L’aumento della produzione
industriale, da un lato, e la crescita, dopo quasi due anni di gelo, dei
consumi delle famiglie, dall’altro, sono segnali importanti. Certo, per ora, da
un lato come dall’altro, si tratta solo di deboli, quasi impercettibili “refoli”
di ripresa, davvero troppo modesti per poter già dire che la nostra economia
sta cominciando realmente a svoltare. Sarebbe però anche un errore
sottovalutarli o considerarli del tutto insignificanti.
Io, proprio perché abituato a
ragionare solo su numeri e fatti concreti, non sono mai stato fra quelli che
praticano l’ottimismo d’accatto.
E’ anche vero però che bisogna
prendere atto che qualcosa si sta finalmente muovendo, com’è, del resto, logico
e giusto che accada in un paese che, possedendo ancora un grande bagaglio di
energie, di risorse e di potenzialità, non accetta l’etichetta di paese in
declino e che sia destinato a soccombere sotto il rullo compressore della
globalizzazione.
Ma qual è oggi il problema? E’
quello, a mio giudizio, di incanalare, di convogliare e poi di gestire questi
refoli di ripresa in modo tale che essi servano a produrre anche un modello
nuovo di sviluppo.
Perché sarebbe sciagurato, direi
imperdonabile attaccare oggi questo piccolo carro di ripresa a cavalli vecchi e
ormai sfiancati cioè a modelli e strategie di sviluppo che, nelle logiche di
mercato oggi imposte dalla globalizzazione, non sono più competitive, anzi non
hanno più ragione di esistere.
E ponendo questo problema non
intendo affatto personalizzarlo su responsabilità di questo o quel versante
politico, della destra come della sinistra.
Chiunque assumerà, infatti, le
responsabilità di governo nella nuova legislatura dovrà affrontare prima di
tutto il problema di un nuovo modello di sviluppo che porti fuori il paese
dalle secche in cui oggi purtroppo si trova.
O si metterà mano a questo nuovo
modello con strumenti e strategie e su pilastri adeguati o il ritorno ad una
competitività del sistema resterà purtroppo solo un miraggio.
E devo dire che il confronto che
si va accendendo soprattutto a livello politico e istituzionale in questa
campagna elettorale è, su questo cruciale problema, purtroppo ondivago,
sfocato, in una parola ancora privo di proposte che appaiono, in questo senso,
credibili o addirittura risolutive.
Bisogna risanare il debito e
poi? Bisogna far fronte prima di tutto alle emergenze imposte da settori in
crisi e poi?
Giusto tamponare, in qualche
modo, le falle che si sono aperte nello scafo della nave, ma siamo sicuri che
questo basti per farle riprendere il mare e per farle seguire le rotte oggi
imposte dall’economia internazionale?
Io
dico che non basta. O cominciamo ad avere l’occhio lungo sui problemi che oggi
pone la sempre più esasperata concorrenza dei mercati o la nostra economia
rischierà di finire chiusa dentro un giardinetto di pochi metri quadrati e
senza sbocchi.
Cosa vuol dire lavorare oggi per
la realizzazione di un nuovo modello di sviluppo? Per me significa fare
soprattutto tre cose:
1-
Cominciare prima di tutto ad utilizzare le grandi potenzialità
che questo paese ancora conserva: industria e manifatturiero certo, ma anche
turismo e dinamiche di sviluppo di tutta l’area dei servizi.
Voglio dire cioè che fino a quando la programmazione della nostra
economia resterà ancorata solo alle logiche e alle priorità che hanno fatto
testo negli anni ottanta e novanta non solo non si avrà un nuovo modello di
sviluppo ma il nostro ruolo finirà con l’essere quello di un paese sempre più
gregario, sempre più asfittico, sempre più a rimorchio di altri mercati.
2-
Nuovo modello di sviluppo significa stabilire nuove,
diverse e ormai inderogabili priorità. Niente di più e niente di meno di quel
che altri paesi a noi concorrenti hanno, del resto, già fatto da tempo.
Il che vuol dire mettere in
primo piano e con intenti finalmente risolutivi problemi che si chiamano
logistica, infrastrutture, comunicazioni, trasporti, servizi alle imprese e
alle persone.
Fino a quando questi problemi
non saranno davvero affrontati e risolti, la competitività del nostro sistema non
potrà che scendere nelle graduatorie internazionali. Basta, del resto, scorrere
le classifiche che oggi vengono fatte sul grado di competitività dei singoli
paesi, per capire che così l’Italia non può andare avanti. Siamo scesi al 41°
posto. Dobbiamo scendere ancora o ci decidiamo finalmente a fare qualcosa per
risalire la china e per riavere, nei mercati, il peso e il ruolo che ci spetta?
3- Proprio questa città e questa regione sono oggi un simbolo
dell’Italia che non solo non si arrende, ma che anzi lotta, con il cuore e con
i denti, per non soccombere: un livello di operosità che dovrebbe essere di
esempio ad altre regioni italiane.
Ma - ed è appunto questo il
grande rebus di fronte a cui si trova oggi il nostro paese - o queste
operosità, questa voglia di guardare sempre avanti, queste energie vengono
convogliate in un modello di sviluppo che abbia valenze, latitudini e strumenti
di programmazione di nuovo conio e perciò di maggiore efficacia o il nostro
sistema economico rischia di non andare più da nessuna parte.
Si dirà che è difficile cambiare
il motore in corsa.
Vero. Del resto, anche altri
paesi europei - chi più chi meno - hanno oggi gli stessi nostri problemi: costi
del sistema sociale troppo onerosi, poche risorse disponibili per la ricerca e
per l’innovazione dei prodotti, concorrenza quasi selvaggia da parte di paesi e
di mercati che, godendo di regimi fiscali assai diversi e avendo un peso del
Welfare quasi inesistente, possono mettere alle corde, strapazzare o
addirittura schiantare quel che si offre e si produce all’interno del vecchio
sistema europeo.
E’ come se l’Europa fosse ancora
legata ai dettami del Vecchio Testamento, dettami che poco hanno a che fare con
quelli del Nuovo Testamento imposti oggi dalla globalizzazione dei mercati.
E, difatti, la Germania, per
sopravvivere, sta “delocalizzando” gran parte dei suoi impianti industriali. Il
fatto è però che, nel frattempo, in conseguenza di questa più che logica
trasformazione, il numero dei disoccupati in Germania è cresciuto a dismisura
tanto da porre oggi, a livello anche politico, nuovi e gravi problemi di
gestione del sistema economico.
Persino negli Stati Uniti, paese
simbolo del libero mercato, la General Motors, per sopravvivere, ha dovuto
chiudere dieci fabbriche e licenziare 25 mila dipendenti.
E da noi che si fa?
Giusto, più che giusto attuare
politiche che cerchino in ogni modo di evitare che la crisi del manifatturiero
si trasformi in una debacle occupazionale.
Com’è giusto che le nostre
Istituzioni, per quanto riguarda la programmazione dell’economia e l’utilizzo
delle risorse ancora disponibili, procedano in modo assai cauto e guardingo
attenti a non spostare il baricentro degli interessi e delle aspettative del
sistema.
Ma
questo, allo stato delle cose, resta purtroppo solo piccolo cabotaggio: un po’
meno debito da una parte, qualche opera di tamponamento dall’altra.
E poi?
Ecco perché il problema di un
nuovo modello di sviluppo che vada oltre la siepe del quotidiano mi pare ormai
diventato assai stringente.
Ho detto tutto il bene
possibile, ad esempio, di una proposta di legge finanziaria che oggi finalmente
punti al taglio strutturale della spesa pubblica improduttiva che è poi la
causa primaria del nostro debito pubblico.
E’ un passo che, se si farà - e
io mi auguro proprio che si faccia - andrà proprio nella direzione giusta
perché è solo così oggi che si può, da un lato, ridimensionare il nostro debito
e, dall’altro, si possono recuperare risorse per investimenti che siano utili
alla modernizzazione e quindi al rilancio del sistema.
Ma questo passo, da solo, non è
sufficiente.
Non è giocando in difesa che il
sistema può sperare di vincere la concorrenza di paesi - la Cina, l’est
europeo, l’India e altri - che, per conquistare fette di mercato, ormai vanno
all’assalto all’arma bianca.
Occorre, ripeto, un modello
nuovo di politica economica che dia finalmente respiro, forza e possibilità di
manovra a tutto ciò che di produttivo e di concorrenziale questo paese è ancora
in grado di esprimere.
Non possiamo pensare solo a
saldare i debiti che si sono accumulati e che l’Europa giustamente ci
rimprovera.
Ci vuole anche dell’altro, ci
vuole una politica che consenta di sfruttare tutte le potenzialità che il
nostro sistema è oggi in grado di esprimere.
Ed è appunto il sistema dei
servizi - un’area che, da sola, produce ormai il 55% della nostra ricchezza -
il comparto che può attivare un processo di sviluppo e di nuova
concorrenzialità e competitività del sistema.
Cerchiamo, in ogni modo -
sarebbe un guaio non fare qualcosa di importante in questa direzione - di
migliorare la competitività dei nostri prodotti nel mondo.
Ma cerchiamo anche di operare
perché questo sistema, al suo interno, divenga sempre più produttivo di
ricchezza.
Ecco perché il mio richiamo al
problema della logistica e delle infrastrutture.
Se non lo si risolverà il grande
motore del turismo internazionale prenderà altre strade. Purtroppo lo sta già
facendo.
E aver trascurato questo
settore, mi pare un enorme errore.
Se esso fosse messo in grado di
esprimere tutte le sue enormi potenzialità, ecco che anche le risorse da esso
prodotte potrebbero essere poi convogliate anche per il rilancio di altri
settori produttivi perché lo Stato avrebbe maggiori risorse da gestire per ogni
genere di investimenti.
Continuando col piccolo
cabotaggio, ripeto, sarà difficile uscire da questa situazione.
Ecco perché siamo ad un vero
giro di boa del sistema. Mi auguro che anche le Istituzioni della nostra
politica ne siano oggi coscienti.