Dopo
avvenimenti storici di portata gigantesca come quelli a cui abbiamo assistito
nelle ultime 24 ore credo che non sia facile per nessuno riprendere il filo
della discussione sui fatti e sui misfatti della nostra economia.
E
siccome dal prossimo Conclave uscirà un nuovo Papa, ma non certo la soluzione
di questi problemi, sarà bene approfittare di questo convegno per fare alcune
riflessioni che, almeno da parte mia, si sforzeranno, per quanto possibile, di
essere strettamente attinenti a questo tema senza troppi sorvoli sul contesto
politico generale.
Considerato
che alla fine della legislatura – a meno che, nel frattempo, non accada
qualcosa di imponderabile - mancano ormai, incluse le domeniche, poco più di 13
mesi che poi si ridurranno di altri due a causa della campagna elettorale, del
tutto trasversale ma sicuramente di grande valenza sociale, sul referendum che
il 12 giugno propone l’abrogazione della legge sulla procreazione assistita,
vorrei mettere subito sul piatto alcune riflessioni.
Ecco
la prima. Proprio perché ormai prossima al vero redde rationem, sarebbe
opportuno, direi indispensabile, che la coalizione di governo facesse ogni
sforzo per “sintonizzarsi” sulla lunghezza d’onda su cui ogni giorno e da ormai
parecchio tempo famiglie ed imprese discutono di soldi che non ci sono, di
potere d’acquisto che si indebolisce, di competitività in crisi e di tutte le
altre cose che questa prolungata fase di stagnazione dell’economia sta
purtroppo producendo a loro danno.
E
sintonizzarsi su questa lunghezza d’onda dovrebbe voler dire, per il governo,
cominciare a parlare dei fatti dell’economia in tutt’altro modo.
E
come? Abbandonando gli schemi del virtuosismo mediatico e cominciando ad usare,
invece, per far di conto, il semplice pallottoliere, uno strumento di calcolo
forse stantio e troppo artigianale ma che, agli occhi della gente e per le
tasche di famiglie ed imprese, avrebbe almeno il pregio dell’affidabilità e
soprattutto della concretezza.
Perché,
scusate la crudezza, famiglie ed imprese, frastornate da un incessante flusso
di spot in gran parte virtuali sull’andamento della macro come della micro
economia, stanno davvero perdendo la Trebisonda.
Due
più due fa quattro? Non si sa. Le tasse diminuiscono? Forse, o forse no. La spesa
pubblica è sotto controllo? Forse sì, forse no. La ripresa economica è vicina?
Forse sì, forse no. E poi: il peggio è passato o deve ancora venire? Sì, forse,
almeno lo speriamo.
Ecco
il punto: perché possa arrivare, come più volte ha detto lo stesso Berlusconi,
il tempo della ragione dopo quello della protesta, è indispensabile che il
governo cominci a far di conto insieme con il paese usando l’aritmetica della
chiarezza cioè del pallottoliere.
Non
ci sono i soldi per far fronte alle promesse che sono state fatte? Lo si dica
apertamente e forse molta gente arriverà, sia pur dopo qualche mal di pancia, a
farsene anche una ragione.
Non
si riesce a cambiare questa costosa e spesso inutile macchina pubblica perché
chi davvero la comanda e quotidianamente la gestisce si è chiuso dentro
serrando i catenacci? Il governo faccia nome e cognome dei responsabili e
saranno in molti, nel paese, ad appoggiarlo per sfondare questi fino ad oggi
invalicabili portoni.
E
poi: il modello economico che fino a qualche anno fa sembrava potesse ancora
fare le fortune di questo paese è uno strumento ormai vecchio, arrugginito e
non più in grado di competere sui mercati? Lo si dica chiaro e tondo e se ne
proponga finalmente uno nuovo e diverso perché famiglie ed imprese sono davvero
stufe di sentirsi ripetere che bisogna cambiare tutto mentre poi, di fatto, non
si riesce a cambiare niente.
Vengo
alla seconda riflessione. Cominciare a far di conto usando il pallottoliere e
le tabelline della tavola pitagorica significa anche, per quanto riguarda la
politica economica, fare delle scelte ed indicare quali devono essere le vere
priorità.
Fino
ad ora queste scelte o non sono state fatte o sono state disegnate solo sulla
carta e, per questo, la politica economica sta rischiando di diventare un
minestrone sempre più indigesto e, per buona parte del paese, addirittura
immangiabile.
E
lasciatemi aggiungere una cosa: la sfiducia nel futuro e il montante distacco
di molti giovani dalla politica, entrambi chiaramente emersi nel sondaggio che
qui abbiamo presentato, non sono segnali da prendere sotto gamba.
Sono,
infatti, indice di un disorientamento che sta tracimando nella disaffezione nei
confronti delle Istituzioni e di coloro che le rappresentano.
Vogliamo
prenderne coscienza o vogliamo continuare a far finta che quel che potrà
accadere domani, in questo paese, non ci debba riguardare?
Ritorno
al pallottoliere cioè alla matematica che tutto è meno che un’opinione
politica.
Io
penso che siano oggi soprattutto tre i problemi da affrontare urgentemente
ricorrendo, se necessario ed è, a mio parere, più che necessario, anche ad
operazioni di alta chirurgia.
Il
primo è quello del sempre più pesante ed invasivo costo della macchina
pubblica. Il ministro dell’economia si è adoperato e non senza affanno per
tentare almeno un suo contenimento. Ma non è diminuendo questo costo dello
zero-virgola-qualcosa che possiamo pensare a ribaltare una situazione che, da
questo punto di vista, mi pare sia diventata ormai insostenibile. Non solo il
costo di un dipendente pubblico è del 44% superiore a quello di un dipendente
di un’impresa privata ma c’è anche una pletora di dirigenti pubblici che,
grazie all’alibi dell’esistenza di contenitori la cui architettura risale allo
Stato umbertino, continuano ad occupare sedie e scrivanie e soprattutto a
percepire stipendi che, in uno stato moderno, non dovrebbero più avere ragione
di esistere.
Ne
vogliamo cominciare a parlare seriamente o aspettiamo che questa enorme
impalcatura di spesa improduttiva ci frani addosso?
E
cosa penso quando parlo della necessità di una radicale riforma? Penso ad una
struttura pubblica che sia finalmente deputata solo a realizzare servizi per
l’utenza: scuola, sicurezza, sanità, logistica e sviluppo economico e
territoriale, supporto a famiglie ed imprese. Il resto della struttura servirà
forse a supporti ed ammennicoli di tipo clientelare, ma non certo ad una
società che, credendo nel vangelo del libero mercato, voglia puntare alla
competizione e allo sviluppo.
E
dico subito che la nostra classe politica, non solo da oggi ma da molti anni,
si è rivelata incapace, sostanzialmente incapace di affrontare e di risolvere
questo problema.
Problema
la cui soluzione - e so di toccare qui un altro tasto delicato - si
interconnette con quello della devolution.
Lasciatemi
tornare alla logica del pallottoliere. Non nego affatto che la spalmatura sul
territorio degli effettivi poteri di gestione e di spesa affidati fino ad oggi
in gran parte allo Stato centrale non sia una buona cosa. Anzi, lo potrebbe essere
sicuramente. Ma non mi sono affatto chiare per ora due cose. La prima è se
questa riforma porterà non solo ad una razionalizzazione ma anche ad un vero
taglio del costo della macchina pubblica. Insomma la devolution porterà ad una
sottrazione delle spese o, invece, ad un suo ulteriore accumulo a causa di un
decentramento che, per centinaia di migliaia di impiegati pubblici, sarà solo
virtuale? E’ un problema che la riforma Bassanini non riuscì assolutamente a
risolvere, ma che nemmeno oggi mi pare, con le idee e le proposte messe in
pratica da questo governo, ancora risolto. Tutto sarebbe più chiaro - e vengo
al secondo quesito - se, pallottoliere alla mano, fosse stato messo sul tavolo
il presupposto di questa riforma cioè il federalismo fiscale - tante spese si
tolgono da qui per trasferirle là - ma mi pare che su questo problema non si
sia fatto o, quel che è peggio, non si sia voluto altamente fare per nulla
chiarezza. E così famiglie ed imprese restano tra coloro che sono sospesi
perché né le une né le altre sanno ancora se questa riforma migliorerà il loro
reddito o se, invece, a causa dell’aumento dei costi della macchina pubblica,
li peggiorerà ulteriormente.
La
seconda priorità riguarda il comparto industriale e quel che potrà essere e non
essere il suo futuro. Non ho ancora capito - e penso di non essere il solo -
quale sia il disegno di politica economica che, a supporto di questo settore,
certamente importante per lo sviluppo del nostro sistema, il governo intende
realizzare. I dati sulla produzione industriale e sulla perdita di
competitività sui mercati di questo comparto sono talmente evidenti che non
possono più essere nascosti dietro il siparietto delle convenienze politiche.
Non
basta, come si è fatto fino ad oggi, solo declinare formule astratte anti
declino: occorre che il governo spieghi con chiarezza quale funzione intende
assumere per fronteggiare questa crisi, con quali risorse e soprattutto con
quali obiettivi per la crescita dell’economia del paese.
Io
non sono fra quelli che considerano ormai disperato il tentativo di riportare
il comparto industriale su sostanziali livelli di competitività. E questo
perché il sistema ha ancora, per fortuna, risorse ed energie da vendere e che,
visto che sta ormai lottando per la sopravvivenza, sicuramente metterà in
campo.
Ma
è indispensabile che anche i gestori della politica escano dal siparietto
dell’ambiguità o del “tutto va bene madama la marchesa”.
E
siccome non penso, vista l’ormai conclamata esiguità delle risorse disponibili,
che lo Stato possa pensare a nuove formule di irizzazione del sistema
industriale, il governo deve decidersi a fare concrete scelte di campo
adoperandosi per una sola cosa, la più urgente di tutte e che resta di sua
stretta ed ineludibile pertinenza: la diminuzione di un costo del lavoro che
ormai, per tutte le imprese, sta diventando insopportabile.
Terza
ed ultima riflessione che poi cerca anche di riassumere tutte le altre che ho,
in qualche modo, cercato fino ad ora di fare.
Non
ho capito quale modello di sviluppo questo governo voglia realizzare per far
uscire questo paese da questo fin troppo lungo e assai debilitante periodo di
stagnazione.
Vi
sono essenziali comparti della nostra economia, quelli soprattutto che operano
nell’area dei servizi di mercato - e non posso non citare, fra gli altri,
quello del turismo che pure oggi resta, a conti fatti, la più grande e
produttiva impresa italiana – per i quali non ho ancora capito quale sia il
disegno e quali siano le vere priorità che il governo intende perseguire, nel
quadro di una politica economica, per metterli finalmente nelle condizioni di
poter produrre sviluppo.
Il
crinale a cui sono ormai giunti i consumi interni è davvero preoccupante, ma il
governo avrà le risorse necessarie per “svoltare” davvero in tema di riforma
fiscale? E’ un interrogativo che oggi milioni di famiglie hanno sulla punta
delle labbra e, più tarda la risposta, più cresce la loro disaffezione e il
loro disorientamento.
Ma
anche il crinale degli investimenti – mi riferisco soprattutto a quelli in
infrastrutture - della ricerca, della formazione, della politica di sostegno
alle imprese che si muovono sul territorio sta diventando sempre più cedevole e
pericoloso.
Siamo
ormai in una situazione di emergenza che impone scelte rigorose e cure da cavallo?
Il
governo lo dica, lo dica, lo dica con chiarezza. Faccia le sue scelte, anche
crude e brutali se occorre, ma le faccia perché i discorsi ambigui e ondivaghi
davvero non pagano più.