Se, per un verso, è ormai del
tutto superfluo sottolineare l’estrema rilevanza che anche per le associazioni
di impresa ha oggi assunto la comunicazione, mi pare, invece, che valga la pena
di soffermarsi sul profilo che questa comunicazione deve avere per poter sempre
di più diventare uno strumento non solo utile ma anche vincente.
Anche se ovviamente entro nel
campo dell’opinabile, l’abc di questa comunicazione dovrebbe essere il
seguente:
primo, deve essere laica,
cartesiana, affidabile e, fino in fondo e a tutto tondo, credibile. E perché
insisto su questa sottolineatura? Perché questo tipo di comunicazione non può
non essere sostanzialmente diversa da quella che, ad esempio, è in uso e da
tempo immemorabile nel mondo politico.
La politica, nella maggior parte
dei casi, con più o meno abilità, tende sempre, attraverso la comunicazione, a
proiettare sulle pareti una serie di “ombre cinesi”, animate e suggestive fin
che si vuole, ma pur sempre astratte: faremo questo, vi promettiamo
quest’altro, ecc.
Per chiarire meglio la
differenza che c’è o dovrebbe esserci fra le due forme di comunicazione vorrei
fare, sul versante della comunicazione politica, due esempi, uno micro e uno
macro.
Quello micro è rappresentato
dalla vicenda dell’obelisco di Axum. Tempo fa - e si diede grande enfasi da
parte dei politici alla notizia - esso fu smontato per essere finalmente
restituito ai suoi legittimi e assai lontani proprietari. Ma è accaduto che,
messi i pezzi dentro voluminosissime casse, non si sono poi trovati né i soldi
né i mezzi per recapitarlo al destinatario e così da più di due anni sta
muffendo in un capannone. Morale: le buone intenzioni non si sono tradotte in
fatti concreti.
L’esempio macro riguarda
l’andamento dei nostri conti pubblici. Anche su di essi la comunicazione
politica continua da tempo nell’incessante gioco delle ombre cinesi: i conti
sono ormai a posto, si dice da un lato; sono tutt’altro che a posto, si replica
dall’altro. Il risultato è che famiglie ed imprese non riescono a sapere chi
dica la verità e quali di queste ombre cinesi siano poi la realtà.
Ecco vorrei dire che, rispetto a
questo tipo di comunicazione, quella che deve, invece, permeare e
caratterizzare l’attività delle associazioni di impresa è tutta diversa; quasi,
da un certo punto di vista, una specie, oserei dire, di “contro informazione”
perché cerca di fotografare la realtà e non l’immagine che della realtà altri
vorrebbero darci.
Il grado di affidabilità delle
associazioni di impresa è, insomma, a mio parere, ormai strettamente legato
alla loro capacità di realizzare una comunicazione che sia sempre di più a volo
radente, il più possibile oggettiva, autonoma e quindi svincolata dalle
suggestioni mediatiche create da chi, nel fare comunicazione, parte da altri
presupposti e per raggiungere un altro tipo di obiettivi.
Una comunicazione con i piedi
per terra, affidabile nell’analisi e credibile nell’esposizione dei fatti è
oggi, per le associazioni di impresa, l’unica, vera carta vincente.
Ma c’è anche un secondo problema
che, parlando di comunicazione di impresa, non va in alcun modo oggi
trascurato.
Intendo parlare del problema del
linguaggio.
Non si potranno realizzare forme
di più efficace interazione all’interno dei sistemi associativi e tra di essi e
il mondo delle Istituzioni e delle imprese fino a quando la comunicazione non
avrà un più solido retroterra di formazione, di cultura e di professionalità.
So bene che questo è un
obiettivo difficile da realizzare in breve tempo, ma o si supererà anche questo
non trascurabile handicap formativo o la strada sarà tutta in salita.
Fino a quando – e lasciatemi
essere crudo su questo punto - le associazioni di impresa, nel fare
comunicazione, continueranno, in qualche modo, a “scimmiottare” il linguaggio e
il tipo di approccio ai problemi che usa la politica, non andranno molto
lontano.
Credo che il concetto sia chiaro
e oggi largamente condiviso.
Si tratta di metterlo finalmente
in pratica.