Caro Presidente,
anzitutto grazie per avere
accettato il nostro invito al confronto. Al confronto tra il Presidente del
Consiglio e leader della Casa delle Libertà e chi rappresenta la “gente
operosa” del terziario, cioè 800 mila imprese del commercio, del turismo, dei
servizi, dei trasporti.
“Gente operosa”, caro
Presidente.
Cioè gente che si confronta ogni
giorno con il mercato e con i consumatori; che conosce la fatica delle famiglie
e se ne fa anche carico, cercando di praticare – in un mercato libero e
concorrenziale – prezzi finali che tengono conto di costi crescenti, di un
andamento dei consumi non brillante e – certo - dell’esigenza di far quadrare i conti.
Perché, quando questi conti non
quadrano, le nostre imprese – al pari
di qualsiasi altro tipo di impresa – semplicemente chiudono.
E tanti, troppi in questi anni
hanno chiuso. EÂ senza ammortizzatori a
carico della finanza pubblica.
Anche sui prezzi, dunque,
sarebbe ora – dopo tante polemiche – di fareÂ
un po’ di chiarezza.
Basta leggere gli ultimi dati
Istat – quelli di marzo -Â
sull’inflazione in Italia: il 2,1%Â
a fronte del 2,2% della zona euro.
Un dato che scende – se depurato
dell’impatto del caro-energia – all’1,7%.
E questo è il dato medio. Al di
sotto del quale, poi, i prezzi dei generi alimentari – giusto per fare qualche esempio -  crescono dell’1% e quelli
dell’abbigliamento dell’1,2%.
Non rappresentiamo, dunque,
settori protetti, perché con la concorrenza e con le liberalizzazioni ci stiamo
giĂ confrontando e lo stiamo facendo da tempo.
Lo stiamo facendo – ad esempio
-Â con le trasformazioni in corso nella
distribuzione commerciale.
Lo stiamo facendo – in generale
-Â con un dinamismo imprenditoriale,
testimoniato dal contributo portato dal terziario all’occupazione.
Quel terziario che – anche nel
2005 a crescita zero – ha saputo comunque “costruire” 130 mila nuovi posti di
lavoro, sfruttando tutte le possibilitĂ offerte dalla riforma del mercato del
lavoro.
E’ per questo – caro Presidente
– che riconosciamo le difficoltà del presente, ma lo facciamo per andare
“oltre”.
Perché siamo consapevoli di
tutti i nodi – strutturali e di lungo periodo – della competitività difficile.
Ma pensiamo che non basta
formulare diagnosi e prescrivere terapie.
Pensiamo – con la concretezza di
chi ogni giorno fa impresa – che bisogna, soprattutto, darsi da fare.
E che per darsi da fare sia
importante tenere conto, in maniera oggettiva, di tutti i dati.
Ad esempio, anche dei segnali
positivi che vengono dagli indici di fiducia delle imprese diffusi, negli
scorsi giorni, dall’ISAE.
Ecco, questo è il nostro
“ottimismo”: un ottimismo che non ha nulla di scioccamente consolatorio e che
non vuole edulcorare la realtĂ .
E’, invece, l’ottimismo della
responsabilitĂ .
Di chi – lo ripeto – riconosce
tutte le difficoltĂ del presente, ma non si riconosce in una lettura
“pauperistica” dell’oggi dell’Italia.
Di chi pensa, cioè, che la
partita della sfida della competitivitĂ possiamo ancora giocarla e vincerla.
Perché le partite – soprattutto
quelle importanti – si giocano per vincerle e – come insegna la “zona Cesarini”
– si giocano fino all’ultimo minuto, fino al novantesimo.
Perché questo Paese resta un
grande Paese. E lo resta - anzitutto - per le energie e le capacità degli imprenditori e dei lavoratori che operano – in particolare -  in quel tessuto fitto di PMI, che
costituisce, all’incirca, il 95% del nostro tessuto produttivo.
L’impresa italiana – tutta
l’impresa italiana – è dunque una grande risorsa.
Una risorsa che – naturalmente –
non va data per scontata, ma va “coltivata”: con attenzione, con politiche, con
risorse.
Affinché i “campioni nazionali”
– cioè le poche grandissime imprese italiane -Â
si confrontino con il terreno di gioco piĂą ampio del mercato globale;
affinché politiche di rete e di distretto accompagnino l’impegno per la
crescita delle imprese piccole e medie.
Non è facile, ma lo si può fare.
A condizione, però, che si facciano scelte urgenti e chiare.
Una scelta di metodo, anzitutto.
Che è poi quella di mettere in campo da parte di tutti – della politica, delle
istituzioni, delle forze sociali – quel che io chiamo un supplemento di
responsabilitĂ .
La responsabilitĂ di un
confronto fatto secondo regole condivise – nel reciproco rispetto dei ruoli e
senza invasioni di campo – e fatto per condividere un progetto per il Paese,
fondato sulla capacitĂ di collaborazione tra funzione pubblica e iniziativa
privata.
Un progetto, insomma, che
divenga il tema centrale dell’agenda di lavoro del futuro Governo e del futuro
Parlamento.
Un progetto che sia una strategia
d’attacco ai problemi reali dell’economia reale del Paese: i problemi del fare
impresa e del competere.
Non accettando, dunque, la
politica dei due tempi: la politica del risanamento della finanza pubblica,
prima; poi – e forse – l’impegno per la crescita e lo sviluppo.
Perché, oggi, è del tutto chiaro
che solo con un passo di crescita piĂą veloce della nostra economia si
migliorano i conti dello Stato.
Insomma, se c’è qualcosa che mi
preoccupa, che ci preoccupa non è tanto – per venire ai dati della Trimestrale
di cassa – il rapporto deficit/PIL al 3,8% anziché al 3,5%, quanto la riduzione
della previsione di crescita dall’1,5% all’1,3%.
Di qui la necessitĂ tanto di
ridurre la parte piĂą improduttiva della spesa pubblica, quanto di contrastare
l’evasione fiscale e contributiva.
Di qui, anche, la necessitĂ di
una riqualificazione profonda della spesa sociale.
Lo si è iniziato a fare con la
riforma delle pensioni, cui dovrà però seguire un rapido decollo della
previdenza integrativa.
Lo si è iniziato a fare con la
riforma del mercato del lavoro -Â volta
ad aumentare il tasso di occupazione complessiva -Â cui dovrĂ far seguito la riforma degli ammortizzatori sociali e
un rapporto costante tra percorsi di lavoro e processi di formazione.
Ma per far crescere di piĂą la
nostra economia, c’è anche la necessità di non aggravare la pressione fiscale a
carico di cittadini e di imprese e di confermare, invece, l’impegno alla
costruzione di un sistema-Paese fiscalmente più competitivo: affrontando – con
gradualità e realismo – i nodi della riduzione del cuneo fiscale e dell’IRAP,
delle aliquote IVA per il turismo, della fiscalitĂ di vantaggio per il
Mezzogiorno, di studi di settore che registrino meglio costi reali e ricavi reali delle imprese. Â
Ridurre il costo dello Stato
– tanto più in una Repubblica federale
– resta, dunque, una necessità . Così come occorre la riduzione della pressione
fiscale complessiva. Lo si deve fare e lo si può fare.
Perché se vogliamo far correre
le nostre imprese, bisogna assolutamente ridurre – tra l’altro – il costo degli
adempimenti burocratici a loro carico.
Costo pari – secondo stime Istat
della fine degli anni novanta – adÂ
oltre 22 mila miliardi delle vecchie lire, cioè – all’incirca – l’1,2%
del PIL.
Così come, ancora, bisogna
scegliere - a fronte di risorse comunque scarse - su cosa puntare per
rilanciare la crescita e lo sviluppo.
E qui vengo ad altri aspetti di
merito della nostra proposta.
Una proposta che parte dalla
constatazione del fatto che in tutte le
economie che galoppano di piĂą -Â in
Europa, negli Stati Uniti e nelle altre aree del mercato globale - c’è un nesso
strettissimo tra innovazione, crescita di efficienza e produttivitĂ dei servizi
e incremento del PIL.
Al punto che questo è quanto ha
recentemente “certificato”, per l’Italia, il McKinsey Institute: “il rilancio
dell’industria manifatturiera non potrà essere il motore della crescita, la cui
vera chiave sta invece nel significativo miglioramento della produttivitĂ dei
servizi…”.
Ecco – caro Presidente – è questo
il merito del problema politico che Confcommercio pone: riconoscere la
centralitĂ del sistema dei servizi come grande occasione di crescita e di
sviluppo per l’intero Paese.
Costruendo condizioni per una
concorrenza ad armi pari tra tutte le imprese; proseguendo nell’azione di
recupero del deficit di dotazione infrastrutturale e di valorizzazione del
capitale umano.
Aggredendo il nodo del
“caro-energia” e costruendo una politica per l’innovazione ritagliata sulle
esigenze specifiche dell’impresa diffusa dei servizi.
Questo è – in buona sostanza –
il “Patto per il Terziario”, che noi, oggi, proponiamo al Paese.
E’ il nostro contributo a un
“Patto di legislatura”, che sia in grado di rilanciare la crescita e lo
sviluppo del Paese.
E’ – ancora – il modo con cui
cerchiamo di dare sostanza alla nostra autonomia dai partiti politici – snodo
essenziale della vita democratica – proponendo, incalzando, scegliendo,
verificando, criticando.
Con un giudizio che non sia mai
pregiudizio e sia invece – sempre e comunque – il risultato di una rigorosa
valutazione di merito.
In questo modo, vogliamo
contribuire a una “politica alta” per il Paese.
Giocando – con questa politica –
la partita della competitivitĂ , della crescita, dello sviluppo.
Giocando come in quel buon calcio,
di cui El Tano – Renato Cesarini – diceva: “… è un’arte che non deve salire dai
piedi verso la testa, ma è dalla testa che se ne scende ai piedi”.