Mi pare che la nuova direttiva
europea che sta per essere recepita nel
nuovo testo unico che il governo sta elaborando faccia fare un notevole passo
avanti al problema degli appalti nella grande area dei lavori, dei servizi e
delle forniture.
Trattandosi di un’area,
infatti, che muove ogni anno decine e
decine di miliardi di euro era più che giusto fissare regole che facessero leva su tre aspetti fondamentali.
Il primo è quello di gare di
appalto che rispettino finalmente il principio della libera concorrenza,
problema oltremodo delicato e che fino
ad oggi - credo che nessuno in questa sala possa negarlo - è stato, in Italia,
abbondantemente trascurato e talvolta messo proprio sotto i piedi.
Il secondo è quello della
trasparenza di queste gare. Vogliamo ammettere che fino ad oggi molte di esse -
e potrei fare, al riguardo, un’ampia casistica - hanno brillato soprattutto per la loro sostanziale “opacità”?
E, infine, la semplificazione
delle procedure che è poi un altro indispensabile corredo di un mercato che
voglia essere al tempo stesso trasparente e aperto alla concorrenza.
Le imprese non chiedono
nient’altro che regole certe, affidabili e che soprattutto siano uguali per
tutti.
La pratica dell’imboscamento di
queste regole è stato uno dei tarli - e lo è in parte ancora - del nostro
sistema di mercato. Perché con una politica che, aggirando le regole, favorisce
gli amici degli amici questo sistema ormai non va da nessuna parte.
Naturalmente non sarà facile far
“digerire” alle parti contraenti - strutture pubbliche da un lato, imprese
gareggianti dall’altro - questo nuovo schema di gioco, ma non vedo alternative.
E’ solo così che si potrà fare
davvero un po’ di pulizia.
Penso agli appalti dei lavori
pubblici, una sterminata galassia continuamente in movimento e che, visti i
risultati negativi che sul fronte delle esecuzioni, cioè delle opere, si sono
avuti in questi anni - ha veramente bisogno di essere messa sotto registro.
Nessuno pensa di fare di tutta
l’erba un fascio. E’ vero però che i davvero impiegabili ritardi che sono stati
spesso registrati non solo nell’esecuzione ma anche nell’affidabilità di certe
opere pubbliche hanno dato fino ad oggi molto da pensare.
E non parlo solo delle grandi
opere- e voi immaginate a quali mi posso riferire - ma anche a quelle
estremamente parcellizzate - una strada, un ponte, il restauro di una Chiesa -
e a tutto ciò che coinvolge il sistema della manutenzione.
Ben venga un cristallo che
permetta a tutti di vedere chi vince queste gare, come le vince e perché le
vince.
Anche le forniture alla pubblica
amministrazione hanno inequivocabilmente bisogno di essere messe sotto registro
e ha fatto bene la Corte dei Conti ma ora anche la Consip a guardare questo
problema attraverso una lente di in gradimento.
Per funzionare a pieno regime il
motore degli appalti deve avere regole certe e trasparenti. Ne beneficerà la
pubblica amministrazione ma ne beneficeranno soprattutto le imprese. Da un
lato, si potranno risparmiare soldi, dall’altro, si potranno rivitalizzare tutte
le imprese che hanno la voglia ma anche i titoli per guardare avanti.
Mi pare che abbia fatto anche
bene l’antitrust di insistere sulla necessità per l’ordinamento, a qualsiasi
livello normativo, nazionale, regionale, comunale o altro, di prima promuovere
e poi garantire, in ogni circostanza, quel principio di tutela della
concorrenza che trova nella gara d’appalto il suo alveo naturale.
Sono anni che invochiamo una
normativa del genere.
Come mi pare opportuno che
sempre l’antitrust abbia ben chiarito
che le gare d’appalto possano essere evitate solo - ed insiste sul solo
- quando gli enti locali dimostrino e con chiarezza che lavori, servizi e
forniture possono essere direttamente
attribuiti a società di cui hanno il controllo azionario.
Nulla di male che, in questo
caso, le procedure cambino ma deve trattarsi, dice l’antitrust di eccezioni.
Ecco parliamo di eccezioni e non
di regole. E’ una giusta impostazione.
E’ importante, infine, che il
testo unico che si sta approntando a Palazzo Chigi stabilisca anche vie di
dialogo competitivo cioè di una particolare forma di appalto nel quale
amministrazione e operatori dialogano per individuare insieme quale potrà
essere la migliore soluzione progettuale.
Mi sembra una norma assai
innovativa che potrebbe produrre vantaggi considerevoli sia per
l’amministrazione che per le imprese. Primo, perché proprio le imprese
potrebbero trasferire alla pubblica amministrazione quelle esperienze e quelle
competenze che spesso gli addetti alla P.A. non hanno. Secondo, perché in questo
modo si potrebbero realizzare opere più significative e più aderenti alle reali
esigenze del mercato.
Questa è la strada giusta.
Cerchiamo di percorrerla senza smarrirci un’altra volta nei meandri di regole
pressappochiste, equivoche e, nella sostanza, produttive di altri danni per il
mercato.
Noi davvero non chiediamo altro.