Cari Amici,
gli interrogativi intorno ai quali ci
avete chiamato, oggi, a confrontarci – “Quale impresa per l’Italia, quale
politica per l’impresa?” – rinviano a due quesiti di ordine ancora più
generale: quale progetto per l’Italia, quale “politica” per il Paese?
Perché –
con tutta evidenza – siamo ad un punto di svolta. Le luci e le ombre del
sistema-Italia – tratteggiate, ancora nei scorsi giorni, dalla Banca d’Italia –
dicono infatti con chiarezza che sicuramente la “partita” – la partita della sfida
della competitività, della crescita e dello sviluppo – non è persa. Dicono che
la partita può ancora essere giocata e vinta, ma che per farlo dobbiamo
cambiare la strategia di gioco e dobbiamo farlo rapidamente.
L’amico Presidente Montezemolo ha osservato,
a questo proposito, che più che preoccuparci dei “piloti”, dovremmo
interrogarci sulla qualità della “macchina”.
Io – che alla “formula uno” preferisco i
campi di calcio – penso che la qualità degli “allenatori” non sia un fattore
trascurabile, ma credo anche che sicuramente i “goal” non arrivano se in campo
non ci sono giocatori con buone gambe, con cuore e con cervello, che sappiano
interpretare – sino al novantesimo minuto – la strategia e le tattiche di gioco
discusse e condivise con l’allenatore.
E – visto
che siamo nel pieno del confronto preelettorale degli schieramenti politici con
il Paese – il primo punto, la prima questione da porre alla politica dell’uno e
dell’altro schieramento mi sembra, allora, esattamente questo: è possibile
ipotizzare che i problemi veri dell’economia reale del Paese – cioè il problema
di fare impresa e di competere – divengano il tema centrale dell’agenda dei
lavori della prossima legislatura?
E’
possibile che questo tema sia oggetto di un impegno condiviso – bipartisan,
come oggi si usa dire – tra Governo e Parlamento, tra Governo, Parlamento e
forze sociali?
Perché –
vedete – buoni giocatori ancora ne abbiamo. Giocatori con buone gambe, con
cuore e con cervello. Sono gli imprenditori e i lavoratori di quel fitto tessuto
di piccole e medie imprese, che costituiscono il 95% circa della struttura
produttiva del Paese.
Ma quel che
occorre - o, se preferite, ciò che chiedono questi giocatori - è che il loro impegno - la loro capacità di
giocare senza risparmiar fatica, ma anche con estro e fantasia - sia messo a
fattore comune; che le “buone pratiche” di gioco vengano condivise e facciano
“sistema”.
Chiedono,
in altri termini, di giocare per un’Italia che – come scriveva il Censis
qualche anno fa – sia un po’ meno un “Paese-contenitore” e un po’ più un
“sistema-Paese”.
Non sto
evocando né una nuova stagione “dirigistica”, né un nuovo protagonismo dello
Stato nell’economia.
Dico invece
– più semplicemente – che, nel mercato globale, l’Italia dei distretti e dei
processi di sviluppo territoriale, l’Italia delle piccole e medie imprese e
delle tante “eccellenze” diffuse gioca e vince, se sa di poterlo fare
all’interno di uno schema di gioco condiviso.
Gioca e
vince, se sa di potere contare su un rapporto collaborativo tra iniziativa
privata e pubbliche amministrazioni, che è tanto più importante oggi.
Oggi,
nell’Italia “federale” in cui occorre una volontà fortemente rafforzata di
coordinamento dell’azione dei diversi livelli istituzionali e di quelle
autonomie funzionali – tra cui le Camere di Commercio – in cui si esprime la
capacità di autogoverno della società civile e, in particolare, del sistema
imprenditoriale.
Gioca e
vince - l’Italia - se sa di potere contare su un progetto di azione -
strutturato e di lungo periodo - che affronti e risolva i tanti nodi, che
abitualmente riassumiamo sotto lo slogan della competitività difficile: il
deficit di dotazione infrastrutturale e la questione energia; il cuneo fiscale
e l’innovazione diffusa; la valorizzazione del capitale umano e di tutte le
risorse tipiche dell’identità italiana.
Mi
riferisco, in particolare alle risorse dell’agroalimentare di qualità; al
patrimonio storico, culturale ed ambientale e al turismo; alle risorse del
Mezzogiorno e delle tante “eccellenze” ancora oggi presenti nella meccanica,
come nelle tecnologie avanzate.
Insomma,
risorse che ci sono, ma che non vanno date per scontate. Risorse sulle quali
possiamo e dobbiamo fare leva, ma che vanno coltivate con politiche specifiche.
“Chiedo” politiche – ed anche una politica
per la concorrenza – che consenta a tutte le imprese di crescere. A tutte: le
piccole, le medie, le grandi.
“Chiedo”
una politica economica in cui i “campioni nazionali” siano spinti a giocare sul
terreno più ampio dell’Europa e del mercato globale, anche riducendo le rendite
di posizione sul mercato domestico.
“Chiedo”
una politica economica, che spinga il tessuto delle piccole e medie imprese
all’aggregazione di distretto, di rete e di filiera.
“Chiedo”
una politica economica che valorizzi il ruolo del terziario – cioè l’intero
sistema dell’economia dei servizi – per accrescere l’efficienza e la
produttività di tutto il nostro sistema produttivo e per promuovere la
competitività – anche in termini di innovazione tecnologica – del nostro stesso
settore manifatturiero.
“Chiedo” –
se mi consentite uno slogan – una politica economica che sappia incidere sui
fattori critici per la competitività e che lavori per l’integrazione tra i
settori economici.
“Chiedo”,
anzi - potrei dire – “chiediamo”, visto che tante ed importanti consonanze ci
sono tra quanto sto esponendo e i contenuti delle proposte di Confagricoltura:
l’attenzione alle aggregazioni e ai costi d’impresa; l’impegno per
l’integrazione a valle, cioè per un sistema strutturato di relazioni tra
produttori e distribuzione commerciale, che ne accompagni gli impegni condivisi
a favore dei consumatori; la sicurezza alimentare e la lotta alla burocrazia;
il contrasto del dumping sociale ed ambientale.
Contrastare
il dumping contro - direbbe Giulio Tremonti - il “mercatismo suicida”.
Perché le
regole vanno rispettate ed un mercato senza regole è un mercato fuorilegge. Ma
le regole vanno rispettate da parte di tutti. Altrimenti, la partita della
concorrenza - nel mercato globale - viene giocata con carte truccate.
In
conclusione, io sono tra coloro che pensano che possiamo certamente farcela.
Non è un ottimismo pur che sia. E’, piuttosto, la consapevolezza del fatto che
possiamo ragionevolmente avere fiducia in questo Paese, nel nostro Paese.
Ragionevolmente:
cioè sapendo che i tanti problemi aperti possono essere, comunque, affrontati e
risolti.
Occorre -
per questo - una nuova “fase costituente”?
Per parte
mia, preferisco dire che occorre – da parte di tutti – un supplemento di
esercizio di responsabilità: la responsabilità – certamente – di una politica
alta, la responsabilità delle forze sociali, degli imprenditori e delle
imprese, del sindacato.
La stessa
responsabilità con la quale il Paese ha saputo conquistarsi l’ingresso
nell’euro e che, ora, deve mettere in campo per costruire il suo futuro.
Se così è,
il nostro contributo non mancherà. Non mancherà: con un’autonomia dalla
politica che non è né indifferenza, né neutralità.
E’ invece –
nei confronti della politica e del sistema dei partiti politici - la volontà di
esercitare, sino in fondo, il diritto - dovere di proporre, di incalzare, di
scegliere, di verificare e di criticare.
Sino in
fondo: ma con un giudizio che non sia mai pregiudizio, nel reciproco rispetto dei ruoli e
senza invasioni di campo.
E’, insomma, la responsabilità di fare tutti la propria parte.
condividendo le regole di confronto e, soprattutto, l’obiettivo di vincere la partita: quella della
competitività e della coesione sociale, quella della crescita e dello sviluppo.