Cari
Colleghi, Cari Amici,
tocca
a me l’intervento che chiude questa nostra giornata. Intervengo dopo Giorgio
Guerrini, Ivan Malavasi, Giacomo Basso, Marco Venturi, che hanno già detto sia
del “chi siamo” e del “perché siamo qui”, sia delle ragioni della nostra
critica alla manovra finanziaria per il 2007 e delle nostre proposte.
Per
questo, certo parlerò anch’io di finanziaria, ma cercherò di parlare non solo
di finanziaria. Per sviluppare una tesi di fondo che provo così a riassumere:
ci sono davvero delle buone ragioni dietro il ritrovarci insieme, qui ed oggi.
Ma queste ragioni travalicano il “qui ed oggi”. Vengono, invece, da lontano e,
soprattutto, se sapremo comprenderle ed interpretarle, sono ragioni che possono
portarci lontano.
Possono,
cioè, consentirci di costruire una risposta nuova, più efficace, al problema
della rappresentanza del sistema imprenditoriale italiano.
Uni
sistema articolato e complesso, frutto di diversi percorsi e di diverse storie.
Ma in cui sempre più emerge l’esigenza di dare voce e prospettiva d’azione
unitaria ad imprese – piccole, medie o
grandi che siano, dell’artigianato come del commercio, del turismo come dei
servizi in senso ampio – che si riconoscono
in uno stesso nucleo di principi
e di valori.
I
principi e i valori del pluralismo imprenditoriale come condizione strutturale
di democrazia economica; l’apertura dei mercati e l’attenzione alle ragioni dei
consumatori, declinate attraverso la richiesta di una concorrenza a parità di
regole; l’impegno per lo sviluppo territoriale e per una maggiore competitività
dell’intero sistema-Paese.
E
tutto questo a partire dalla valorizzazione di una voglia di fare impresa e di
una spinta all’autoimprenditorialità, che meritano di non essere lette come una
curiosa “eccezione italiana”.
Quasi
che si trattasse di un’anomalia, di una patologia da marginalizzare e da
riassorbire, coltivando in provetta i pochi “campioni nazionali” rimasti in
questo Paese.
Ecco,
questo è il punto. Oggi, qui in questa sala, è presente e parla quell’Italia
produttiva fatta, anzitutto ma non solo, da oltre 4 milioni di imprese con meno
di 10 addetti, pari al 95% del totale dello stock di imprese, e che occupa poco
meno del 50% dei 16,5 milioni di lavoratori dipendenti.
Ma,
contemporaneamente, è l’Italia produttiva, i cui protagonisti vogliono
crescere. Crescere dimensionalmente e qualitativamente; crescere singolarmente
e attraverso le aggregazioni di gruppo e le relazioni di distretto e di
filiera.
E’,
insomma, l’Italia dell’economia reale che non si sottrae al problema della
produttività stagnante o declinante, ma che, al contrario, intende affrontarlo
per intero e sino in fondo.
E’
l’Italia che in questi ultimi anni – gli anni della crescita lenta e del venir
meno della valvola di sfogo delle svalutazioni – ha saputo comunque andare
avanti e sostenere la crescita dell’occupazione.
Lo
ha fatto “cambiando pelle”, con ristrutturazioni profonde, silenziose e
dolorose, che hanno comportato la chiusura di decine di migliaia di unità
produttive all’anno.
Lo
ha fatto esprimendo una buona parte di quelle “multinazionali tascabili” che,
con creatività ed innovazione, hanno saputo accrescere il valore aggiunto
dell’export italiano, anche in settori apparentemente maturi.
E’
l’Italia produttiva e dell’economia reale, che non ha vissuto né l’euforia
della “new economy”, né le suggestioni del primato della finanza e delle tante,
troppe privatizzazioni senza liberalizzazioni.
E’
l’Italia di un capitalismo familiare senza grandi famiglie e senza salotti,
buoni o meno buoni che siano.
E’
l’Italia di chi, ogni giorno, si confronta con il mercato e con le difficoltà
delle famiglie. E, quando non ce la fa, chiude.
Chiude,
punto e basta. Senza godere di ammortizzatori a carico della finanza pubblica.
E’,
insomma, l’Italia di chi rischia in proprio e, se fallisce, non può certo
godere dell’intervento a soccorso né delle casse dello Stato, né del sistema
bancario.
E’
l’Italia che non ha davvero partecipato alla stagione storica delle leggi
finanziarie, che divenivano la grande occasione per l’assalto alla diligenza
della finanza pubblica.
Ma
che, quando si è trattato di fare la propria parte, non si è sottratta.
Non
si è sottratta, all’inizio degli anni novanta, al dovere di concorrere a
scongiurare la crisi finanziaria del Paese. Ha creduto nella politica dei
redditi e, almeno fin qui e nonostante tutto, ha creduto nell’esperienza degli
studi di settore.
E
sarebbe, soprattutto, pronta, oggi, a fare la propria parte per un nuovo “Patto
per la crescita”.
Un
“Patto”, cioè, che si proponesse davvero di sottrarre il Paese alla trappola
della crescita lenta: troppo lenta sia per rendere meno difficile il percorso
di aggiustamento dei conti pubblici, sia per assicurare, ai lavoratori e alle
imprese, sviluppo ed equità.
Qui
sta, appunto, la ragione più profonda del nostro dissenso, della nostra critica
ed anche della nostra protesta rispetto all’impianto della manovra finanziaria
per il 2007.
Una
manovra ambiziosa, ambiziosissima nelle sue quantità. Ma davvero deludente dal
punto di vista qualitativo.
Perché
c’è una contraddizione politicamente ed economicamente macroscopica tra poco
meno di 20 miliardi di euro formalmente stanziati per sostenere lo sviluppo e
l’attesa – modesta, troppo modesta - di
una crescita del Pil del Paese dell’1,3% nel prossimo anno.
Perché
altrettanto clamorosa è la contraddizione tra una crescita della pressione
fiscale dell’1,3% e la rinuncia ad incidere strutturalmente sulla qualità e
sulla quantità complessiva della spesa pubblica.
Ed
è all’interno di queste contraddizioni che si delinea, poi, quel “combinato
disposto” di aumenti della contribuzione previdenziale per il lavoro autonomo e
per l’apprendistato, di incremento automatico del gettito degli studi di
settore, di maggiori margini di manovra per il fisco locale, anche attraverso
la riedizione della tassa di soggiorno,
e di trasferimento di flussi del TFR all’Inps che si traduce, in
soldoni, in un assegno da circa 7
miliardi di euro, richiesto alle imprese, alle nostre imprese.
Ma
– si dice – incassate la riduzione del cuneo fiscale e contributivo. Non sono
convinto, non siamo convinti che lo scambio sia equo.
Perché,
anche a prescindere dal ragionamento sulla diversa distribuzione del beneficio
della riduzione del cuneo tra settori e classi dimensionali d’impresa, è poi
tutto il testo e il contesto della manovra a dirci che non si incide a
sufficienza sui capitoli obbligati della competitività difficile.
Anzi,
quando lo si fa, lo si fa con il sapore un po’ antico di “Industria 2015”, il
provvedimento quadro del Ministro Bersani per il riordino delle politiche e dei
fondi per la competitività e lo sviluppo.
Ma
– si dice ancora – aspettate un po’ e, dopo la finanziaria, le riforme
verranno.
Verranno?
Vedremo. Ma fiducia e prospettiva vanno costruite e, certo, questa finanziaria
– la finanziaria d’inizio legislatura – non aiuta.
Certo
non va nella direzione di uno dei “moniti” più incisivi del Professor Giavazzi:
“meno aiuti di Stato alle aziende grandi e decotte e meno tasse per quelle
piccole e di successo”.
Certo
non rafforza confronto e collaborazione tra contribuenti e amministrazione
finanziaria con un sovraccarico di adempimenti e controlli, non lenito dal
parziale “ravvedimento” sulla vicenda emblematica dello scontrino fiscale.
Ecco
perché, qui ed oggi, abbiamo detto insieme “no” ai contenuti della manovra
finanziaria per il 2007.
Ecco
perché abbiamo chiesto che la manovra cambi.
Perché
non abbiamo da difendere né rendite, né privilegi. Ma vogliamo, semplicemente,
che, in questo Paese, sia resa meno faticosa la fatica di fare impresa. Lo
chiediamo, perché è nell’interesse delle imprese. Lo chiediamo, perché è
nell’interesse del Paese.
Lo
chiediamo con assoluta autonomia dalla politica e rivolgendoci,
contemporaneamente, al Governo e al Parlamento, alle forze politiche di
maggioranza come a quelle di opposizione.
Lo
chiediamo in nome dei principi e dei valori di quell’Italia produttiva e
dell’economia reale, il cui impegno, la cui responsabilità quotidiana è
scritta, a chiare lettere, nella storia del Paese. Anche nella storia fiscale e
nell’esperienza degli studi di settore, nonostante l’uso “ad orologeria” di
statistiche, lacunose per metodo e per merito, in materia di dichiarazioni dei
redditi.
Questa
è l’Italia responsabile rappresentata dalle nostre Organizzazioni. L’Italia di
chi fa il proprio dovere e che lo fa pur in presenza di una pressione fiscale e
contributiva complessiva, che può arrivare a sfiorare il 60%.
E’
un’Italia che merita il rispetto di tutti.
E,
intanto, merita da parte nostra, da parte di noi che la rappresentiamo, una più
forte e più continua capacità unitaria di raccontarne le ragioni e di farle
avanzare all’interno di una complessiva proposta di crescita e di sviluppo del
Paese.
Sapendo
che, per far questo, occorrerà, anzitutto, scrivere la parola “fine” ad un
abuso del senso della concertazione, che, sempre di più, si rivela o un
esercizio rituale o lo schermo di relazioni privilegiate tra il Governo, i
Sindacati e una presunta “voce unica” delle imprese italiane.
E
qui sgombro subito il campo: non siamo
né contro Confindustria, né contro i Sindacati, ma a tutti chiediamo
almeno una “manutenzione straordinaria” della concertazione.
Al
Sindacato chiediamo di confrontarsi con
quella parte del mondo economico e produttivo, che è oggi qui presente e che intende essere protagonista rispetto
alle necessità di modernizzazione del Paese. Al Sindacato chiediamo, dunque,
più dialogo e più coraggio.
Agli
amici di Confindustria sottolineiamo il valore fondamentale di una scelta di
unità tra tutto il mondo delle imprese.
Quanto
al Governo, pensiamo che non ci siano Governi più o meno “amici” o “nemici”. E
pensiamo anche che sia giusto che un Governo ascolti e, poi, scelga, decida.
Ma
bisogna farlo senza scindere la rappresentanza dalla rappresentatività reale.
Perché, altrimenti, le scelte che ne derivano fanno, inevitabilmente, davvero
una gran fatica a tenere conto delle ragioni dell’Italia dell’impresa diffusa e
dello sviluppo territoriale. Delle ragioni, cioè, che noi rappresentiamo.
Naturalmente,
ogni riferimento alla vicenda dell’intesa sul TFR è, al riguardo, assolutamente
non casuale.
Al
contrario, comprendere che l’Italia delle imprese ha più voci, dovrebbe essere
questione di interesse di tutti.
Intanto,
tocca a noi fare sino in fondo la nostra parte. E far sì, dunque, che, anche
oltre l’orizzonte della manovra finanziaria per il 2007, la nostra voce comune
divenga sempre più forte e le ragioni, giuste e profonde, dello spirito
unitario di questo incontro si facciano metodo costante di lavoro.
Per
questo – caro Giorgio, caro Ivan, caro Giacomo, caro Marco, cari colleghi e
cari amici di Confartigianato, di Cna, di Casartigiani, di Confesercenti, di
Confcommercio – io, qui ed oggi, non ho da trarre “conclusioni”.
Perché,
qui ed oggi, penso invece che si apra un processo e un progetto comune, che
passa attraverso la condivisione dell’impegno per cambiare una finanziaria che
può e deve essere cambiata, ma il cui orizzonte è ben più ampio.
Fare
avanzare questo processo e questo progetto è una nostra responsabilità. Anche
in questo caso, lo si può fare, lo si deve fare. Grazie.