Cari Amici,
desidero innanzitutto
esprimere il mio ringraziamento all’Ascom di Treviso e al Presidente Renato
Salvadori per avermi dato l’occasione di condividere con voi l’inaugurazione di
questa nuova sede.
E il mio ringraziamento
è ancor più sentito perché a questo Palazzo è stato dato un nome che racchiude
in sé l’orgoglio di un intero settore, quello che Confcommercio rappresenta e che sempre di più e meglio
intende rappresentare.
Perché è il Palazzo del
Terziario, la nuova sede dell’Associazione Commercio Turismo e Servizi della
provincia di Treviso ed è - recita il depliant di invito – “un faro
sulla città”.
E’ questa una
definizione che mi ha colpito e che condivido, perché territori e imprese
proprio in questo momento hanno necessità che sia fatta chiarezza sulle
prospettive del Paese.
Anzitutto sulle
prospettive della sfida della competitività, una partita che può essere vinta,
perché questo Paese, che oggi sta riprendendo a crescere, anche se ancora non
abbastanza e non come gli altri Paesi, ha un potenziale enorme.
E’ il potenziale di
quel tessuto fitto di Piccole e Medie Imprese che costituisce all’incirca il
95% del nostro sistema produttivo, e che racchiude energie e capacità
imprenditoriali.
E’ un tessuto
produttivo nel quale il terziario, in un anno difficile per l’economia come è
stato il 2005, ha dimostrato un coraggioso dinamismo imprenditoriale
testimoniato dal contributo che ha portato all’occupazione, “costruendo” ben
150 mila posti di lavoro.
Un risultato che è
stato possibile anche sfruttando tutte le possibilità offerte dalla riforma del
mercato del lavoro, dalla Legge Biagi. Se ne sta discutendo ma la nostra
posizione è chiara: si tratta di partire dalla Legge Biagi per completare
l’opera e non per azzerare quanto è stato fatto.
Completare l’opera: con
lo Statuto dei lavori come cornice generale dei diritti; con la riforma degli
ammortizzatori sociali per rendere sostenibile la flessibilità; con un forte
impulso ai processi di formazione continua. E con una strategia di
incentivazione alla trasformazione dei rapporti a termine e “flessibili” in
rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Ma anche attraverso l’incentivazione
fiscale, con il credito di imposta e attraverso l’incentivazione normativa, con
regole meno rigide in materia di tutela dal licenziamento.
Una considerazione,
questa, che trova proprio qui, nel Nord- Est, un riscontro tangibile, e
certificato.
L’Istat, nei Conti
Economici Territoriali relativi al 2005, diffusi proprio questa settimana,
evidenzia infatti che è il Nord–Est a salvare l’Italia dalla recessione:
l’economia italiana nel suo complesso ha visto un’ Italia a crescita zero e una
contrazione dello 0,4% del lavoro a tempo pieno mentre la crescita del Nord–Est
è stata dello 0,4%, e qui, il lavoro a
tempo pieno è cresciuto dello 0,2%.
E’ tuttavia sintomatico
- come evidenziato dal “Quinto rapporto Nazionale del Sole 24 Ore/ Fondazione
Nord Est”, pubblicato solo due giorni fa, ponendo di fatto l’accento nuovamente
sulla “questione settentrionale” emersa con il voto delle ultime elezioni
politiche - che l’atteggiamento delle imprese sia oscillante tra l’affermazione
solitaria e quasi autoreferenziale, il “fai da te”, e l’adesione ad un modello
più organizzato, la ricerca di reti e joint venture, e una rinnovata fiducia
nelle istituzioni e nelle associazioni di rappresentanza di interessi.
E il dato interessante
però, e qui torno ai dati Istat, è il fatto che al risultato economico
positivo di queste regioni abbia contribuito il settore dei servizi, cresciuto
dell’1,3%, compensando le performance negative dell’agricoltura (-2,1%) e
dell’industria (-0,4%).
Così come avete
peraltro recentemente evidenziato nell’analisi sul terziario trevigiano, dal
quale emerge che il settore gode di buona salute e che è proprio
nell’occupazione che le imprese del commercio al dettaglio, all’ingrosso e dei
servizi hanno registrato una crescita del 3%.
Del resto si tratta di
quanto ha recentemente certificato il McKinsey Institute: “ il rilancio
dell’industria manifatturiera non potrà essere il motore della crescita, la cui
vera chiave sta invece nel significativo miglioramento della produttività dei
servizi …”
Dunque queste imprese,
le imprese del terziario, le imprese che Confcommercio rappresenta, sono una
risorsa per l’intero Paese, ed al Paese – all’avvio della nuova legislatura e
all’attenzione del nuovo Governo - noi
chiediamo che questa risorsa venga “coltivata”: con l’attenzione dovuta, con
politiche mirate, con una legislazione adeguata.
Costruendo per loro un
contesto nel quale le potenzialità possano essere valorizzate, e non
mortificate, che consenta di lavorare e di crescere senza doversi scontrare
quotidianamente con mille difficoltà.
Chiunque gestisce un’
impresa sa quanto ancora c’è da fare per snellire la burocrazia, un costo vivo
che va ad aggiungersi agli altri, e che rischia, paradossalmente, di
appesantirsi proprio in virtù del processo di decentramento istituzionale che è
stato intrapreso (e dal relativo moltiplicarsi dei centri di competenza), un
processo che non può essere compiutamente realizzato senza una forte spinta
alla semplificazione amministrativa.
Per questo è importante
che il percorso delle riforme non vada arrestato ma completato, e qualunque sia
l’esito del voto referendario è necessario che su questo tema gli schieramenti
politici e le parti sociali riprendano un lavoro comune: per tenere insieme
decentramento e semplificazione; per chiudere il cerchio del federalismo
istituzionale e del federalismo fiscale.
Insomma c’è un’esigenza:
che le riforme vengano fatte, presto e bene.
Ecco perché oggi ci
aspettiamo dal Governo un confronto altrettanto urgente sui temi del rigore
finanziario e della crescita, specialmente nella prospettiva di quella cosiddetta manovra – bis.
E’ una manovra
inevitabile? Vedremo, ma intanto sollecitiamo un confronto con l’Unione
Europea, per verificare fino in fondo la possibilità di graduare nel tempo il
processo di rientro dall’extra – deficit.
Vogliamo un accordo
forte, sì per migliorare i conti dello stato, ma anche e soprattutto per
rilanciare una crescita che in Italia e in Europa è troppo lenta. E se non
scampiamo a questa trappola della crescita lenta diventa francamente impervio
lo stesso cammino di risanamento della finanza pubblica.
Insomma, si tratta di
non accettare la logica della politica dei due tempi: prima il risanamento
della finanza pubblica e poi, forse, l’impegno per la crescita e lo sviluppo. Perché di crescita e sviluppo il
nostro Paese ha bisogno oggi.
E per raggiungere
questo obiettivo - non mi stancherò mai di ripeterlo - bisogna puntare sulle risorse delle imprese
del commercio, del turismo, dei servizi, dei trasporti, un sistema
imprenditoriale che sta resistendo – fin ora con le proprie forze, ma ancora
per quanto? E come? - a quella crisi dei consumi che stringe come una morsa.
Ecco perché ci sembra
davvero sbagliata l’idea di ricorrere, nell’ipotesi di una manovra correttiva o
per il finanziamento della riduzione del cuneo fiscale ad aumenti delle
aliquote Iva: un intervento che penalizzerebbe ulteriormente i consumi. O
ancora, che si pensi all’innalzamento
dei contributi previdenziali del lavoro autonomo, le cui gestioni
pensionistiche, sono, peraltro, in ordine.
E men che meno,
naturalmente, questi interventi potrebbero da noi essere condivisi se si
pensasse poi ad una selettività della riduzione del cuneo fiscale e
contributivo del costo del lavoro destinato a tradursi, in concreto, in una
esclusione da questa misura proprio di quelle imprese del terziario che, come prima
ricordavo, sono quelle che in questi anni hanno portato un contributo
determinante alla crescita dell’occupazione.
Insomma, la via maestra
per migliorare l’andamento dei conti dello Stato è a nostro avviso quella di
incidere sulla parte più improduttiva della spesa pubblica corrente piuttosto
che quella di ricorrere a vecchie e nuove tasse.
Certo, l’evasione e
l’elusione fiscale e contributiva va contrastata e recuperata, ma senza
rinunciare a costruire un sistema paese fiscalmente più competitivo. Si tratta
di ridurre il cuneo fiscale e contributivo e di mettere in campo aliquote Iva
più competitive per un settore vitale per la nostra economia come è quello del
turismo.
Ma bisogna anche
progettare, e realizzare, quegli investimenti destinati al recupero del deficit
di dotazione infrastrutturale, e questo, in particolare, qui nel Nord Est, è un
punto essenziale per rafforzare la competitività delle imprese: i trasporti, la
logistica, l’intermodalità, il miglioramento delle filiere produttive affinché non siano gli ultimi anelli della
catena a pagare i costi che si accumulano, i distretti territoriali per una
maggiore integrazione fra servizi e industria.
Ho voluto
sottolineare, e non a caso, il termine
“realizzare”, perché di progetti è facile parlare, ma ora è arrivato il
momento, per tutti, di passare dalle
parole ai fatti. Ed è quello che chiediamo al Governo, ma che stiamo facendo
anche noi, in Confcommercio, per crescere e contare di più.
E come al Governo
chiediamo un confronto serrato e costante perché le grandi scelte vengano
condivise da tutti, così in Confcommercio abbiamo inaugurato una stagione che
sull’unità e sulla collegialità ha costruito il suo punto di forza.
“Fare squadra” è un
termine che si sente spesso in questi giorni, e non solo come metafora
calcistica; “fare squadra” è tuttavia qualcosa in cui io credo fermamente, e
che nella nostra Organizzazione
significa mobilitare al meglio le esperienze e le competenze di cui il sistema
associativo dispone.
E al mio amico Renato - che non a caso in questa squadra gioca come
titolare, nella Giunta e nel Comitato di Presidenza di Confcommercio - ora cedo
la parola, affinché possa parlarci della “Nuova sfida”, quella di cui parla
questo libro e del significato, non solo simbolico, di aver voluto, e
realizzato, un “Palazzo del Terziario”.