Prima di
parlare della legge finanziaria e della Kafkiana vicenda - e Kafkiana è dire
poco - del Tfr ritengo ormai indispensabile parlare proprio di Confcommercio e
di quel che ha fatto e non fatto, nella sua gestione, anche il suo Presidente
visto che il suo riserbo di queste settimane - riserbo che mi pareva più che
doveroso in presenza di indagini della Magistratura che sono in corso su altri
fronti, non solo rischia di essere mal interpretato, ma sta dando anche la
stura, da parte di alcuni organi di stampa, a veri e propri attacchi alla
Confederazione e a me medesimo.
E a
proposito di questi attacchi – e mi riferisco, in particolare, a quanto è stato
scritto dai quotidiani - dico subito che ho dato mandato ai miei legali di
valutare gli elementi forniti attraverso gli articoli al fine di sporgere
querela nei confronti di tali quotidiani per aver diffuso notizie o addirittura
false - come quella riportata del Sole 24 ore secondo la quale vi sarebbero
state, di recente, indagini della Guardia di Finanza sulle strutture di
Confcommercio - o palesemente insinuanti e per questo già ricadenti nell’area
della vera e propria lesione dell’immagine e del decoro della Confederazione e
di me medesimo. Come nel caso di alcuni articoli del Corriere della sera.
Ora dico
basta. Proprio basta.
Capisco
che oggi questa Confederazione - e se ne era avuto, del resto, già chiaro
sentore dopo la nostra assemblea generale del 23 giugno - possa cominciare a
dare forse troppo fastidio, per come essa si muove e per quel che ormai, nel
sistema di mercato, rappresenta, ad alcuni cosiddetti tradizionali poteri forti
di questo paese.
Perché
sia chiaro che l’area immobiliare non si tocca, il Corriere della Sera non si
tocca, certe rendite non si toccano, il sistema bancario non si tocca, il
metodo di erogazione delle risorse pubbliche fin qui e per decenni seguito non
si può e non si deve toccare, etc. etc.
Ma come
si permette Confcommercio di mettere il naso in quelli che, fino a prova
contraria, devono essere considerati affari gestiti da sempre in un certo modo
e mai in un altro?
Non la
butto in politica anche se avrei mille ragioni per farlo.
Sto ai
fatti, sto, ad esempio, alle vicende che hanno caratterizzato il problema della
riduzione dell’Irap che si voleva che andasse in un modo, nel solito modo,
anziché in un altro.
Quando
dopo aver svolto la mia relazione – e se vi piace andate a rivederne i suoi
contenuti – da parte di qualcuno fu detto, e qualcuno anche mi avvicinò e mi
disse all’orecchio: “ma lo sa Billè che parlando così, mettendo così in piazza
certi problemi che riguardano proprio l’assetto del nostro sistema economico e
finanziario rischi di pestare i piedi a molta gente? Stia attento che, in
questo paese, è stato sempre pericoloso disturbare il manovratore. Non
permetteranno che un Billè qualsiasi che, in fondo, rappresenta una marea di
imprese che, rispetto ad altre, devono continuare ad avere solo il ruolo di
gregarie e di portatrici d’acqua, rompa loro le uova nel paniere.”
Ma il
preambolo è durato fin troppo. Chi vuole capire e chi ha ancora i margini di
autonomia sufficienti per capire e per fare due più due capisca.
Vengo
subito quindi al problema delle risorse messe a disposizione del presidente in
base a precise e non equivocabili delibere statutarie della Confederazione.
Eccola la delibera. E’ del 1974 e non è mai stata né modificata né messa in
discussione. Solo più volte ribadita e riconfermata.
E a cosa
servono queste risorse la cui gestione è affidata alla diretta discrezionalità
del presidente della Confederazione?
Servono
soprattutto a prendere iniziative finalizzate a consolidare il complesso
patrimoniale della Confederazione.
Quando
ho preso in mano questa Confederazione questo stato patrimoniale non esisteva
quasi più: più buchi che pilastri. Anzi, solo buchi. La Confederazione
galleggiava sull’acqua.
Oggi lo
stato patrimoniale della Confederazione è tornato ad essere più che solido.
Quel che occorre ad una confederazione che, per affrontare i complessi problemi
di un sistema economico che definire oggi traballante è dir poco, deve prima di
tutto avere le spalle ben coperte. Non reggersi su palafitte, ma su veri
pilastri. Pilastri che ora ci sono. Prima proprio non c’erano.
E vengo
al cosiddetto affare immobiliare, via Lima 51. Non si parla d’altro. Brutto affare,
oscuro affare, si dice, anche perché c’è di mezzo un immobiliarista come
Ricucci con tutto quel che segue.
Allora:
primo,
un investimento immobiliare era, è e sarà sempre un investimento assai utile,
anzi indispensabile per il consolidamento patrimoniale di questa
Confederazione. E’, del resto, un tipo di investimento che molte altre
organizzazioni hanno fatto e continuano a fare. Per come vanno le cose in
questo paese e per come purtroppo continueranno ad andare.
Secondo,
l’operazione è stata fatta ovviamente in modo corretto cioè in modo
perfettamente legale. Ci sono tutte le carte che lo comprovano.
Ma,
terzo, perché questo acquisto è stato fatto proprio con un personaggio come
Ricucci? Risposta: perché era un’ottima opportunità per la Confederazione e poi
perché, lui insieme a molti nomi di assoluto prestigio del settore del Real
Estate hanno deciso di entrare nella nostra Confederazione creando la
Confimmobiliare, una federazione che, per altro, ha subito dato fastidio perché
essa entrava a gamba tesa in un settore che fino a quel momento era gestito, in
esclusiva, da altri.
Quarto,
ma la cifra concordata non era troppo alta e poi perché non è stata fatta una
perizia preliminare dell’immobile? Se ho deciso di partire con le querele è
anche per questo: la perizia, infatti, è stata regolarmente fatta e nei tempi e
nei modi dovuti ed è di tutta autorevolezza.
Quinto.
Ma sono tanti soldi? Risposta: l’acquisto già adesso è un buon investimento e
quando la ristrutturazione sarà completata lo sarà ancora di più.
Sesto.
Ma perché tanto mistero? Ma quale mistero? Per gestirla mi sono avvalso delle
stesse, identiche prerogative, dello stesso identico, preciso mandato che le
deliberazioni della Confederazione aveva assegnato ai miei predecessori. Da
Orlando a Colucci. Niente di più e niente di meno. Solo che, come ho già
ricordato, quando entrai, nel 1995, in questa Confederazione, ho trovato più
buchi che altro.
Settimo.
Ma gli atti preliminari di acquisto sono stati fatti con società che oggi sono
messe sotto la lente di ingrandimento.
La
Magistratura faccia i suoi accertamenti. Da parte mia non posso che ribadire
che l’operazione è stata da me fatta dopo aver svolto tutte le verifiche che, a
quel momento, erano legittime e necessarie.
Ottavo.
Ma – qualcuno potrà dire - le sembra giusto che lei disponga in prima persona e
con ampia discrezionalità di intervento di una risorsa - che qualcuno ha
addirittura chiamato forziere - così consistente? Primo, è solo da pochi anni
che è diventato finalmente consistente. Secondo, non si tratta di “fondi neri”
ma di disponibilità, del tutto legittime, che, per delibere di organi
confederali, sono utilizzabili dal presidente confederale. Non oso pensare cosa
sarebbe accaduto di questa risorsa se fosse stata gestita senza la necessaria
riservatezza.
Nono. Ma
perché le piaceva o le piace tanto questo Ricucci? Ma perché mi dovrebbe
piacere, invece, Della Valle?
Decimo.
Ma è vero o no che, attingendo a questa risorsa, lei acquistò anche azioni Rcs?
Comunque
queste azioni sono state acquistate e poi rivendute già da diversi mesi e
l’unico risultato è stato quello di incrementare le risorse.
Undicesimo
e poi ho proprio finito. Enasarco. Che strana storia quello dell’annullamento
della gara. Ma non c’è per caso stato anche, in questa vicenda, il suo zampino?
Ma certo, si dice, Billè ha le mani dappertutto. E io rispondo. Attenti, amici,
perché anche su questo versante - io su Enasarco non ho mai avuto e non ho
alcun diretto potere di intervento - potranno partire presto le querele.
Fine. O
almeno fine in attesa di quelle che, in proposito, potranno essere anche le
vostre domande.
Legge
finanziaria.
Vorrei
dire - per il resto vi verranno dati documenti di maggior dettaglio - solo tre
cose.
La prima
è che mi è parso giusto, direi più che giusto - vista l’estrema difficoltà in
cui oggi versano, da un lato, i conti pubblici e, dall’altro, tutta la nostra
economia - che il pallino della gestione tornasse direttamente nelle mani della
politica. Dei docenti e di chi opera ex cattedra ho il massimo rispetto, ma qui
il problema è talmente grave che tocca proprio alla politica, in prima persona,
di agire con tempestività e con la massima efficacia possibile.
Secondo,
proprio perché, a causa del debito pubblico e di tante altre cose, siamo con l’acqua
alla gola, mi pare giusto intervenire finalmente anche a gamba tesa sul
problema delle spese correnti di tutta l’area delle pubbliche amministrazioni.
Sarebbe stato assai meglio farlo prima - e sono anni che Confcommercio insiste
su questo punto - ma meglio tardi che mai. E che qualcuno per questo gridi ora
allo scandalo mi pare proprio uno scandalo. Con un disavanzo che, nel primo
semestre di quest’anno, ha toccato il 5,1%, ci vogliono forbici grandi così per
quest’anno come per quelli a venire. E non mi si dica che le spese, a Roma come
sul territorio, sono già all’osso e che non c’è più dove e come tagliare. Ma
scherziamo? Stiamo davvero scherzando? La tutela dello stato sociale è una
cosa, le impalcature, le vere e proprie impalcature che si sono andate via via
costruendo intorno ai bisogni e alle spese necessarie, sono tutta cosa. Certo,
non bisogna generalizzare perché ci sono anche amministrazioni pubbliche che
hanno mantenuto una gestione oculata. Ma ce ne sono tante altre che hanno
continuato ad usare il loro portafoglio in modo fin troppo disinvolto. Talmente
disinvolto da portare il bilancio dello Stato - perché poi, alla fine - si
tratta sempre di un’unica partita - sull’orlo del baratro. Tagliare e poi
tagliare è indispensabile perché è anche facendo questi tagli - e ci auguriamo
che non si usino forbici di cartone - che si possono recuperare risorse per gli
investimenti, per il reddito delle famiglie e per il sistema di mercato.
E terzo.
Giusto anche mettere per il momento da parte il problema dell’Irap convogliando
le poche risorse disponibili per alleggerire il cuneo fiscale che grava sulle
imprese.
Mi
auguro - ed è la mia conclusione - che, nella politica, scorrano ora abbastanza
adrenalina e abbastanza convinzione per fare finalmente le cose che si vogliono
fare.
Tfr.
Solo una battuta per dire che su questo importante e ormai basilare problema su
cui si gioca il futuro delle nuove generazioni c’è chi ha giocato a fare il
furbo. Voglio dire che siccome la torta è assai appetitosa c’è chi vorrebbe
dividerla in un certo modo anziché in un altro. E il gioco va avanti.
Rinnoviamo
l’apprezzamento per l’operato del Ministro e confermiamo che i punti capitali
del provvedimento, che hanno recepito gran parte dell’avviso comune tra imprese
e sindacati, restano validi.
Soprattutto
il ruolo centrale dei fondi contrattuali e la necessità di una fase di
transizione per la validità della procedura del silenzio- assenso da parte dei
lavoratori operanti in quelle imprese per le quali non si rivelerà possibile
l’accesso al fondo di garanzia per il credito bancario.
Speriamo
che non ci sia da parte di nessuno la volontà di affossare questa riforma
essenziale per il nostro paese.
A nostro
avviso, bisognerebbe ripristinare l’ipotesi originaria di accesso “semi-automatico”
al fondo di garanzia, ossia in presenza di requisiti di natura formale tali da
escludere soltanto imprese in conclamato stato di sofferenza.
In
subordine, si rende necessaria una fase di transizione almeno triennale.
Per le
imprese che non potranno accedere al fondo di garanzia e, conseguentemente, ad
una provvista bancaria sostitutiva del flusso Tfr, potrebbe applicarsi – ad
ulteriore titolo compensativo – il raddoppio dello sgravio contributivo di cui
al comma 2, articolo 8 del decreto legge recante “Misure urgenti contro
l’evasione e per il rilancio della riscossione”.
Naturalmente,
una compiuta valutazione richiederebbe la conoscenza da parte nostra dei
criteri individuati in sede di confronto separato con ABI e Confindustria.