Vi sono diversi modi di leggere
e di interpretare momenti celebrativi come quello che noi oggi viviamo.
Io
vorrei scegliere tra questi diversi modi - e penso che si tratti di una scelta
che voi condividerete - quello del pragmatismo, della concretezza e dell’antiretorica.
Sono, difatti, sempre state queste le tavole della legge di chi opera - e la sua è ormai una storia più che centenaria – in un libero mercato cioè nel luogo dove i grandi temi della politica, della società e del suo sviluppo si traducono, ogni giorno, in problemi concreti, a misura d’uomo, per risolvere i quali occorre assumere responsabilità specifiche, dirette e, in alcun modo, eludibili.
Ad ogni
angolo di strada non c’è retorica che tenga perché, dal suo quotidiano
setaccio, passa solo la farina a doppio zero, quella di scelte e fatti che,
agli occhi della gente, siano davvero credibili.
Quando
essi non lo sono, diventano più crusca
che pane e, di fatto, per il mercato, sempre meno commestibili.
E’ un
problema serio sul quale mi pare che non si stia riflettendo abbastanza.
E’ come se le ragioni del mercato e quelle della
politica continuassero a procedere oggi su itinerari diversi e con diversi
tempi di percorrenza.
E’ il
mercato ad aver sbagliato itinerario o è piuttosto la politica a doversi
convincere che è arrivato il momento di dover rivedere la propria rotta?
E’
l’orologio del mercato a segnare l’ora sbagliata o è, invece, quello della
politica?
Sono
riflessioni che gli operatori del mercato si fanno ormai ogni giorno e con
sempre maggiore preoccupazione ed affanno.
E’ vero che le spiagge della nostra economia continuano ad essere erose dalle mareggiate di una crisi che parte da lontano e che sta investendo anche quelle - chi più chi meno - di quasi tutta l’Europa, come è anche vero che il brusco abbattimento delle barriere ha improvvisamente fatto franare regole e logiche protettive di ogni singolo mercato. Ma tutto, mi pare, possiamo fare oggi meno che alzare sul pennone la bandiera del fatalismo e dell’arrendevolezza come se ci trovassimo di fronte ad un fatto compiuto ed ormai irreversibile.
Non è
così e comunque non può finire così perché, come ha ricordato di recente anche
il Capo dello Stato, il nostro è un grande paese che ha enormi energie ancora
da spendere ed enormi potenzialità ancora da esprimere.
Il fatto
è - e lo vorrei dire con trasparente chiarezza - che le insidie più pericolose
non vengono dai prorompenti mercati della Cina, dell’India o da quelli
dell’Europa dell’est.
Le
insidie maggiori ci vengono, purtroppo, da dentro casa.
Sono
quelle di un’Europa che, per quanto riguarda le strategie di politica
economica, appare oggi assolutamente inerte.
E sono
anche quelle di istituzioni e strutture politiche che, nel loro insieme, invece
di affrontare i problemi reali del nostro mercato ormai giunto sulla soglia
della sopravvivenza, continuano a mettere, poi a togliere e poi a spostare
bandierine su una mappa di strategie che resta, in gran parte, virtuale.
Quel che
chiediamo oggi è meno bandierine e più decisioni concrete, meno strategie a
lungo termine e più azioni di pronto intervento, meno “infioritura” di dispute
e di dibattiti e più pragmatismo.
Il che
vuol dire finalmente decidere chi deve fare che cosa, con quali risorse e
attraverso quale tipo di scelte.
Sono
alcuni anni che si gira intorno a questi tre interrogativi senza riuscire a
dare ad essi una credibile e soprattutto efficace e concreta risposta.
La
politica dei “miraggi”, del vedremo appena sarà possibile e dei conti scritti e
riscritti a matita ha davvero fatto il suo tempo.
Chi fa
che cosa e poi se ne assuma, di conseguenza,
tutte le dirette responsabilità è il primo ed ormai ineludibile
corollario di una svolta della nostra politica economica.
Mi pare
- ma vorrei sbagliarmi - che su questo punto non sia stata fatta ancora
chiarezza. Male perché non è ancora rimpallando le responsabilità di qua e di
là che possono essere fatte scelte certe e definitive di politica economica.
E poi i
contenuti di questa politica che, ripeto, agli occhi del mercato, devono oggi
essere “farina a doppio zero”, scelte vere e non double face fatte cioè
per accontentare tutti e quindi alla fine nessuno.
Nessuno
pensa che, se i soldi non ci sono, si possano, come accadde nel periodo più
burrascoso della rivoluzione francese, immettere sul mercato “assegnati” cioè
carta moneta quasi senza valore.
Ma
allora, se questi soldi non ci sono, lo si dica con chiarezza e si attui una
politica diversa e di assai più accentuato rigore. Verranno pure dei mal di
pancia, ma è meglio qualche mal di pancia in platea che un collasso
dell’economia dietro le quinte del palcoscenico.
Altrimenti,
se questi soldi ci sono, si mettano sul tavolo uno sull’altro e si decida, con
grande chiarezza, come impiegarli e per soddisfare quali priorità.
Questo
chiede il mercato a misura d’uomo, questo chiedono le imprese che operano ad
ogni angolo di strada, questo e non altro chiede Confcommercio oggi alle
istituzioni della politica.
Mi
auguro che questa virata di bordo nel segno della chiarezza e della concretezza
venga fatta dal governo al più presto.
Non si
tratta - non c’è più tempo ormai per questo - di costruire un nuovo grattacielo
cioè di mettere in piedi, in poche notti, un diverso e globale modello di
sviluppo. Si rischiano altre fumisterie, altri falò di illusioni.
E’
quello che tentò di fare Alessandro I’imperatore di Russia per impedire
l’avanzata di Napoleone. Ma mentre egli ancora cercava faticosamente di
assemblare le proposte che venivano avanzate dalla corte dei suoi generali,
Napoleone con le sue truppe era già entrato a Mosca.
Piani a
lungo termine potevano essere progettati qualche anno fa, ora mi pare che non
ci sia proprio più tempo.
Ma
scelte sì, radicali e fatte tutte nella giusta direzione.
E di
scelte, credo, bisogna farne subito almeno tre.
La prima
è quella di un radicale taglio della spesa pubblica improduttiva che, per il
suo enorme costo, sta togliendo fiato ed energie a famiglie ed imprese. Io sono
convinto che se questi tagli si materializzassero sul serio, famiglie ed
imprese, prendendo coscienza che qualcosa di serio sta finalmente accadendo,
comincerebbero a guardare alle Istituzioni con occhio diverso e sarebbero
animati da un maggiore spirito collaborativo.
La
seconda. Non si è ancora capito - nessuno lo ha capito, noi meno di tutti gli
altri - se questo paese vuole affrontare i drammatici problemi posti dalla
concorrenza dei mercati indossando ancora la marsina del vecchio sistema
industriale oppure un vestito diverso e tagliato finalmente sulla misura
imposta dalle diverse condizioni di un mercato in cui è la grande area dei
servizi - e nessun altro - a produrre ricchezza e nuova occupazione. Nessuno di
noi pensa a scelte che siano demolitrici del vecchio sistema. E’ certo però che
il tempo dei favoritismi e dei surrogati assistenziali per risolvere almeno
problemi di facciata sta finendo. Lo sanno le famiglie che, di questi
favoritismi, pagano oggi tutto il costo, lo sanno le imprese dell’area del
terziario, oggi stanche di tirare la carretta dell’economia senza ottenerne
nessun significativo beneficio.
La
terza. La schermaglia dialettica che, sulla realtà dei nostri conti pubblici,
il nostro governo ha iniziato con le autorità di Bruxelles, mi pare, per il
nostro mercato e per i suoi progetti di sviluppo, scarsamente produttiva almeno
per quel che sta accadendo nelle tasche della gente.
Non si
tratta di discettare su uno zero virgola in più o in meno sulla quantità del
nostro deficit e del nostro debito, ma cominciare a rendersi conto che, anche
se noi abbiamo ragione e Eurostat ha torto, stiamo comunque affogando nei
debiti.
E noi ad
affogare proprio non ci pensiamo. E’ bene che le istituzioni della politica
comincino a rendersene conto.