"ICT e competitività nell’Agenda Politica del nostro
Paese:
contributi e riflessioni"
Autorità, cari amici,
signore e signori,
desidero innanzitutto
ringraziare SMAU e il suo presidente Alfredo Cazzola che quest’anno ci ospitano
in questa nuova e importante sede nel quartiere espositivo di Fiera Milano, con
una formula rinnovata – e mirata all’incontro degli operatori del settore - della 43° Esposizione Internazionale di
Information & Communications Technology, all’interno della quale
Confcommercio, con uno stand di 1000 metri quadrati, ha voluto creare una “casa
comune” per le associazioni di categoria e le imprese del “retail”.
È quindi con grande
piacere che prendo parte a questo dibattito, perché sono convinto che
l’Information e la Communication Technology rappresentino al tempo stesso il
motore dello sviluppo e un fattore
critico della competitività di ogni sistema economico.
Questo vale senz’altro
anche per il nostro Paese. Perché siamo di fatto giunti nell’era dell’
“informazione”, in cui ciò che conta non è solo il possesso delle risorse e
delle macchine per trasformarle, ma anche e soprattutto la conoscenza.
Lo scambio di
informazioni e di conseguenza gli strumenti che lo consentono, il software e
l’Information Technology, diventano, quindi, gioco forza, i cardini sui quali
far ruotare gli interventi per la crescita e lo sviluppo.
Oggi,
infatti, la competitività di un paese non si misura sul numero di industrie, ma
sul grado di diffusione delle nuove tecnologie.
E
l’obiettivo che bisogna porsi – ed è calzante che se ne dibatta in questa sede,
in questo dibattito che ha come tema proprio l’Agenda Politica del nostro paese
su competitività e ICT - è quello di raggiungere il più elevato livello di
accessibilità di quest’ultime da parte di tutti i soggetti sociali ed
economici.
L’innovazione
tecnologica rappresenta oggi l’ago della bilancia fra l’essere competitivi e
l’essere condannati a uscire dal mercato.
La diffusione di
internet e delle nuove tecnologie, l’accesso a banda larga, il progressivo
abbattimento del divario digitale, stanno infatti assumendo un ruolo di
assoluto rilievo nell’economia e nelle società che galoppano di più nel mercato
globale.
Lo sviluppo
dell’innovazione può avvenire solo attraverso la sua stessa diffusione: l’acquisto
di mezzi di comunicazione da parte di un’impresa sarà tanto più necessario e
stimolato se anche i settori a valle e a monte ne saranno dotati.
Se si considerano le
reti di comunicazione, tuttavia, ancora molto deve essere fatto per connettere
l’Italia ad alta velocità, basti pensare alle zone montane o al Mezzogiorno, e
anche qui la concorrenza del mercato gioca un ruolo chiave.
Non possiamo negare che
è proprio il problema del divario tecnologico tra imprese e tra distretti
territoriali nell’uso delle nuove tecnologie che preoccupa chi vorrebbe vedere
l’Italia alla pari con i paesi più evoluti.
E’ già stato ricordato,
d’altronde, che il rapporto tra la spesa informatica e il prodotto interno
lordo, in Italia è pari all’1,94%, nel Regno Unito al 4,22%, mentre in Francia
e Germania supera il 3%.
Il divario digitale, lo
spartiacque che separa il mondo tra coloro che possono accedere alle moderne
tecnologie della comunicazione e coloro che ne sono tagliati fuori non è solo
un problema che divide il nord e il sud del mondo, i paesi avanzati e quelli in
via di sviluppo.
È invece il fattore che
può portare un sistema economico a perdere la gara della competitività, perché
oggi le imprese, tutte le imprese, devono avere accesso alle nuove tecnologie, integrando
l’uso dell’informatica nei processi produttivi, migliorando la loro efficienza
e ottimizzando così i servizi al cliente e alla collettività.
Il piccolo imprenditore
che fatica a cogliere i benefici delle nuove tecnologie deve essere messo prima
di tutto nella condizione di capirne il funzionamento attraverso una politica
di informazione che tenga conto anche della formazione e dell’aggiornamento
delle risorse umane.
Deve però, ancor prima,
essere messo nella condizione di vedere nella spesa in ICT non solo un costo
bensì un investimento.
Diffusione quindi. Ma
non solo territoriale bensì anche settoriale.
Il commercio - e il
terziario in genere – che sino ad oggi sono stati largamente tagliati fuori
dalle politiche di incentivazione, rappresentano un anello della catena di
estrema importanza per la crescita del Paese e come tale devono essere
considerati anche nelle scelte di governance.
Ecco, è questo che
chiediamo alla politica: mettere al centro dell’Agenda, la questione delle
imprese del terziario come una grande opportunità di competitività e di
crescita per la nostra economia.
Rilanciare il sistema
paese quindi non può prescindere dalla presa di coscienza della crescente
terziarizzazione dell’economia italiana, ancor di più se si pensa che questo
comparto rappresenta il 65% del PIL e dell’occupazione.
Non si può più
contrapporre il primato storico del modello manifatturiero alla prospettiva di
un’economia terziaria e post-industriale.
È necessario piuttosto
lavorare verso l’integrazione di questi due comparti così come è già avvenuto nelle economie più mature e più avanti
nel processo di globalizzazione.
L’innovazione -
tecnologica e non - è in grado di irrobustire il modello di business delle
imprese del terziario, ma per far sì che ciò avvenga occorrono politiche attive
da parte del Governo.
“Industria 2015”: è
questo il titolo del disegno di legge predisposto dal Ministro Bersani in
materia di politiche per l’innovazione e la competitività del nostro sistema
produttivo.
Ne abbiamo già parlato,
caro Ministro, e abbiamo anche condiviso qualche riflessione circa
l’integrazione tra la politica industriale e la politica per i servizi.
Però, lo confesso, quel
titolo continuo a trovarlo un po’ stretto. Perché, anche nel recente passato,
il termine “industry” – utilizzato dalla Commissione Europea per indicare
l’attività economica d’impresa in generale – è stato spesso tradotto dai
Governi italiani come pertinente al solo settore manifatturiero, con grave
pregiudizio per il settore economico dei “servizi” escluso per anni
dall’accesso alle misure nazionali per la ricerca e per le aree depresse.
Ecco,
questo non può e non deve più accadere.
Non chiediamo
interventi a pioggia – non lo abbiamo mai fatto, d’altronde – ma politiche
attive da parte del Governo per la diffusione delle tecnologie, in tutti i
settori produttivi, questo sì.
Tenendo presente le
peculiarità e le caratteristiche delle diverse imprese, sia dal punto di vista
dimensionale che organizzativo.
Per
favorire presso queste imprese cultura e diffusione dell’innovazione
tecnologica occorre, certo, la mobilitazione delle istituzioni e delle
politiche pubbliche, ma anche dei sistemi associativi chiamati sempre più a
svolgere un ruolo di agenzie al servizio delle imprese: partners delle imprese
nella semplificazione delle relazioni con le pubbliche amministrazioni;
partners delle imprese nei processi di formazione continua e di diffusione
dell’innovazione tecnologica.
Insomma,
bisogna “portare” le tecnologie vicino
alle imprese – soprattutto alle PMI - che devono trovare il modo di integrare
l’uso dell’informatica nei processi produttivi, migliorando così la loro
efficienza.
Il mondo
dell’Information Technology infatti può avvicinarsi ulteriormente alla aziende,
trovando nuovi e ulteriori sbocchi di mercato, realizzando sistemi che si
prestino realmente a migliorare il modo di lavorare e di produrre, con una
attenzione costante ai cambiamenti della filiera e alla soddisfazione del
cliente finale.
I software, oggi,
devono integrarsi pienamente nei processi produttivi. Devono “parlare italiano”
e devono “pensare italiano”, adeguando i loro processi al nostro modo di
essere.
Come ha anche
evidenziato l’analisi scientifica presentata, la sfida che dobbiamo percorrere
sarà nell’integrare le nuove tecnologie nella vita di tutti i giorni.
E’ su questo che
bisogna insistere: rendere la tecnologia utilizzabile da un pubblico sempre più
ampio e non relegare l’innovazione e la conoscenza nelle mani di pochi.
Se la tecnologia è per
pochi, non serve.
Perché, in questo modo,
ci sarà sempre una strozzatura che interromperà il flusso delle informazioni,
che renderà inefficiente un processo, che taglierà fuori un anello della
catena.
E questo, in una
economia che ha bisogno di accrescere la propria competitività, non possiamo
permettercelo.
Così come – lo segnalo
in particolare agli autorevoli Ministri oggi qui presenti e con cui, del resto,
abbiamo già avuto modo di sviluppare costruttivi confronti – non possiamo permetterci, oggi, una
finanziaria che significa almeno 22 miliardi di entrate aggiuntive e che,
rispetto all’impianto del Dpef, ha fortemente stemperato la riconosciuta
necessità di incidere strutturalmente sui grandi comparti della spesa pubblica.
Una finanziaria, ancora, che,
a fronte di circa 5,5 miliardi di riduzione del cuneo fiscale e contributivo,
chiede alle imprese di conferire all’Inps flussi Tfr per circa 5,3 miliardi di
euro. Senza che, peraltro, sia stato compiutamente definito il quadro delle
compensazioni finanziarie di questa operazione, in particolare sul versante
dell’accesso al credito bancario.
Una riflessione,
infine, sul tema della lotta all’evasione e all’elusione. Va fatta e con
determinazione. Ma per farla è non solo necessario il “pagare tutti per pagare
meno”, ma è anche utile il “pagare meno per pagare tutti”.
Ecco, bisogna pensarci.
Perché, ad esempio, oggi la pressione fiscale e contributiva complessiva su un
lavoratore autonomo del commercio o dell’artigianato rischia di sfiorare il 60%
nella fascia compresa tra 35.000 e 60.000 euro.
Insomma, oltre la metà
del reddito prodotto serve per pagare tasse, contributi e addizionali. Che
senso ha? Non giova alla crescita e ai contribuenti in regola, ma francamente
non credo che aiuti neppure la lotta all’evasione e all’elusione.
Così come, per
contrastare evasione ed elusione, occorrono controlli e sanzioni. Quelli
necessari, quelli realmente necessari. Non uno di meno, ma neppure non uno di
più.
Perché, anche qui, “il
troppo storpia”. E il troppo, in questo caso, è la sanzione della chiusura
dell’esercizio, prevista nel decreto legge che accompagna la finanziaria, anche
nel caso di un solo scontrino non battuto!
Per questo, oggi
chiediamo – tanto alla maggioranza, quanto all’opposizione - di intervenire
lungo il percorso parlamentare di discussione del disegno di legge finanziaria.
Per rivedere scelte
che, certamente, non ci aiutano, non aiutano il Paese a sfuggire alla trappola
della crescita lenta.