Al punto in cui siamo, mi sembrano superflui altri giri di
frase.
Intendo dire che, per far ripartire la nostra economia, la
cosiddetta “scossa” ormai non basta più.
Ci vuole un vero e proprio “strappo”, anzi ce ne vogliono
addirittura due.
Per mesi
ci siamo cullati nell’illusione che, per rimettere in piedi il sistema,
bastasse un moto d’orgoglio.
Bastasse
quasi infilare di nuovo la spina nella presa di corrente per tornare a correre.
E’ una
giaculatoria che è stata ripetuta ad ogni angolo di strada, ma purtroppo con
scarsi risultati.
Per
questo, anche se la speranza è l’ultima a morire, è arrivato il momento di
guardare in faccia la realtà per quella che è e non per quella che altri
vorrebbero che fosse.
Ed è una
realtà che si sta facendo sempre più pesante, più insidiosa e più complicata da
ogni lato.
Non
vanno, difatti, prese sotto gamba le preoccupanti analisi fatte due giorni fa
da Bankitalia sul reale andamento della nostra economia.
E va
ancor meno presa sotto gamba la decisione presa dall’Avvocatura generale della
Corte europea di giustizia di considerare l’Irap come un’imposta “incompatibile
con il diritto comunitario” e quindi, di fatto, fuori legge.
Era una decisione che incubava da tempo, ma che si sperava
che non si concretasse proprio ora cioè nel momento in cui , a causa della
perdurante crisi economica, non solo l’Italia ma anche di gran parte dei paesi
europei sono con il fiato corto e , per questo, costretti a rimodulare, in modo
significativo, piani di rientro del debito e strategie di sviluppo.
Ma
siccome, la Corte Europea, quando si muove su queste cose, non spara certo a
salve , mi pare quanto mai urgente che sull’Irap, un’imposta che noi, assai
prima che si pronunciasse l’Europa, avevamo giudicato sciagurata e devastante,
il governo faccia finalmente chiarezza.
E va
messo in chiaro un punto.
Non
vorremmo che , finito forse l’incubo dell’Irap
ne arrivassero per noi altri.
Perché
questo accadrebbe se ci si limitasse a spostare il gettito derivante da questa
imposta da una casella all’altra
ma sempre a carico dell’impresa.
Va
chiarito che una simile camaleontica operazione sarebbe per il mondo
delle imprese del tutto inaccettabile.
E’
tutto il sistema fiscale che deve essere sostanzialmente ridisegnato e reso
finalmente più compatibile con la primaria esigenza della crescita economica.
E non mi
pare con questo di dire nulla di sovversivo.
Ma, si
dirà, la coperta è corta e non si può certo allungare. Vero. Infatti non si
tratta di allungarla, ma di cambiarla.
E per
farlo bisogna mettere finalmente sotto controllo la spesa pubblica ma
poi anche decisamente ridurla nella sua parte largamente improduttiva, una
parte che oggi - per il solo suo sostentamento - assorbe una parte
rilevante delle risorse di cui lo Stato dispone.
Il che
vuol dire risolvere un’equazione complessa e a più incognite.
Risolvere,in
primo luogo, quell’ingombrante pasticcio rappresentato oggi da un
federalismo che si va costruendo senza il pilastro del federalismo fiscale.
Può
anche aver ragione il leghista Calderoni a protestare per la lentezza con cui
il Parlamento sta discutendo di Devolution e di altre cose.
Sarebbe
bene però che anche Calderoli si mettesse nei panni di chi, dentro e fuori del
parlamento, continua ad avere su questa riforma e sui suoi costi idee poco chiare.
Fino ad
ora ne abbiamo commessi fin troppi e non è più il caso di insistere su questa
strada.
Torno ai
problemi del quadro economico.
Non intendo sottovalutare gli agenti stimolatori contenuti
nel decreto sulla competitività varato dal governo.
Sono
qualcosa, meglio di niente, ma non bisogna illudersi che, da soli, essi possano
bastare.
Ecco
perché, per la salvezza, occorre uno “strappo”.
Strappo
fattuale e profondamente innovativo per quanto riguarda modelli, strategie ed
obiettivi.
E’
chiaro, infatti, che ci troviamo ormai di fronte ad un sistema che ha gomme,
impianto elettrico e carburatori talmente usurati da non permetterci più di
vincere alcun tipo di gara.
E,
insieme ad una politica da strappo per l’individuazione di nuove strategie
economiche, occorrono anche interventi di carattere costituzionale perché, con
l’attuale assetto delle Istituzioni, difficilmente potremo avere un modello di
governance pubblica capace di raccogliere e di vincere le sfide che oggi ci
vengono imposte dalla competizione mondiale.
So bene
che, ponendo anche questo secondo problema, rischio di urtare molte
suscettibilità e da vari lati, politici e non.
L’ho già
messo nel conto.
Ma, nel
sottolineare anche l’urgenza di riforme costituzionali, penso di essere in
qualche modo interprete di quella larga parte del paese - famiglie ed imprese
sullo stesso carro e unite dallo stesso oggi incerto destino - che non ne può
più di proposte che, su questo versante, restano solo bolle d’aria.
So che è
un tema difficile, ma il nostro non è forse un popolo di giuristi? Possibile
che non ve ne sia nessuno su piazza in grado di formulare proposte che possano
raccogliere il consenso di tutte o almeno di gran parte delle forze politiche?
Siamo
stanchi, stanchissimi di questo eterno girotondo.
Torno al
problema dello strappo necessario in campo economico.
Le
iniziative assunte da questo governo per rimettere in carreggiata la nostra
economia non hanno fino ad ora prodotto purtroppo i risultati sperati.
E un po’
più di autocritica, anche da questo lato, sarebbe cosa utile.
Non è
però nemmeno chiaro quale sia il modello alternativo che l’opposizione intende
proporre per raddrizzare la barca.
Si
intende operare da questo lato per il rafforzamento di un modello riformista o
si pensa, invece, ad un riflusso verso forme in qualche modo dirigiste?
E vanno
prese sul serio le idee di chi sembra orientato ad un ridimensionamento della
proprietà privata o si tratta solo di parole dal sen fuggite?
La
politica continua a parlare molto di Irak. Sarebbe corretto che parlasse di più
e con maggiore trasparenza anche di quel che sta accadendo da qualche tempo in
Italia.
I temi
caldi sono parecchi e saranno tutti al centro di questo meeting di Cernobbio.
Provo a
scandagliarne alcuni.
1-
Si fanno sempre più evidenti i segnali di smottamento,
anzi di cedimento strutturale di buona parte del nostro comparto
manifatturiero: a) crescente perdita di appeal del prodotto italiano sul
mercato interno; b) andamento dell’export che risulta sensibilmente al di sotto
dei parametri di crescita del commercio mondiale tanto è vero che, in pochi
anni, abbiamo perduto un terzo della nostra quota di mercato; c)ricerca e
innovazione al lumicino.
Si
tratta di cedimenti strutturali talmente vistosi da diventare quasi un problema
di calamità naturale e di Protezione Civile.
Giusto
e più che corretto adottare interventi straordinari che possano essere di
immediato sostegno ai cassaintegrati dei comparti maggiormente in crisi.
Ma
dopo cosa succede?
Si
pensa veramente che sia sufficiente piantare qualche alberello sul costone
della montagna per impedire più gravi smottamenti?
Sono
interrogativi che, per ora, hanno avuto solo risposte parziali e scarsamente
convincenti.
E’
evidente che il nostro modello industriale si trova oggi ad un bivio: o si
rinnova in modo da ritornare competitivo o si chiude dentro Fort Alamo cercando
di difendersi con l’arma del protezionismo.
Qualunque
sia la strada che si vuole imboccare, una cosa va però messa fin d’ora in
chiaro: l’oggettiva impraticabilità di un sostegno pubblico che possa arginare
le difficoltà di questi settori.
Primo,
perché le risorse pubbliche sono ormai davvero poche e quelle ancora
disponibili devono essere destinate ad inderogabili priorità quali
infrastrutture e servizi di base. Secondo, perché l’Europa sta andando in
tutt’altra direzione.
E ce ne
è anche una terza: non solo non è più il tempo di politiche di conio
assistenzialista, ma è anche arrivato il momento di realizzare un modello nuovo
di economia che tenga maggiormente conto di chi, in questo paese, sta creando
davvero valore aggiunto e sta facendo da volano alla produzione di ricchezza.
Non vi
voglio ammorbare con le solite statistiche, ma lasciatemi mettere sul piatto
almeno due dati: mentre i servizi di mercato contribuiscono oggi alla creazione
di valore aggiunto per il 50,8%, la fabbricazione, in senso stretto, di mezzi
di trasporto vi contribuisce solo per un 1,2%.
Vi
sembra possibile che si continuino a destinare, sotto forma di incentivi, a
questo 1,2% risorse pubbliche quaranta volte superiori a quelle destinate,
invece, ai servizi di mercato?
Il nodo
sta tutto qui e fino a quando non verrà sciolto i discorsi sul nuovo modello di
sviluppo resteranno anelli di fumo.
2-
La montante, visibile ormai ad occhio nudo, sfiducia di
famiglie e risparmiatori - evidenziata anche nel rapporto Censis - sulle
possibilità che la nostra economia possa presto uscire dalla fase di patologica
precarietà in cui si trova ormai da tempo.
E’
vero che chi è costretto a farsi i conti in tasca ogni giorno - e sono conti in
rosso - non ha né voglia né tempo di pensare positivo e di essere lungimirante.
E’
anche vero però che, soprattutto da parte delle Istituzioni, si sta facendo
assai poco di concreto per trasmettere a famiglie ed imprese l’idea che, oltre
lo steccato della crisi, possa esserci un futuro migliore.
3-
Il peso, da un lato, di una burocrazia che resta fra le
più costose ed improduttive del mondo e quello, dall’altro, della pressione
fiscale e del costo dei servizi che sta togliendo fiato e sonno sia alle
imprese che alle famiglie e non so quale di queste due componenti dell’economia
reale stia oggi arrancando di più.
Con
equivoci di fondo che pesano come pietre. Vero che il governo sta riducendo, in
qualche modo, l’Ire sulle famiglie, ma questa operazione ha prodotto, di
controbalzo, un taglio nei trasferimenti di risorse alle amministrazioni locali
che ora si vedono costrette o ad indebitarsi ulteriormente o ad imporre nuove
addizionali o a fare tutte e due le cose.
Il
rischio insomma è quello di una partita di giro nella quale alla fine chi ci
rimette è sempre il contribuente.
L’anno
scorso Berlusconi, proprio qui a Cernobbio, ci aveva promesso mari e monti. Gli
uni e gli altri sono purtroppo rimasti, in gran parte, un miraggio.
E
vogliamo parlare anche dell’Irap?
E’
vero che senza i 33 miliardi di euro incassati ogni anno con l’Irap - due punti
e mezzo di Pil e più del doppio del Pil realizzato nel 2004 - le
amministrazioni locali non saprebbero come gestire la sanità, ma perché non si
continua a fare niente di niente per tagliare almeno i costi esorbitanti di
quella parte della burocrazia che resta vistosamente improduttiva?
E
su questo livello di improduttività parlano chiare le statistiche del World
Economic Forum pubblicate qualche giorno fa.
L’inconcludenza
con cui si muove su questo terreno la dirigenza politica è davvero disperante:
un rosario di promesse e poi nulla.
Fino
alla fine degli anni ‘80 la nostra dirigenza politica è vissuta in allegria
pensando che debito pubblico, inflazione e svalutazioni competitive potessero
essere le giuste scorciatoie per produrre benessere. Poi, per salvare il paese
dalla bancarotta, è cominciata la cura da cavallo.
Risultato:
si è tamponata la crisi, ma il sistema è rimasto nudo di fronte alla
globalizzazione e ai problemi di un mercato che tende ormai a cancellare ogni
barriera protettiva.
4-
Per fronteggiare la globalizzazione e questa specie di tsunami economico
il nostro fabbricato costituzionale appare, come ho detto, ormai
sostanzialmente inadeguato. Pur facendo salve tutte le garanzie dell’equilibrio
dei poteri, esso va ricostruito con criteri antisismici.
Non
si può più, su questo assillante problema, giocare al tiro al piccione come
stanno facendo da dieci anni a questa parte le forze politiche di destra come
di sinistra.
E’
uno sport inutile, nocivo e costoso che andrebbe messo fuori legge.
Torno
al problema delle prospettive economiche.
Mi
pare che stiamo ancora continuando a camminare sui carboni ardenti.
Non
possiamo aspettarci, infatti, per questo 2005 e forse nemmeno per il 2006,
novità di rilievo.
Le
prospettive di crescita di quest’anno risultano già dimezzate rispetto alle
previsioni fatte dal governo e questo ripropone problemi di equilibrio della
finanza pubblica.
In
base alle stime fatte dal nostro Centro Studi, il rapporto deficit/pil, a causa
della minore crescita ed anche di un possibile aumento, per motivi petroliferi,
del tasso di sconto, dovrebbe essere del 3,3% nel 2005 e del 3,6% nel 2006.
E
il capitolo consumi non è certo migliore: per le famiglie prevediamo un
modestissimo +0,9% nel 2005 che potrebbe salire all’1,3% nel 2006.
Va
anche segnalato che, data la forte esposizione delle famiglie nei confronti
delle banche per i mutui ottenuti per l’acquisto della casa, misure anche contenute
di rialzo dei tassi da parte della Bce potrebbero indurre, nel 2006, a
comportamenti ancora più prudenti sul versante dei consumi rispetto a quelli
oggi stimati.
Non
è chiaro come il governo intenda affrontare questo problema, come non è ancora
affatto chiaro quali significative aperture vi potranno essere, in concreto, a
Bruxelles, per una revisione del Patto di stabilità.
Noi
ci auguriamo che queste aperture maturino, ma siccome non crediamo più alla
moltiplicazione dei pani e dei pesci, il problema di un ulteriore prolungamento
della fase di quasi stagnazione dei consumi e degli investimenti va purtroppo
messo nel conto.
Difatti,
a bocce ferme, il nostro debito potrà ridursi, nel biennio, solo dell’1,3%
scendendo dal 105,8 del Pil nel 2004 al 104,5 del 2006 cioè assai al di sotto
degli obiettivi programmati.
Ci era
stato promesso qualcosa di sostanzialmente diverso.
Per
questo insisto sulla necessità di operare uno “strappo” individuando una nuova
e più coraggiosa politica economica.
Servono
nuovi strumenti e soggetti più motivati che, da un lato, rivitalizzino il
mercato interno e, dall’altro, ridisegnino il funzionamento di gran parte della
macchina pubblica.
Ma anche
altri “strappi” sono necessari.
E’
indispensabile che lo Stato si decida, in primo luogo, ad accelerare le
procedure delle privatizzazioni che è poi l’unico strumento oggi disponibile
per ridurre l’entità mostruosa del nostro debito.
Per
ora, su questo versante, ci si sta muovendo con tortuosa lentezza.
Perché
lo Stato non si decide a mettere in vendita il suo enorme patrimonio
immobiliare - quasi 1.800 miliardi di euro - che di sola burocrazia e
manutenzione costa cifre folli?
Anche
se so di toccare un altro nervo scoperto, non posso non parlare del pubblico
impiego e delle ingenti risorse che esso sottrae al sistema dell’economia
reale.
E’
giusto o no che un dipendente pubblico abbia oggi una retribuzione del 44% più
alta di quella di un dipendente privato?
Ed
è giusto che, per unità di prodotto, il costo del lavoro, nella Pubblica Amministrazione,
sia del 63% più elevato di quello di un’impresa privata?
C’è
di più. Dal 1993 al 2003 il numero dei dirigenti pubblici è salito da 145 mila
a 179 mila mentre quello dei dirigenti di aziende private è sceso da 170 mila a
165 mila. Oggi, nel pubblico, vi è un dirigente ogni 29 dipendenti mentre nel
privato ve ne è uno ogni 65 con conseguenze sul costo del lavoro facilmente
immaginabili.
E
tutto questo senza la “tara” delle consulenze d’oro o di platino che, nel
pubblico, stanno crescendo in modo debordante.
E
un vero e proprio “strappo” di chiarezza si impone ormai anche sulla riforma
del federalismo.
Sono
diversi anni che ce la meniamo prima con la riforma del titolo V della
Costituzione e poi con quella della devolution ma ancora oggi, sul delicato
tema del federalismo fiscale, siamo all’anno zero nel senso che non si sa
quanto costerà, chi pagherà le spese e quale sarà il nuovo sistema di imposte.
Formigoni
ha detto pochi giorni fa che è inconcepibile che al federalismo fiscale non sia
stato messo ancora nemmeno un primo mattone.
Se
è inconcepibile per una Regione come la Lombardia, figuriamoci quanto lo può
essere per molte altre regioni italiane.
Si
è immaginato che il trasferimento sul territorio di personale e di strutture
sia a costo zero.
Mi
pare un’utopia perché, per raggiungere questo obiettivo, dovrebbero realizzarsi
due condizioni: che vi sia una mobilità assoluta, senza se e senza ma, di un
assai cospicuo numero di dipendenti; e che la somma dei costi di apparato e di
funzionamento di 20 Regioni sia uguale a quella di un’unica struttura centrale.
L’esperienza
dei decreti Bassanini del 2000 ci dice esattamente il contrario: mobilità assai
scarsa e costi aumentati in modo rilevante.
E
come dovrebbe realizzarsi allora, in tema di devolution, lo strappo?
Semplice,
realizzando con il federalismo un modello di macchina pubblica e di burocrazia
completamente nuovo, più agile, più efficiente e meno costoso.
Non
mi sembra che si stia procedendo su questa strada. Anzi le copie di modelli che
si stanno realizzando sono, anche per quanto riguarda i costi, addirittura
peggiorativi.
Nel
concludere, vorrei sintetizzare i punti più salienti di questa politica di
strappo che, per uscire dalla palude di questa crisi, dovrebbe essere subito
messa in cantiere.
1-
Un modello nuovo di strategia che punti prima di tutto al
reperimento di robuste risorse da impegnare nella ricerca, nell’innovazione e
nella formazione. E, per attuare questo piano, non dovrebbe essere perso
nemmeno un giorno perché passeranno degli anni prima che questi investimenti
possano dare al sistema reali benefici. Oggi, in tema di innovazione e di
tecnologia, paesi come l’India e l’Irlanda sono all’avanguardia perché hanno da
tempo seminato.
Noi
siamo, da un lato, con brevetti che risalgono agli anni ’60 e, dall’altro, con
semi in mano senza ancora sapere come e su quale tipo di terreno spargerli.
2-
Il ritardo che si sta accumulando nella realizzazione di
infrastrutture non solo è diventato assai pesante ma sta producendo anche
un’impressionante lievitazione dei costi necessari per l’edificazione di queste
opere.
Con
l’idea che tutto e subito andasse, in qualche modo, “cantierato” abbiamo
accumulato programmi che poi, per mancanza di risorse, sono rimasti, in gran
parte, irrealizzabili.
3-
Anche sul versante della politica finanziaria e del
credito occorre realizzare importanti correzioni di strategia. E’
indispensabile, ad esempio, orientare diversamente - e la variazione, rispetto
al presente, dovrebbe essere almeno almeno 90 gradi - la politica del credito
in modo che essa possa diventare un efficace e strategico supporto per
l’ammodernamento, il potenziamento e la crescita dimensionale delle imprese che
operano nella grande area dei servizi di mercato.
Non si
sollevano sostanziali obiezioni sul fatto che il mondo bancario debba
continuare a destinare risorse, fino talvolta a svenarsi, al settore delle
grandi imprese oggi in evidente difficoltà anche sotto il profilo finanziario.
E’ una
scelta ponderata, complessa, in certi casi “dovuta”, che nessuno intende
mettere in discussione.
E’ anche
evidente però che le strutture del credito non possono più disconoscere o
tenere a distanza o continuare a guardare solo col binocolo le esigenze di
quelle centinaia di piccole e medie imprese che, per mancanza di adeguati
sostegni finanziari, sono costrette a rinviare di mese in mese, di anno in
anno, problemi che si chiamano crescita dimensionale, tecnologie, innovazione,
miglioramento e rimodulazione della qualità dell’offerta.
Se il
mondo del credito li aiutasse, per queste imprese “fare sistema” diventerebbe
un obiettivo facilmente realizzabile.
Io credo
che, sul versante del credito, qualche opportuna ed importante riflessione su
questi temi si stia facendo, anzi stia già in una fase avanzata.
L’obiettivo
dovrebbe essere quello di creare tra mondo del credito e Pmi un’interazione,
direi anzi una interconnessione di interessi che sia ancorata soprattutto
all’esigenza di creare modelli economici che accrescano la competitività del
sistema.
E dalla realizzazione di questi modelli tutti potrebbero
trarre vantaggio: lo Stato perché accrescerebbe il volume delle sue risorse, le
imprese manifatturiere perché potrebbero confrontarsi con settori dei servizi
più efficienti, le famiglie perché potrebbero godere di un’offerta di prodotti
di migliore qualità.
Ultimo
punto prima di chiudere e non consideratelo il solito refrain di ogni
nostro convegno.
Bisogna
ridurre davvero la pressione fiscale sulle imprese perché questo resta l’unico
modo per favorire e potenziare gli investimenti pubblici anche attraverso il
capitale privato.
Per
quanto riguarda, invece, le famiglie è indispensabile che trovi attuazione
l’ulteriore riduzione della pressione fiscale diretta.
Questa
riduzione appare in cantiere, ma mi chiedo: i 12 miliardi di euro che, a questo
fine, sono stati promessi, ci sono veramente? E, se ci sono, su quali conti e
sulle spalle di chi verrebbero caricati?