La prima cosa che cercai di fare
approdando, nel 1995, in Confcommercio fu quella di cercare di capire quale mondo ero stato chiamato a
rappresentare.
Mi bastò qualche pomeriggio di
full immersion su dati, cifre, parametri di crescita ed altro per capire che
toccava a me, anche se non soltanto a me, rappresentare gli interessi proprio
di quella parte del nostro sistema imprenditoriale che era destinata, entro
pochi anni, a fare da vero e forse più importante volano allo sviluppo della
nostra economia.
E rimasi anche un po’ interdetto
per la definizione - terziario di mercato - con cui si usava etichettare questo
grande e sempre più modulato sistema di imprese.
Terzo di che se stava diventando
il settore che rappresentava ormai più del 50% del valore aggiunto del paese?
Così poche settimane dopo, alla
mia prima assemblea confederale, mi tolsi, di fronte ad un uditorio anche
istituzionale, un primo sassolino dalla scarpa: ma come si fa, chiesi, a tenere
confinato ancora in loggione e quindi in gran parte ancora fuori dai centri
decisionali della politica economica un settore che oggi produce più Pil, più
posti di lavoro e più di tutto rispetto ad altri settori?
Ecco questo Billè, sussurrò
gelido chi era abituato a trattare i piani di sviluppo dell’economia secondo
vecchi parametri e vecchi riti, che si è già montato la testa e straparla.
Sono passati da allora dieci
anni - ed è stato un periodo assai difficile e segnato da miriadi di ritardi e
di incomprensioni - ed ecco che arriva
il Censis che produce questa significativa ricerca da cui si evince che il
terziario è ormai diventato uno dei motori propulsivi, già reali e potenziali
insieme, dello sviluppo.
Un’autentica notarile di cui c’è
bisogno per riflettere di più e con maggiore cognizione di causa su questo
settore dell’economia.
Se già, nel 1987, gli occupati
del terziario superavano quelli dell’industria, pochi anni dopo avveniva un
definitivo sorpasso anche per la quota di Pil che, nel 2003, rispetto a quella
dell’industria, si era raddoppiata.
Il loggione, insomma, stava
diventando un grande parterre.
Per questo abbiamo
cominciato a sgomitare.
Era ormai anche chiaro che il
rapido processo di terziarizzazione del nostro sistema non era un albero nel
deserto ma un albero che cresceva in una foresta: la diretta conseguenza di una
globalizzazione che aveva imposto un sostanziale rovesciamento della piramide
delle priorità e dei valori su cui si reggeva l’economia mondiale.
Priorità e valori che relegavano
in soffitta la cultura fordista divenuta ormai sempre più flessibile nei
moduli, nelle strategie e negli impianti e che, invece, avevano trasferito il
mondo dei servizi alle imprese e alle persone al piano nobile.
Quali siano oggi le sempre più
dinamiche componenti del terziario questo rapporto del Censis lo indica con
chiarezza.
E, su questo aspetto, mi sembra
superfluo aggiungere qualcosa.
Non è, invece, superfluo
chiedersi i motivi per i quali questo processo di terziarizzazione del sistema
non è stato fino ad oggi supportato dai piani e dalle strategie che sarebbero
stati necessari per dare ad esso un più solido, organico e programmato
sviluppo.
E i motivi sostanziali mi pare
che siano soprattutto due.
Il primo è certo legato
all’incapacità delle componenti imprenditoriali di questo settore di far sì che
questo sviluppo fosse necessariamente accompagnato ed integrato da strategie
che consentissero la razionalizzazione e la modernizzazione degli impianti.
Ed è un “mea culpa” che va
sicuramente messo nel piatto: scarsa informatizzazione delle reti, inadeguata
formazione del personale, insufficiente programmazione degli investimenti,
iniziative imprenditoriali che, perché troppo tarate di individualismo, non
riuscivano a creare i parametri necessari per un miglioramento del sistema
dell’offerta e per una sua maggiore competitività.
Ma il secondo motivo ha pesato
assai di più. Parlo dell’incapacità delle Istituzioni di comprendere per tempo
l’entità e le dimensioni di questo processo di cambiamento del sistema.
E, più che di incapacità, vorrei
parlare di folle miopia.
Era evidente, infatti, che
questa rapida trasformazione dell’economia avrebbe richiesto, da parte delle
Istituzioni, adeguati piani, strategie ed investimenti volti a rafforzare prima
di tutto il sistema delle infrastrutture e quello della logistica.
Questo purtroppo non è stato
fatto e i ritardi che, su questo versante, si sono andati via via accumulando
hanno pesato e continuano a pesare come macigni sullo sviluppo del terziario.
Ed è una responsabilità così
grave che non la lava nemmeno l’oceano.
Era chiaro, infatti, già dieci
anni fa che questo processo di terziarizzazione del sistema sarebbe finito in
un imbuto se non si fossero realizzate, nel frattempo, strade, infrastrutture,
reti adeguate a programmare, razionalizzandone costi e tipi di offerta, il
processo di sviluppo di questo settore.
Troppo poco fino ad ora è stato
fatto su questo versante: mentre altri paesi, cito fra tutti la Spagna,
correvano a 100 all’ora dando la priorità alla costruzione di infrastrutture
che, ad esempio, cementassero e rafforzassero il sistema dell’offerta turistica, noi procedevano a 20 all’ora, con
soste, ritardi, deviazioni, continui ripensamenti che allo sviluppo della
nostra economia sono costati un’enormità.
Abbiamo accumulato il terzo
debito più alto del mondo, ma a cosa è servito accumulare questo enorme debito
se un terzo della nostra rete infrastrutturale - parlo soprattutto del Sud - è
ancora da costruire o è impantanata in centinaia di cantieri che restano sempre
aperti?
Non voglio fare più di tanto
polemiche retrò, ma non si possono nascondere i guasti prodotti da una
programmazione della nostra economia che, mentre il mondo correva da una parte,
continuava a correre in senso opposto e ad essere impegnata al sostegno di
settori e di modelli di impresa che la globalizzazione dell’economia non
considerava più, in alcun modo, prioritari.
Miopia, troppa miopia. E le cui
conseguenze sono purtroppo sotto i nostri occhi.
Ma ci voleva così tanto a capire
che i vecchi modelli industriali non erano più il vangelo del processo
economico moderno?
Ci voleva così tanto per capire
che, pur salvaguardando i nostri prodotti industriali, la strada dello sviluppo
passava ormai soprattutto da un forte, articolato e programmato rilancio del
sistema dei servizi?
Credo che un profondo
ripensamento oggi delle modalità di sviluppo del nostro sistema oggi vada
fatto.
Nessuno nega l’importanza di
continuare a sostenere i nostri prodotti industriali. E’ chiaro però che non
possiamo subordinare a questa esigenza altri interessi, altre priorità, altri
obiettivi, altre esigenze che, per lo sviluppo del nostro sistema, sono
diventati ormai indispensabili.
Da parte delle Istituzioni
insomma, e concludo, è ormai indispensabile un ripensamento profondo e
strutturale delle sue linee di politica economica.
Non farlo è ottusità, rinviarlo
sarebbe per il sistema assai dannoso.
In queste ultime ore la Cina ci
ha surclassato anche sul versante del turismo togliendoci quel terzo posto,
nella graduatoria dei paesi di grande offerta turistica, che era il nostro
fiore all’occhiello.
E non è detto che altri paesi
presto ci superino.
Mi chiedo che cosa sarà
dell’Italia se anche il suo turismo, una sconfitta dopo l’altra, venisse
relegato in serie B.
Sarebbe assurdo ma, allo stato
delle cose, un simile rischio sta diventando concreto ed attuale.
Facciamo qualcosa prima che sia
troppo tardi.