Vorrei fare qui con voi una
riflessione sui due problemi che, per la società italiana ma anche per la
nostra Confcommercio e per tutto quel che essa oggi corposamente rappresenta,
hanno ormai assunto un peso, una valenza e una latitudine di straordinaria, anzi
vitale importanza.
Il primo riguarda il modello di
sviluppo che questo paese deve al più presto impegnarsi, in ogni modo, a
realizzare per far uscire la nostra economia dalle secche in cui ormai da tempo
purtroppo si trova: una nave che è rimasta incagliata tra i marosi e le
turbolenze - da mare in tempesta - provocati dalla globalizzazione.
E,
per disincagliare questa nave, non bastano più, purtroppo, le mozioni degli
affetti e i reciproci attestati di ottimismo. Servono anch’essi ma non bastano
davvero più.
Ci vuole ormai ben altro.
Ci vuole anche un modello di
sviluppo che “scalzi” e sostituisca quello vecchio.
Cosa voglio dire? Voglio dire
che i programmi e le idee devono oggi concorrere a dare una risposta non solo
di carattere economico ma anche di tipo sociale che sia nuova, strutturalmente
diversa da quella del passato e che quindi corrisponda maggiormente alle
esigenze e alle aspettative di questo paese.
Mettiamo, in qualche modo, una
toppa al vecchio manifatturiero e lo rimettiamo in mare così com’è - con una
navigazione a vista - sperando che la tempesta della globalizzazione finisca e
il clima torni così ad essere per noi più clemente?
A me questa pare solo una pia
illusione.
Lasciamo ancora correre la spesa
pubblica sperando che possa esserci domani qualcuno - magari uno zio d’America
- disposto a chiudere un occhio e a saldare di tasca propria l’enorme debito
che questa spesa sta accumulando?
Pia illusione anche questa.
O riduciamo questa spesa e
ristrutturiamo dalla radice la nostra pubblica amministrazione ridimensionando
i suoi costi o finiremo - per qualche verso ci siamo già - nell’elenco dei
paesi insolventi, di quelli che sono cioè costretti, loro malgrado, a restare
ai margini del galoppante - e galoppante è dir poco - processo di globalizzazione
dei mercati.
Per la soluzione di tutti questi
problemi occorre prima di tutto una risposta politica. Questa risposta per ora
purtroppo non c’è o è ancora talmente ondivaga, incerta, approssimativa e
talvolta anche contraddittoria da non dare seri affidamenti.
Tutto questo - e vengo al
secondo problema - riguarda assai da vicino anche Confcommercio e il mondo
delle imprese che essa oggi - e a ragione - ritiene ormai di rappresentare.
Ci riguarda da vicino perché,
nel realizzare questo ormai indispensabile modello di sviluppo, Istituzioni,
politica e tutto ciò che ad essi si muove intorno, non potranno più non tener
conto della valenza e del peso specifico che ha oggi, nella nostra economia, il
settore dei servizi: commercio, trasporti, turismo, grande e piccola
distribuzione.
Nel vecchio sistema - lo ha
ricordato il vostro Presidente - questi settori, al momento della definizione
delle grandi strategie economiche, venivano trattati come paria, come gregari,
come portatori d’acqua. In sostanza, contavano, al momento delle decisioni,
come il due di picche.
Poi, nel mondo e quindi anche da
noi, la globalizzazione ha letteralmente rovesciato, in campo economico, la
piramide delle priorità: ora in cima a questa piramide c’è la cultura dei
servizi, in fondo, invece, quella fordista delle catene di montaggio, un vero e
proprio terremoto da ottavo grado della scala Mercalli.
Cose risapute, direte voi,
perché sono anni che gli analisti non parlano ormai di altro.
E l’Istat che va ripetendo che è
ormai il terziario che, con il suo valore aggiunto, tiene in piedi la nostra
economia? Scontato anche questo. Che noia ripetere sempre le stesse cose.
E io difatti mi guarderei bene
dal ripeterle se Istituzioni e politica e qualcos’altro, avendo preso contezza
di questa nuova realtà, avessero, in questo paese, cominciato ad operare di
conseguenza usando la logica imposta dal semplice pallottoliere, quella del due
più due che fa sempre quattro.
Ma c’è stata e c’è questa
contezza da parte delle Istituzioni e del vecchie sistema?
A me sinceramente pare che
ancora non ci sia proprio.
Pensiamo a disincagliare la
vecchia nave, dicono, e poi, per il resto, si vedrà.
E chi pensa a farsi strada nel
nuovo senza il loro placet trova un terreno minato, fili ad alta tensione e
cavalli di Frisia.
Certo, un vero processo di
cambiamento ha bisogno di tempo. La fretta potrebbe far fare mosse precipitose
e alla fine sbagliate.
Convengo. Ma tra il procedere
con la dovuta cautela e lo stare, invece, immobili nel fossato di una trincea
molto ci corre.
Io dico che questo non è un modo
per costruire un nuovo modello di sviluppo.
Che senso ha stare fermi, con
l’ombrello aperto mentre, in altri paesi, si corre?
Come non serve - tornando
all’esempio che ho fatto prima - rimettere in mare una nave che, per le
condizioni del suo scafo, al limite della rottamazione, è destinata a
incagliarsi presto di nuovo e con conseguenze ancora peggiori.
Ecco l’inderogabile “mission”
che oggi ha Confcommercio: confrontarsi con ogni ramo, con ogni anfratto, con ogni
presidio delle Istituzioni e di ogni altra valida struttura di rappresentanza
di questo paese, perché finalmente mettano radici, in questo paese, strategie,
piani e nuovi e diversi modelli di sviluppo.
Ciò non vuol dire mettere
qualcuno nell’angolo o fare sorpassi azzardati.
Il vero azzardo è continuare a
stare fermi.
Qui c’è solo un sistema
economico mondiale che, a causa della nostra incapacità di mettere in campo
energie valide e di allestire nuovi e più moderni motori, ci sta dando la
polvere.
Il settore dei servizi non vuol
certo contare di più di quel che conta, per numeri e quantità, nella realtà di
questo paese.
Non vogliamo rubare nulla a
nessuno, né essere prevaricatori di altri più che legittimi interessi.
Ci mancherebbe altro.
Ma siccome produciamo ormai più
del 55% della ricchezza di questo paese, vorremmo, nella definizione delle
strategie del nuovo modello di sviluppo, poter pesare, come sarebbe più che
giusto, non dico altrettanto ma quasi. Magari strappando un 5% in più alla
volta ma con una strategia di avanzamento che, in progress, non può che
approdare ad un unico risultato.
Io non mi stancherò mai e poi
mai di battere su questo tasto.
E non per far prevalere
interessi di parte.
Qui non si difendono solo
interessi di parte. Qui, insieme ai nostri, intrecciati indissolubilmente ai
nostri, si difendono gli interessi di un paese che, per tornare a fare
sviluppo, ha bisogno anche - non dico solo ma anche - di sfruttare le enormi
potenzialità del terziario, dal commercio, al turismo, ai servizi.
Non è colpa nostra se oggi sono
proprio i settori che operano nella grande area del terziario a produrre nuova
imprenditorialità, più valore aggiunto, migliori condizioni di vita e nuovi
posti di lavoro.
Sempre di più e ormai da
parecchio tempo.
Cominciamo a rendere strategico
questo settore e si troverà una via di uscita per la nostra economia.
Cominciamo a creare un modello
di sviluppo che faccia finalmente leva anche su queste strutture e queste
risorse, e il domani della nostra economia non sarà poi così oscuro come oggi
da qualche parte lo si dipinge.
Cominciamo a far leva su queste
risorse e anche altri settori di impresa troveranno un modo per rialzare la
testa.
Tutti insieme, tutti con le
proprie prerogative e con le proprie responsabilità, tutti però anche messi in
grado di esercitare un diritto che, al punto in cui stanno le cose, è diventato
ormai più che legittimo: poter contare, al tavolo delle decisioni, per quel che
realmente si è e si produce.
Non chiediamo altro che questo.