Caro Onorevole, Caro Segretario,
desidero anzitutto ringraziarLa – a nome di tutta
la Confederazione – per avere accettato il nostro invito al confronto.
Oggi – qui, in questa sala – è presente una ampia
e qualificata rappresentanza degli Organi e del sistema associativo di
Confcommercio.
Un sistema associativo cui fanno riferimento circa
800.000 imprese del commercio, del turismo, dei servizi e dei trasporti e che –
dunque – costituisce la principale
Organizzazione d’impresa del nostro
Paese.
Un’Organizzazione
con una missione associativa che
si rivolge, in particolare, a quel mondo del terziario che – in questi anni e
come confermano anche i più recenti dati sull’andamento dell’occupazione – ha
recato un contributo determinante all’economia del Paese.
Tante imprese e tanti imprenditori si riconoscono
– dunque – in Confcommercio. Imprenditori che hanno anche sensibilità politiche
diverse tra loro, ma che si ritrovano in
una comune esperienza di vita associativa fondata sulla capacità della
Confederazione di interpretare le buone ragioni dell’economia dei servizi e di
interpretarle in rigorosa autonomia.
Quella della autonomia è, infatti, una scelta che
abbiamo compiuto da tempo e che non è in discussione.
E’ – ovviamente – l’autonomia rispetto ai partiti
politici e agli schieramenti politici. E’ un’autonomia che non è solo il
rifiuto del collateralismo, ma di più la consapevolezza del potere e del dovere
portare un nostro specifico contributo al confronto e alla formazione delle
scelte determinanti per il futuro del Paese.
Una autonomia, però, che – proprio perché siamo consapevoli del ruolo fondamentale dei
partiti politici in una democrazia e della necessità, oggi più che mai, di una
politica “alta” – non è certo qualunquistica indifferenza o neutralità.
Al contrario. E’ la volontà di esercitare il
diritto/dovere a proporre, ad incalzare, a scegliere, a verificare, a
criticare.
Con autonomia – appunto – e prima e dopo la
consultazione elettorale.
Lo abbiamo fatto – e vogliamo continuare a farlo –
nel reciproco rispetto dei ruoli e senza invasioni di campo.
Giudicando, certo; ma – sempre e comunque – senza pregiudizi e con
una valutazione di merito dei programmi e delle scelte conseguenti.
Con questo spirito,
dunque, abbiamo letto – caro Onorevole – il programma dell’Unione. E con questo
spirito Le abbiamo fatto pervenire il
documento che – sotto il titolo “Dieci azioni per rilanciare la crescita
e lo sviluppo del Paese” – vuole essere il nostro contributo alla discussione e
alla formazione delle scelte nel corso della prossima legislatura.
E’ un contributo di
metodo. Perché ci sembra necessario che i problemi reali dell’economia reale
del Paese – i problemi del fare impresa e del competere – debbano essere al
centro dell’agenda di lavoro del futuro Governo e del futuro Parlamento e lo
debbano essere – come oggi si usa dire – con un approccio bipartisan e con
un’attenzione costante e puntuale al dialogo con le forze sociali.
E’ un contributo di merito. Perché ci sembra che,
se davvero si vuole accelerare il passo di crescita del Paese, è sul terziario,
sull’economia dei servizi che occorre investire.
Investire in termini di attenzione, di politiche,
di risorse.
Lo sosteniamo con forza, con determinazione,
perché siamo convinti che non sia una tesi di parte.
Basta guardare, infatti, a cosa è avvenuto e
avviene in tutte le economie che “tirano” di più: in Europa come negli Stati
Uniti e nelle altre aree del mercato globale.
C’è sempre – in tutti questi casi – un nesso
strettissimo tra crescita ed incrementi di efficienza e produttività dei
servizi, tra crescita ed innovazione nei servizi.
E – proprio sulla scorta di questa analisi
comparativa – ecco quanto ha recentemente “certificato”, per l’Italia, il
McKinsey Institute: ”il rilancio dell’industria manifatturiera non potrà essere
il motore della crescita, la cui vera chiave sta invece nel significativo
miglioramento della produttività dei servizi…”.
Ci sembra però
un po’ tranchant il giudizio di “arretratezza” che – alla pagina 119 di “Per il bene dell’Italia”, il programma
di governo dell’Unione – viene riservato al terziario del Paese.
Perché questo terziario non è certo una “foresta
pietrificata”; perché è cambiato e continua a cambiare: basti pensare, ad
esempio, a quanto è avvenuto nella distribuzione commerciale dopo la riforma
del ’98.
E, soprattutto, queste trasformazioni e
innovazioni del terziario si sono fin
qui prodotte quasi “nonostante tutto”.
“Nonostante”, cioè, il ritardo – di lunghissimo periodo - nel riconoscimento da parte della politica
economica della rilevanza della questione dei servizi.
Un ritardo, ovviamente, non casuale. Figlio di un
modello di sviluppo tutto incentrato sul settore manifatturiero e sui “campioni
nazionali”, veri o presunti che fossero.
Del resto, è poi lo stesso programma dell’Unione
che – più avanti (pag. 121) – riconosce la necessità di una politica
industriale “intesa in un’accezione più ampia, dovendosi attribuire alla
politica dei servizi un ruolo non inferiore alla politica industriale in senso stretto”.
Quale politica per i servizi, dunque?
Le liberalizzazioni, certo. La concorrenza, certo.
Non ci spaventano: né le prime, né la
seconda.
Perché con la concorrenza le nostre imprese fanno
i conti ogni giorno.
Perché di concorrenza – nel mercato dell’energia,
nei servizi bancari e nelle assicurazioni, nelle professioni – le nostre
imprese hanno certamente bisogno.
Ma la politica della concorrenza non esaurisce la gamma degli strumenti di
politica economica che bisogna mettere in campo per affrontare e vincere la
sfida della competitività.
Per affrontare e vincere questa sfida,
occorre – a mio avviso, a nostro avviso
– che i residui “campioni nazionali” siano spinti a misurarsi con il terreno di
gioco più ampio dell’Europa e del mercato globale. Ed occorre – ancora – che il
tessuto delle PMI – il 95% della struttura produttiva del Paese – sia
riconosciuto come una risorsa sulla quale puntare.
Con un sistema-Paese fiscalmente più competitivo,
affrontando la questione della riduzione del cuneo fiscale e contributivo,
dell’IRAP che penalizza le imprese ad alta intensità di lavoro, delle aliquote
IVA per il turismo, della fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno.
Con un sistema- Paese che confermi la scelta di
investire sulla realizzazione delle infrastrutture e lo faccia “senza se e
senza ma”.
Con un sistema-Paese che confermi di credere nella
flessibilità dei rapporti di lavoro e che, certo, faccia tutto quello che
occorre, affinché la flessibilità combatta la precarietà e non la generi.
Con un sistema- Paese che riconosca il valore del
pluralismo imprenditoriale e che – attraverso processi di innovazione diffusa –
favorisca le aggregazioni di rete e di distretto delle PMI.
Non continuo nella descrizione dell’agenda delle
cose da fare, perché il nostro obiettivo oggi è anzitutto quello di comprendere meglio – attraverso l’intervento dell’On.le Fassino
- quale sia l’agenda dell’Unione e
cosa l’Unione pensi delle nostre “Dieci azioni per la crescita e lo sviluppo
del Paese”.
Noi – caro Onorevole – siamo “gente operosa”: la
gente dei valori dell’azienda familiare, che Lei ben conosce; la gente che
cerca di fare, ogni giorno, la propria parte e che, francamente, crede di
averla fatta anche in questi anni.
Così – ad esempio – nei confronti delle famiglie e
dei consumatori, praticando – in un mercato libero e concorrenziale – prezzi
che sono stati il riflesso di costi crescenti, di consumi freddi e della
necessità di un giusto ricavo, senza il quale l’impresa commerciale – al pari
di qualsiasi altro tipo di impresa – semplicemente chiude.
E tanti, tantissimi, troppi hanno chiuso.
La priorità è dunque quella di rilanciare la
crescita.
Noi – caro Onorevole – siamo convinti che l’Italia
ce la possa fare.
Con un supplemento di responsabilità da parte di
tutti: da parte della politica e delle forze sociali.
Condividendo un progetto per il Paese, fondato
sulle risorse – di intelligenza e di energia – di cui l’Italia dispone.
Condividendo – senza dirigismi e con una
concezione dello Stato liberale e aperta alla sussidiarietà – uno schema di gioco vincente.
Come quello del mio Milan o come quello – mi costa
dirlo, ma rientra tra i doveri di ospitalità – della sua Juve!
Uno schema di gioco: perché la partita della sfida
della competitività da soli non la si vince.
E concludo, dunque, citando anch’io Gigliola, la
ragazza di Viareggio ricordata nella pagina finale di “Per passione”,
l’autobiografia personale e politica dell’Onorevole Fassino.
Così scrive Gigliola: “Non si è mai soli, quando
le idee sono buone”.
“E
aggiungo io – chiude Piero Fassino - quando le si vive con
passione”.
Ecco, sono certo che oggi riusciremo a condividere
qualche buona idea. E, per parte nostra, lo faremo con la passione di chi ogni
giorno fa impresa, ma soprattutto con la passione di chi lavora per un grande Paese: per l’Italia.