La centralità delle strutture
del credito in un Paese che, come il nostro, è costretto oggi a difendere quasi
all’arma bianca la propria competitività da ogni lato e in ogni forma mi pare
fuori discussione.
Ed
è importante che, per svolgere questo ruolo che non è solo di tipo funzionale
ma anche di carattere strategico, il mondo del credito stia cercando di
consolidare, per qualità, dimensioni e valenze societarie, le proprie strutture
in modo da adeguarle alle esigenze di un’economia globale che, nel giro di
pochi anni, ha cambiato fisionomia, parametri, punti di riferimento e
soprattutto regole del gioco.
Tutto quasi bene dunque, tutto
quasi chiaro, tutto o quasi tutto nella giusta direzione.
Ma qual è oggi il problema?
Il problema è che anche il mondo
del credito ha dovuto, nel nostro paese più di quanto sia accaduto altrove,
fare i conti con l’oste di una crisi del comparto manifatturiero che, dopo anni
di sotterranea ma già da tempo preoccupante fase di incubazione, è esplosa in
modo detonante facendo vacillare le basi stesse del nostro vecchio modello
economico.
Ed
è accaduto che il mondo del credito, per cercare di rimettere in piedi questo
grande malato, sia stato costretto ad andare al suo capezzale e a praticargli
robuste trasfusioni di sangue.
Non intendo sollevare dubbi
sull’opportunità di un simile intervento che, in alcuni casi, se non è stato
proprio da sala di rianimazione, poco ci manca. E’ probabile, anzi quasi certo,
infatti, che non vi fossero, viste le condizioni del malato, possibili terapie
alternative e che avessero la stessa efficacia.
Il punto mi pare un altro.
Il punto è che la necessità di
dover praticare tutte queste continue ed importanti trasfusioni - e poco
importa che esse siano state e vengano praticate per scelta o obtorto collo
- ha impedito e sta tuttora impedendo al mondo del credito di ridisegnare le
sue strategie e di affinarle in modo che esse divengano asse strutturale quasi
portante di un nuovo modello di sviluppo che l’Italia, se non vuole soccombere
sotto i colpi di un’economia globale che non fa più sconti a nessuno, deve
ormai a tutti i costi e in tempi brevi realizzare.
Perché il punto ormai non è più
solo quello di operare, com’è giusto, per adeguare, nel più breve tempo
possibile e secondo moduli che possano soddisfare anche le nostre esigenze, il
nostro sistema del credito ai dettati di Basilea 2, ma di pensare corposamente
e senza ulteriori e sempre meno giustificabili ritardi ad una “Italia 2” cioè
alla costruzione di un nuovo modello economico che, per struttura e per
finalità, sia in grado, dopo anni di gelata, di far tornare la primavera nel
nostro paese.
O tutti insieme e più
intensamente interagendo fra di noi cominceremo a lavorare per questo
obbiettivo o il nostro destino sarà quello di un declino a tutto tondo e di
un’Italia irreversibilmente avviata al logoramento, insomma al meno invece che
al più per quanto riguarda la crescita: meno competitività dei nostri prodotti,
meno appeal sui mercati, meno ricchezza delle famiglie, meno investimenti e
meno occupazione.
Non posso certo dire che questo
assillante tema non sia oggi presente nelle discussioni.
Il problema semmai è che
ciascuno ne continua a parlare badando alle proprie personali convenienze e
cercando di imporre la propria musica ed il proprio spartito.
E dovrebbe essere chiaro che,
con una schiera di suonatori che pretendono o di avere la bacchetta di
direttore o di essere “solisti” e prime donne, le prove d’orchestra rischiano
di essere interminabili e soprattutto inconcludenti.
Difatti, per quanto riguarda la
realizzazione del nuovo modello della nostra economia, non siamo nemmeno
all’ouverture.
Sono le Istituzioni, il mondo
imprese o quello del credito a dover fare il primo passo nella giusta
direzione?
E’ un “palleggiamento” di
responsabilità che dura ormai da tempo e che purtroppo non sta producendo nulla
di buono.
Certo,con un Parlamento che ci
mette più di un anno e mezzo a discutere una legge per la tutela del risparmio
che altrove - penso, ad esempio a quel che è accaduto negli Stati Uniti -
viene, invece, definita e con l’adozione di misure efficaci in poche settimane,
è chiaro come il problema di una sostanziale revisione degli assetti
costituzionali e della loro funzionalità con le esigenze anche del sistema
economico si ponga ormai con somma urgenza.
Sono molti anni che la nostra
dirigenza politica continua a lambiccarsi il cervello senza riuscire mai ad
approdare a soluzioni ed è probabilmente anche questo, credo, uno dei motivi
della montante sfiducia del Paese nei confronti delle Istituzioni.
Ma non è un motivo sufficiente
perché il sistema economico continui nel frattempo a cullarsi in una specie di
fatalistica inerzia.
La mancanza di riforme che
rendano le Istituzioni più snelle, più incisive e soprattutto più funzionali
alle esigenze imposte anche dal processo di globalizzazione dell’economia è
certamente un problema.
Bisogna evitare però che essa
diventi un alibi per non fare le cose che, anche senza una revisione
costituzionale, potrebbero, anzi dovrebbero essere fatte.
Non si può più stare fermi in
attesa che altri si muovano per primi.
Non ha più senso giocare allo
scarica barile in un momento così cruciale per le sorti del nostro
sistema-paese come è appunto quello che stiamo oggi vivendo.
Il gioco dell’armiamoci e
partite è durato fin troppo e rischia di produrre una congenita sterilità di
idee, di strategie e di programmi.
Ecco perché, in attesa che si
risolva anche il problema degli assetti istituzionali, mi pare indispensabile
che oggi tutte le componenti del sistema e dell’economia reale debbano unire le
loro forze per impedire che questa fin troppo prolungata fase di stagnazione
della nostra economia finisca con il trasformarsi in un irreversibile declino
del nostro sistema-paese.
E tre dovrebbero essere gli
obbiettivi prioritari di questa iniziativa.
1- Il mondo del credito continui
pure, dato che terapie alternative che siano altrettanto efficaci per il
momento non ci sono, nelle trasfusioni di sangue perché nessuno di noi è così
fuori di cervello da poter pensare che sia un bene avere oggi, in Italia,
decine di migliaia di metalmeccanici e di operatori dell’indotto senza lavoro e
senza possibilità di trovare ad esso valide alternative di occupazione. Ma è
arrivato anche il momento che il mondo del credito abbia maggiore consapevolezza
del fatto che lo sviluppo e la competitività di questo Paese passano ormai
anche da altre porte, da altri lidi e da altri tipi di attività
imprenditoriali.
E’ un vecchio discorso che, a
causa delle sempre nuove “emergenze” di cui da decenni continua a soffrire
questo Paese, è stato fino ad ora più volte messo sul tavolo e poi di nuovo
riposto nel cassetto.
Penso però che non sia più
possibile continuare su questa strada perché sta diventando il paradosso dei
paradossi che, ad esempio, un settore dei servizi che, nelle sue varie forme ed
attività, produce ormai da solo più del 60% della ricchezza di questo Paese,
resti confinato in cucina a lavare i piatti come Cenerentola.
2- Per stimolare un processo di
ammodernamento tecnologico, di aggregazione, di apparentamento se non
addirittura di vero e proprio accorpamento delle centinaia di migliaia di
piccole imprese che operano nei settori del commercio, del turismo e dei
servizi occorre dunque una politica delle strutture del credito che sia, al riguardo,
finalmente più aperta, più flessibile, più strutturata ed anche più
lungimirante. Non si può, infatti, pensare - perché si tratta davvero di
quattro spiccioli - che per favorire questo processo di ormai indispensabile
aggregazione possano bastare gli incentivi previsti nel decreto del Governo
sulla competitività. Occorre che mondo del credito e sistema delle PMI
comincino ad interagire e ad interconnettersi fra loro mettendo a fuoco
strategie che, pur salvaguardando tutte le garanzie che impone l’erogazione di
un credito, consentano all’uno e alle altre di operare insieme per la
costruzione di un modello economico che, invece di portare l’Italia sulla via
del declino, possa produrre nuovi investimenti e quindi nuova ricchezza e nuovi
posti di lavoro.
Vogliamo cominciare a parlarne
sul serio o resta - e per motivi che mi paiono sempre meno comprensibili ed
accettabili - un argomento tabù?
Credo insomma che il richiamo ad una maggiore e più incisiva
collaborazione tra il mondo del credito e il sistema di imprese che operano
nella grande area dei servizi sia oggi doveroso, impellente, improcrastinabile.
Siamo già su questa strada, ma bisogna accelerare il passo perché
l’orologio della competizione mondiale corre oggi a doppia velocità.
O riusciremo ad adeguarci ai
suoi ritmi o perderemo la partita del futuro.