Ho seguito con molta attenzione
il dibattito aperto in questi giorni dal quotidiano “La Stampa” su quelle che
potranno essere, nel quadro dell’ormai ineludibile processo di trasformazione
delle strutture portanti della nostra economia, le linee di sviluppo di una
grande città come è certamente Torino e di una grande regione come è certamente
il Piemonte.
E’ un dibattito che offre
stimoli di indubbio interesse che trovano, del resto, riscontro anche
nell’indagine che oggi viene qui presentata e che evidenzia come il Piemonte,
soprattutto sotto il profilo dell’impianto sociale, della ricerca,
dell’innovazione tecnologica, delle dotazioni culturali e delle capacità
imprenditoriali, sia una delle regioni non solo dell’Italia ma anche
dell’Europa che ha oggi maggiormente le carte in regola per raccogliere le
sfide che ci riserva il futuro.
Io non so - e credo, in questo,
di essere in buona compagnia - quale tipo di futuro potrà essere riservato al
polo industriale che ha come suo perno la Fiat.
Non posseggo la palla di vetro
e, del resto, la convulsa, quasi frenetica globalizzazione dei mercati non
consente più alcun tipo di previsione che non confini con la magia.
Certo, mi auguro fortemente che
questo futuro possa esserci anche se credo che, per costruirlo, sia ormai
indispensabile adottare strategie che puntino ad una radicale innovazione sia
della politica industriale che delle forme di approccio ai mercati.
E prima queste scelte verranno
portate al loro più idoneo e più efficace punto di approdo e meglio sarà per
tutti.
Vorrei anche dire però che
sarebbe un grave errore attendere l’esito di questo processo per
“cantierizzare” progetti di sviluppo dell’economia piemontese che fossero, in
qualche modo, alternativi a quelli del polo industriale.
Penso, invece, che, per dar
corpo a questi progetti, non vi sia più nemmeno un minuto da perdere e per
almeno due motivi.
Primo, perché se trasformandosi
il polo industriale fosse costretto a ridurre - magari in misura congrua - sia
la sua portata occupazionale sia il suo valore aggiunto, l’economia piemontese
avrebbe già assetti, energie e risorse sufficienti per controbilanciare queste
- mi auguro solo eventuali - perdite.
Ma anche nel caso che, invece,
le cose anche su questo versante andassero per il meglio - ed è quel che
sinceramente mi auguro - ecco che l’economia piemontese si troverebbe nella
condizione di poter fare un altro importante e significativo scatto di
dimensione e di valore sia nei confronti del mercato interno che di quello
internazionale.
Ma perché ciò avvenga è
necessario mettere in campo idee e realizzare un piano coordinato di
investimenti che, da un lato, valorizzino le molteplici entità imprenditoriali
che oggi già operano con successo nella regione e, dall’altro, consentano il
potenziamento anche strutturale di tutte le imprese che operano nel grande
settore dei servizi.
Le enormi potenzialità che
riserva, ad esempio, il polo turistico vanno adeguatamente gestite e sfruttate.
In questo quadro, le Olimpiadi
invernali del 2006 rappresentano un’importante pedana di lancio che però, per
produrre poi risultati che siano di lungo periodo, ha bisogno di una
programmazione che consenta di inserire anche questa Regione, piena come poche
di ricchezze da valorizzare, nel grande circuito del turismo internazionale.
E poi - e vengo al secondo
motivo - andare proprio a tavoletta per quanto riguarda la ricerca,
l’innovazione e soprattutto le tecnologie per le quali, come ben evidenzia una
delle tabelle di quest’indagine, il Piemonte possiede un valore di gran lunga maggiore
a quello di quasi tutte le altre regioni italiane.
Muoversi, anzi correre verso il
futuro mi sembra l’unica vera ancora di salvezza del nostro sistema economico.
Consentitemi di legare questo
mio intervento anche ad alcune considerazioni di ordine generale che riguardano
lo stato della nostra economia nazionale.
Devo dire che sono oggi
preoccupato quanto lo siete voi.
Per tre ragioni. La prima è che
dalle Istituzioni della politica continuano ad arrivare proposte di soluzione
di questa crisi, che da congiunturale è ormai diventata strutturale, che non
sono ancora per nulla convincenti. Il documento di programmazione economica e
finanziaria che domani ci verrà esposto a Palazzo Chigi appare, infatti, come
un elenco di buoni propositi che però non si sa né come né quando né facendo
leva su quali risorse potranno essere realizzati. Tutto insomma continua a
galleggiare sul mare del “ forse”, un po’ poco per un paese che ormai vive con
i piedi dentro la recessione.
La seconda cosa che più ci
preoccupa è la mancanza di prospettive. Ci viene detto che il problema primario
resta quello del risanamento della spesa pubblica, ma, se deficit e debito
anziché diminuire, sono cresciuti in misura esponenziale, allora a cosa sono
serviti i sacrifici che imprese e famiglie sono stati costretti a fare in
questi ultimi anni?
La terza è che non si capisce,
stando almeno alle proposte che fino ad ora sono state avanzate, dove davvero
finisca la politica di risanamento e dove cominci, invece, quella dello
sviluppo e delle riforme da attuare per far ritornare ad essere competitivo il
nostro sistema economico.
Con un’ulteriore preoccupazione:
quella che anche quest’opera di risanamento finisca con l’essere solo di
facciata, quanto serve per rabbonire chi a Bruxelles ha il compito di tenere a
posto i conti dell’economia dei paesi dell’eurozona.
Non sarebbe di facciata se il
governo si decidesse a mettere sul tavolo un vero piano di tagli strutturali
della spesa pubblica improduttiva.
Ma di questo piano continua
purtroppo a non esserci traccia. Il che vuol dire che si sta costruendo, come è
già accaduto negli ultimi anni, sulla sabbia.
Consentitemi, a margine,
un’ultima riflessione.
Nessuno sottovaluta - ci
mancherebbe altro - il problema del terrorismo che ormai, come le nubi radioattive
sprigionate dall’impianto nucleare di Chernobyl dopo il famoso incidente,
rappresenta anche per noi una minaccia mortale.
Una cosa però andrebbe evitata,
quella di utilizzare queste nubi radioattive come alibi per procrastinare
scelte, decisioni, interventi di politica economica che ormai, invece, al
sistema servono come il pane.
Si tengano distinti i due
problemi e si decida di affrontare entrambi con strumenti e misure di sicura
efficacia.
Non mi pare che ci siano
alternative.