AutoritĂ ,
cari amici ed amiche, signore e signori,
sono
particolarmente lieto di intervenire oggi a questa manifestazione che celebra i
60 anni di attivitĂ di una associazione che opera in una cittĂ , Venezia, unica
al mondo.
Ringrazio
quindi il mio amico Massimo Albonetti per avermi invitato, ma anche per avermi
strappato un sorriso - un po’ amaro, devo dire – citando i titoli del giornale
dell’associazione di sessant’anni fa: gli inasprimenti fiscali, il turismo, la
libera concorrenza, l’abusivismo…
Sono
temi, come ha sottolineato Albonetti, che sembrano dire che in sessant’anni
nulla è cambiato, o meglio, tutto è cambiato fuorché i problemi dei
commercianti.
C’è
in effetti un filo conduttore che ci porta dal dopoguerra ad oggi, ed è un filo
che si dipana da due matasse.
Da
un lato ci sono i commercianti, gli operatori del turismo, dei servizi, che
hanno saputo creare un tessuto economico e sociale capillare, al servizio dei
cittadini, e di attrattiva – tanto più in una città come Venezia – verso i
turisti.
Qui
oggi verranno premiati i “Maestri del commercio” persone che hanno dedicato
tutta la loro vita – stiamo parlando di molti decenni, non certo di baby –
pensionati – al servizio di un’attività , senza risparmiarsi, con
professionalitĂ e passione.
Sono
i commercianti che hanno saputo tenere viva la cittĂ , che in molti momenti
della nostra storia sono diventati un “cuscinetto” per ammortizzare i colpi che
arrivavano da un economia e da un contesto non sempre vivace, che continuano a
creare occupazione e ad assorbire i lavoratori espulsi – sempre più –
dall’industria.
Sono
quegli operatori del turismo e della ristorazione che hanno saputo contribuire
alla valorizzazione della cittĂ , creando un circuito di accoglienza che rende
unico ed indimenticabile un viaggio nel nostro Paese non solo per le bellezze
artistiche che offre ma anche per la qualità dell’enogastronomia e
dell’ospitalità .
L’altro
filo della matassa è quello che ci ha portati, ancora una volta, a dover
ricordare al Paese, e lo abbiamo fatto, qui a Venezia, così come a Roma, qual è il vero motore della crescita.
E’
quel tessuto caratterizzato da una presenza diffusa di imprese, da quattro milioni di piccole e medie imprese – qui nel
Nord–Est c’è un impresa ogni 4 famiglie, e 9 su 10 hanno meno di dieci
dipendenti – che lavorano, producono, offrono servizi, che faticano e
dovrebbero essere aiutate a crescere.
Perché
sappiamo che l’economia reale è fatta, certo, da industria e grandi imprese, ma
non solo.
Anzi,
è fatta, oggi, e sempre di più lo sarà in futuro, di servizi e di trasporti, di
turismo e di commercio; e su questi settori si dovrebbe investire per
rafforzare la produttivitĂ e per accelerare la crescita.
Perché
le imprese che noi rappresentiamo ci chiedono semplicemente che il Paese le consideri
una opportunitĂ , una risorsa sulla quale investire con politiche mirate.
Una
risorsa, quindi, sulla quale investire per il sostegno della nuova
imprenditoria, della formazione, delle nuove tecnologie, delle forme di
associazionismo.
Una
risorsa che non può essere mortificata e ingabbiata da una burocrazia che,
insieme alla pressione fiscale, la stritola; una burocrazia che rende
complicata la quotidianitĂ e ci penalizza rispetto ai competitors degli altri
Paesi europei, come è emerso a chiare lettere dalla nostra ricerca “L’impresa
di fare impresa”.
Noi,
in fin dei conti, non chiediamo altro
che le imprese possano operare e crescere in un contesto “sano”, nel quale sia garantito il
pluralismo economico e la coesistenza di forme produttive diverse, nel quale
sia salvaguardata la specializzazione e la varietà dell’offerta commerciale e
turistica.
Chiediamo
che le imprese possano colloquiare con un sistema creditizio vicino alle
esigenze di chi lavora; chiediamo delle infrastrutture efficienti, adeguate ai
tempi e che funzionino: e mi auguro in tal senso che si sbocchi, come sembra,
finalmente l’annosa questione del Passante di Mestre, una delle priorità per
l’economia della regione ma anche un sintomo della paralisi infrastrutturale
che il Paese vive da troppo tempo.
Questo
è quello per cui lottiamo, che ci saremmo aspettati di trovare in Finanziaria –
e così non è stato – e per cui abbiamo manifestato prima insieme alle altre
organizzazioni delle piccole e medie imprese e poi nella nostra assemblea straordinaria.
Un’assemblea
straordinaria caratterizzata dallo slogan una “Finanziaria da cancellare perché
aumenta le tasse e tassa lo sviluppo, penalizza le imprese e non aiuta il
Paese.”
Un’
Assemblea straordinaria che facendo sentire forte, chiara e senza esitazioni la
nostra voce un risultato immediato l’ha ottenuto (e non me ne voglia il Sindaco
Cacciari che la pensa diversamente): la cancellazione della tassa di soggiorno,
una notizia che ci è arrivata “in diretta”, proprio durante il mio intervento.
Ma
quello che abbiamo chiesto, che avete chiesto, è anche una politica economica
che guardi rilancio dei consumi, affinché il sistema delle imprese, e con esso
l’intera economia, possano tornare a respirare a pieni polmoni.
Con il
Censis abbiamo analizzato, la scorsa settimana, l’andamento dei consumi e
l’atteggiamento dei consumatori in Italia e in Europa nel 2006.
E il
rapporto che abbiamo presentato, ha disegnato uno scenario dal quale emerge che
“In un panorama europeo in cambiamento e forse in ripresa, l’Italia appare
ancora sotto sforzo…”.
E’
vero - anche se non mi sento così ottimista come il mio amico De Rita che parla di “piccolo silenzioso
boom”- che assistiamo ad una leggera “ripresina”.
“Ripresina”
che in parte è confermata anche da una ritrovata vivacità nei consumi di
Natale, che quest’anno, sulla base delle stime del Centro Studi Confcommercio,
dovrebbero andare, di poco, ma meglio dello scorso anno.
Tuttavia,
anche se sotto l’albero ci sarà qualche regalo in più, rimane, da parte delle
famiglie, un atteggiamento di prudenza, che è la traduzione puntuale della
realtĂ macroeconomica del Paese.
Perché il nostro Paese
sta ricominciando a crescere, ma non abbastanza e non quanto gli altri Paesi
europei.
La
crescita del PIL, del Prodotto interno lordoÂ
dell’Italia, come riportato nelle ultime previsioni della Commissione
europea sulla crescita dei diversi Paesi, è l’unica, insieme al Portogallo, che
non riuscirà a raggiungere entro la fine dell’anno la soglia del 2%,
mentre l’intera area euro viaggia ad
una media del 2,6%.
E
questa Finanziaria, purtroppo, sta rimandando – per quanto ancora, si chiedono
gli italiani – gli interventi concreti che possono consentire al nostro Paese
di risalire la china, di accorciare la distanza con gli altri Paesi europei.
Non
ci sono tracce concrete di riforme strutturali, sostegno ai consumi e
attenzione alle politiche attive per le imprese, ma soprattutto non c’è traccia
della riduzione della pressione fiscale, che continua – nonostante nei primi
undici mesi di quest’anno ci sia stato un boom delle entrate fiscali – davvero
a essere rimandata alle calende greche.
Vorremmo
riuscire a vedere un cambiamento di rotta reale, mentre questa Finanziaria continua ad avere
un’impostazione che invece di fare levaÂ
sulla riduzione e la qualificazione della spesa pubblica si basa
essenzialmente sulle maggiori entrate, con tentativi di utilizzare il lavoro
autonomo come un bancomat dal quale prelevare a piacimento.
Anche
per questo motivo ci siamo riservati di sottoporre agli organi della
Confederazione il testo definitivoÂ
della bozza del protocollo d’intesa sugli studi di settore, che pur
facendo dei passi avanti nella direzione della selettivitĂ e della
semplificazione, deve tradursi in conseguenti emendamenti del Governo al testo
della Finanziaria.
Insomma,
lo abbiamo detto e lo ripetiamo, noi siamo pronti a fare la nostra parte, come
abbiamo sempre fatto, e dimostrato in 60 anni di storia. Grazie.