. Le energie ci sono, la voglia c’è.
Ma
ciò non basta. Occorre che la politica, avvalendosi di tutte le sue
prerogative, apra nuovi spazi di competizione, modernizzi l’apparato pubblico,
faccia le riforme necessarie, decida sulle regole, stimoli l’iniziativa privata
liberandola dai ceppi di leggi, di normative e di un sistema fiscale che, per come sono oggi strutturati, le
impediscono di essere competitiva.
Chi
sarà chiamato a governare dopo queste elezioni dovrà fare tutto questo.
E
io mi auguro sinceramente che lo faccia.
Non
si potrà fare tutto in un giorno s’intende,
ma occorre fissare subito un tracciato nuovo, più affidabile e che dia a
famiglie ed imprese più concrete garanzie sugli obiettivi che si vogliono
raggiungere.
Sarebbe,
per il sistema, un grosso passo in avanti. Sarebbe la boccata di ossigeno di
cui tutti, in questo mercato, hanno oggi assoluto bisogno.