Penso
che abbia fatto bene il governo a scegliere una linea di politica economica
che, almeno nel breve periodo, puntasse più allo sviluppo che al rientro del
nostro sempre più ingombrante deficit.
Del
resto, quando un sistema è proprio a rischio di affogamento, l’unica cosa che
si può fare - e di questo si è resa conto anche l’Unione europea - è quella di
lanciargli una ciambella di salvataggio.
Resta da vedere, però, se questa
ciambella sarà robusta abbastanza da consentire al sistema almeno di galleggiare.
Ed è appunto quel che cercheremo
di verificare quando, sul documento di programmazione economica e finanziaria,
il governo deciderà di aprire un reale confronto con le parti sociali.
Mi piacerebbe essere ottimista,
ma non riesco ad esserlo più di tanto fino a quando non potrò verificare quale
reale grado di affidabilità abbiano le misure contenute in questo Dpef e poi in
quale direzione esse si muovano e per il raggiungimento di quali primari
obiettivi.
E mi pare che la mia prudenza
sia più che giustificata perché di ciambelle di carta fino ad ora ne sono state
lanciate fin troppe e con i risultati che tutti conosciamo.
E aggiungo: altre inefficaci o
ingannevoli operazioni di soccorso rischierebbero di accrescere quel senso di
angoscia e di frustrazione che, anche per le centinaia di migliaia di imprese
dei pubblici esercizi che sono rappresentate in questa sala, è ormai diventato
pane quotidiano.
Ancora niente che faccia sperare
in un futuro diverso, ancora nulla di concreto su cui poter far leva per riprendere
la via dello sviluppo.
Il nostro mercato interno
intanto vive il paradosso dei paradossi.
Mentre le nuove impennate del
prezzo del petrolio stanno facendo venire le vertigini a mezzo mondo, la nostra
inflazione, in sempre più marcata controtendenza rispetto a quel che avviene
nel resto d’Europa, scende a giugno di un altro decimo di punto.
Segno di virtù il nostro o anche
di qualcos’altro?
E’ appunto questo qualcos’altro,
cioè una caduta dei consumi che non ha eguali negli ultimi quindici anni, a toglierci
ormai il sonno.
La domanda di consumo è ormai
proprio alla frutta e non è solo un modo di dire.
Per colpa del petrolio certo, ma
non solo.
Mentre il costo dei biglietti
aerei è aumentato, in un solo anno, del 23,6% e quello, in generale, dei trasporti
del 4,6%, i costi dei servizi bancari sono cresciuti del 9% e quelli delle
abitazioni del 4,6% con impennate da capogiro soprattutto per le locazioni a
pubblici esercizi nelle aree urbane.
Nel contempo i prezzi dei beni
di consumo sono cresciuti, invece, nello stesso periodo, solo dell’1,1% e del
2,6% quelli di alberghi e di pubblici esercizi.
Qualcuno dirà che è tutto un
imbroglio perché sono solo e sempre i commercianti a salassare oggi i
consumatori e a farli scappare a gambe levate.
Vecchia storia. Ma una domanda,
se mi è consentita: quale vantaggio avrebbe oggi l’Istat a manipolare e a
truccare al ribasso questi dati e a colpire, invece, banche, affitti e
trasporti?
Anche il governo avrebbe tutto
l’interesse a lavarsi la coscienza scaricando sui commercianti e su chi opera
nel settore dei servizi le responsabilità di una domanda di consumo che è ormai
ai piedi di Cristo.
Se non osa farlo, è perché si
tratta ormai di una tesi evidentemente non più sostenibile.
I costi per una piccola impresa
del pubblico esercizio, tra ritocchi più o meno striscianti di varie imposte
locali, energia - voce che incide pesantemente sulla catena del freddo -
approvvigionamento delle merci, smaltimento dei rifiuti, affitti, lievitazioni
nelle imposte di bollo, ecc., sono cresciuti, in un solo anno, del 13%.
E cosa deve fare questo
esercente? Mettere tutto sul conto traumatizzando ancor di più un già fin
troppo angosciato e traumatizzato cliente?
Tutto questo per dire che o il
nuovo documento di programmazione economica metterà in cantiere qualcosa di
serio, da un lato, per almeno arginare l’aumento dei costi di gestione delle
imprese e, dall’altro, per tutelare maggiormente il potere di acquisto alle
famiglie o i consumi prenderanno, da qui a poco, un altro bagno.
Ed è questa l’ultima cosa che lo
Stato si può oggi permettere.
Per un motivo assai semplice:
diminuendo ancora i consumi, diminuiranno anche le già risicate risorse a
disposizione dello Stato per investimenti nelle infrastrutture, per il rilancio
della competitività del sistema delle imprese, per l’innovazione e per la
riduzione del deficit, una cambiale quest’ultima che dovremo cominciare a
pagare, soldi in mano, fin dall’anno prossimo, se no, a metterci nel libro
nero, non saranno solo le autorità di Bruxelles ma anche le società di rating.
Un ulteriore declassamento del
nostro sistema da parte di queste ultime ci manderebbe, difatti, davvero al
tappeto.
Cosa fare, visto che l’ipotesi
di una riduzione generalizzata delle tasse è diventata ormai solo un sogno di mezza
estate?
Io penso che siano almeno tre le
vere priorità.
La prima è mettere finalmente un
po’ d’ordine nella enorme e troppo spesso improduttiva spesa pubblica corrente
perché fino ad ora, da questo punto di vista, mi pare che si sia solo
scherzato.
Non riusciremo mai, ad esempio,
a far quadrare i conti con i parametri di Maastricht se non rivedremo dalle
fondamenta anche il nostro patto di stabilità interna, il che vuol dire non
solo tagliare con l’accetta le spese dello Stato centrale, che sono ancora
quelle di un paese di Bengodi, ma anche passare al setaccio quelle delle
amministrazioni locali che troppo spesso vanno anch’esse a “go-gò”.
Leggo, ad esempio, che la
Regione Calabria ha deciso di dotare di auto con autista assessori, membri di
giunta e presidenti di commissione, un parco macchine che rischia di diventare
elefantiaco.
E che dire di certe Regioni che,
soltanto per discutibili motivi di marketing promozionale, tengono in piedi
uffici di rappresentanza a Park Avenue, la più costosa strada del mondo?
Nessuno vuol fare di ogni erba
un fascio perché vi sono molte amministrazioni locali che gestiscono al meglio
le risorse disponibili, ma è arrivato il momento - e lo deve fare lo Stato
centrale che è poi quello che oggi tira fuori la maggior parte dei soldi - di
mettersi tutti intorno ad un tavolo e di decidere quali Regioni vanno premiate
per la virtuosità della loro gestione e quali, invece, insieme con certi
ministeri inutilmente spendaccioni, vanno prese a randellate.
E, in questo contesto, va
affrontato anche il problema dell’Irap, un’imposta creata per finanziare la
spesa sanitaria.
Giusto che lo Stato supplisca ad
essa dirottando alle Regioni risorse alternative, ma sarebbe altrettanto
corretto che anche le amministrazioni locali, per assicurare l’indispensabile
servizio sanitario, provvedessero a sforbiciare altre voci di bilancio che, in
un momento di massima emergenza come quella che sta vivendo la nostra economia,
non hanno ragione di essere.
Perché sarebbe impensabile che,
per coprire il grande buco di risorse lasciato dall’Irap, lo Stato centrale da
una parte e l’ente locale dall’altra, subissassero di nuove imposte il sistema
di mercato.
C’è questo rischio e gli
amministratori pubblici sappiano fin d’ora che noi staremo con gli occhi bene
aperti.
La seconda priorità si chiama
energia.
Il ministro delle Attività
produttive, Scajola ha detto qualche giorno fa che, entro il 2010, la
produzione di elettricità sarà, in Italia, indipendente dal petrolio perché
gas, carbone e centrali idroelettriche saranno sufficienti a colmare il nostro
fabbisogno.
Ecco una buona notizia, ma oggi
possiamo davvero considerarla attendibile?
Temo di no.
Primo, perché la costruzione di
nuove centrali idroelettriche e il completamento delle reti di trasmissione stanno
accumulando giganteschi ritardi.
La sindrome “NIMBY” - not in my
back yard, non vicino a casa mia - sta, infatti, bloccando una buona parte dei
progetti.
Secondo, perché, da un lato, il
troppo lento processo di liberalizzazione del mercato e, dall’altro, la
vaghezza se non addirittura l’inconsistenza dei progetti messi in cantiere fino
ad ora per la realizzazione di fonti alternative - nucleare, eolico e altro -
costringono il sistema a vivere in un imbuto che sta diventando sempre più
costoso e soffocante.
Ed è appunto di questo ormai
insopportabile imbuto che bisogna oggi parlare.
Basti dire che una piccola
impresa commerciale che abbia consumi annui intorno a 160.000 KWh sopporta un
costo, al netto delle imposte, del 43% superiore a quello di un’impresa
spagnola che abbia gli stessi prelievi di consumo.
Se consideriamo il prelievo
fiscale e parafiscale (stranded cost) il gap dell’impresa italiana, in termini
di spesa annua, è stato, nel 2004, maggiore di 8.000 euro rispetto a quella
spagnola.
E non è finita qui perché al gap
esterno si aggiunge un altrettanto incomprensibile gap interno. Una piccola
impresa commerciale, infatti, paga, soprattutto a causa dell’elevata fiscalità,
un chilowattora il 27% in più di una grande impresa.
Anche per il gas c’è un’anomalia
tutta italiana.
I prezzi italiani, infatti, al
lordo delle imposte, per ogni metro cubo di gas, sono del 59,9% superiori a
quelli di Francia, Spagna, Belgio e del 138% superiori a quelli del Regno
Unito.
Credo che le misure più urgenti
siano queste.
La prima è una più forte
liberalizzazione del mercato dal lato dell’offerta e ciò non potrà essere
realizzato fino a quando l’Enel manterrà una posizione dominante.
La seconda è incentivare
l’utilizzo del carbone pulito come fonte di produzione di energia elettrica che
è poi quel che già da tempo fanno i paesi che, in Europa, non dispongono di
centrali nucleari.
La terza è decidere che la
costruzione di centrali e di reti di trasmissione è di interesse nazionale e
va, per questo, svincolata da interessi o veti di carattere locale.
Non possiamo più su temi come
questi restare ancora appesi al chiodo delle semplici promesse perché chi
pagherà il costo di questi ritardi sarà sempre di più il sistema di mercato.
A nulla servirà abbassare dello
“zero virgola” il nostro debito pubblico se non affronteremo prima di tutto il
problema dell’energia.
Se non lo risolveremo, la nostra
economia farà la fine del topo.
Vorrei concludere il mio
intervento tornando al tema che oggi, in questa assemblea, ci sta più a cuore.
Parlo dei pubblici esercizi.
Le imprese che operano in
quest’area erano, sono e saranno sempre di più un fattore trainante per lo
sviluppo della nostra economia.
C’è chi le considera solo come
ruote di scorta del sistema.
Un accessorio utile ma a cui
fare ricorso solo nei momenti di emergenza quando altri settori di imprese
restano in panne ai bordi della strada.
No, così non va. Non è più
accettabile questo modo di ragionare.
Ma, lasciatemelo dire, che
strane ruote di scorta sono queste imprese che oggi, più di qualsiasi altra,
contribuiscono a creare nuovi occupati.
Che strane ruote di scorta sono
queste imprese che, continuando a tirare la carretta in piena crisi, assicurano
una sempre più consistente parte del nostro prodotto interno lordo.
E che fine avrebbe fatto il
nostro turismo se proprio queste ruote di scorta non avessero avuto la costanza
e la volontà necessarie per affrontare i problemi di un mercato che ogni
giorno, da ogni lato, si muove con sempre maggiori difficoltà.
Del resto, c’è chi vorrebbe
considerare anche tutta l’area del terziario di mercato e non solo i pubblici
esercizi come una ruota di scorta.
Importante sì ma solo nella
misura in cui serve a rafforzare altri interessi, altre aree economiche, altre
rendite di potere.
Volete qualche esempio?
Cominciamo dal divieto di
utilizzare le zuccheriere in bar e ristoranti.
Si dirà che è ben poca cosa
dinanzi ai grandi problemi dell’economia. Concordo, ma resta pur sempre un
provvedimento incomprensibile.
Sapete quanto costa questo scherzetto?
22 milioni di Kg. di zucchero e
72 milioni di euro. Questa è la dimensione dello spreco.
E vogliamo parlare dell’acqua
minerale?
Mercoledì entrerà in vigore, il
provvedimento che impone a bar e ristoranti di non poter più somministrare
acqua minerale in bottiglie superiori al mezzo litro.
Se è così che si pensa di
stimolare l’innovazione nel nostro sistema produttivo allora è facile capire
perché continuiamo a perdere competitività.
E non mi si venga a dire che le
motivazioni di fondo del provvedimento stanno nella tutela della salute dei
consumatori che più volte hanno rischiato l’avvelenamento trovando solventi
anziché acqua minerale.
Falso, falso, falso, come lo
stesso Ministero della Salute ha più volte dichiarato ufficialmente. E poi,
siamo seri, in 7 anni casi di questo tipo si sono riscontrati soltanto cinque
volte al bar. E pensare che basterebbe soltanto colorare i solventi come si fa
con l’alcool denaturato.
Questi provvedimenti hanno un
solo nome: RENDITA.
E già che ci siamo parliamo di
buoni pasto.
Al Ministro Siniscalco abbiamo
strappato l’impegno a riportare il problema all’interno di una normale
dialettica di mercato.
Occorre intervenire con
tempestività per ridare serenità a imprese e clienti.
Ma vogliamo fatti concreti , che
assumano contorni legislativi precisi e
attuabili.
Non accetteremo soluzioni
irrispettose delle legittime aspettative delle migliaia di imprese che in
questi giorni hanno dato vita allo sciopero
dei buoni pasto.
Una vertenza intorno alla quale
si è coagulato un mondo imprenditoriale composito che va oltre i nostri confini
di rappresentanza.
Tutti devono capire che la
partita è DELICATISSIMA!!!.
Noi ci stiamo adoperando per
tutelare il mercato mettendolo al riparo dalle tante spinte centrifughe che
rischiano di farlo implodere.
E queste spinte hanno diversi
nomi:
gare al massimo ribasso,
fragilità finanziaria di alcuni emettitori, commissioni esagerate, malcostume
nell’utilizzo dei buoni.
E’ necessario un forte e diffuso
senso di responsabilità.
Io penso che sia proprio
arrivato il momento di finirla con
ragionamenti capziosi.
Il terziario di mercato produce
ormai il 54% del nostro prodotto interno lordo e più dell’80% della nuova
occupazione.
E non accade solo in Italia
perchè anche negli altri paesi industrializzati si sono messi a cavalcare da
tempo il settore dei servizi gettando alle ortiche la vecchia cultura fordista.
Con una differenza però
sostanziale.
Mentre negli altri paesi le
imprese del terziario - e penso proprio a quelle più in particolare dei
pubblici esercizi - sono diventate da tempo punto di riferimento dei piani di
sviluppo del sistema economico, da noi sono state, invece, lasciate ai margini
di ogni tipo di piano e di strategia.
Perché gli incentivi erano
destinati sempre ad altri, perché, sulle misure di sostegno, c’era sempre chi
poteva esercitare - e non si sa perché - una specie di diritto di prelazione,
perché gli investimenti per migliorare le infrastrutture e la logistica nelle
aree urbane erano sempre meno importanti di qualche catena di montaggio di auto
in più.
Sono purtroppo le Istituzioni e
la politica ad aver considerato per troppo tempo il terziario come una ruota di
scorta.
E chi ha pagato il prezzo di
questa ottusa pianificazione delle nostre risorse è stato tutto il nostro
sistema economico che oggi, a corto di energie e di risorse, non sa più da che
parte guardare e a cosa attaccarsi per tornare a fare sviluppo.
Io mi auguro che questa storia
della ruota di scorta sia ora proprio finita.
E mi auguro anche che sia
arrivato il momento, da parte delle Istituzioni di questo paese, di una
profonda riflessione su quelli che possono essere davvero i nostri principali
asset di sviluppo.
Se, del resto, questa riflessione non venisse fatta, se le Istituzioni non si accorgessero che è arrivato il momento di affrontare i problemi dell’economia reale, allora vorrebbe dire che hanno scelto la strada del suicidio.
Io mi auguro che questo
ripensamento a tutto tondo della politica economica di questo paese arrivi al
più presto.
Noi ci batteremo, con tutte le nostre energie, perché arrivi al più presto.