Cari Amici,
anzitutto il mio ringraziamento a tutti gli
autorevoli partecipanti a questa occasione di confronto su “La ‘questione
settentrionale’ dopo il votoâ€, che abbiamo ritenuto utile promuovere.
Perché lo abbiamo ritenuto utile?
Molto semplicemente, ci è sembrato che riflettere
sulle ragioni della diversa distribuzione territoriale dei consensi elettorali
ricevuti dalle due coalizioni sia un buon modo per ragionare – all’avvio di una
legislatura certamente complessa – sui problemi reali dell’economia reale del
Paese.
Per discutere cioè, come recita il sotto-titolo
dell’incontro, di fisco e di infrastrutture, di impresa diffusa e di lavoro
autonomo. Se preferite – e per fare ricorso ad una formula estremamente
sintetica – per discutere dei problemi del fare impresa e del competere.
Questo è, dunque, l’obiettivo di merito
dell’incontro: verificare se dalla riflessione sui “perché†del Nord, si possa
trarre materia sul come costruire il domani dell’Italia. Di tutta l’Italia: che
può apparire politicamente divisa, ma che è certamente unita dall’esigenza di
definire con urgenza un’agenda di lavoro per la legislatura, che metta in grado
il Paese di affrontare e vincere la sfida della competitività .
Ma abbiamo anche – lo confesso – un obiettivo di
metodo: verificare se, rispetto ai contenuti di questa agenda, potranno
verificarsi convergenze tra gli schieramenti politici.
Se, in altri termini, rispetto alle emergenze e
alle urgenze del Paese, ci sia la possibilità di dare concretezza d’impegno
politico e parlamentare alle formule del bipolarismo mite e dialogante e dello
spirito bipartisan.
Perché, certo, non compete a noi dare indicazioni
o suggerimenti rispetto alle formule di governo.
Ma penso che sia davvero un nostro dovere
segnalare che, se si vuole rilanciare la crescita e lo sviluppo, bisognerà pur
mettere in campo da parte di tutti – da parte della politica, come da parte
delle forze sociali – un supplemento di responsabilità .
I “perché†del Nord, dunque (anche se non solo del
Nord).
Perché, cioè, al Nord è stata relativamente più
forte l’adesione ad alcuni temi forti della proposta della Casa delle Libertà ,
a partire dalla questione della riduzione della pressione fiscale complessiva a
carico dei cittadini e delle imprese?
Perché invece - come ha osservato proprio Peppino
De Rita in uno dei primi interventi sul tema – “l’Unione non è riuscita a
‘leggere’ in anticipo†i termini, le ragioni, le spiegazioni della questione
settentrionale?
Non credo, ovviamente, che sia plausibile una
lettura di “classe†delle scelte di voto. Su questo non la faccio lunga, anche
perché mi sembra che non possano esserci davvero molti dubbi.
E mi limito, quindi, a ricordare quanto – fra gli
altri – ha efficacemente evidenziato Mario Carraro, già Presidente di
Confindustria-Veneto, che così ha dichiarato, intervistato da “La Repubblicaâ€:
“ A Campodarsego, dove c’è la mia fabbrica, l’80 per cento del voto è stato di
destra. Devo desumerne che i miei operai votano per Berlusconi e i suoi soci.
Siamo noi padroni, pochi, a votare diversamenteâ€.
Certo, Campodarsego non è tutto il Veneto e il
Veneto non è tutto il Nord. Così come gli operai che lavorano nelle aziende di
Carraro non sono tutti gli operai e i “padroni†che si riconoscono nella
posizione politica di Carraro non sono tutti i padroni.
E, d’altra parte, nel distretto conciario di
Solofra – terra di piccole e medie imprese in provincia di Avellino e caso
segnalato dal “Sole†nelle indagini sul campo sull’andamento del voto – il
centro-sinistra ha prevalso di otto punti percentuali sulla Casa delle Libertà .
Ma, insomma, sono proprio i “mille†casi – le
mille e mille “Campodarsego†e “Solofra†di cui è fatta l’Italia economica e
politica – a dirci che possiamo tranquillamente mandare in soffitta le letture
di “classe†del voto.
Credo, però, che sia possibile dire che la scelta
elettorale prevalente nel Nord del Paese abbia avuto tutte le caratteristiche
tipiche della scelta di un blocco sociale. Anzi, direi quasi di un “nuovo ceto
medioâ€.
Questa scelta ha cioè espresso, in maniera
sufficientemente omogenea, le urgenze e le richieste che sono poste alla
politica da un ceto diffuso, medio e medio alto.
Un ceto che ricomprende piccoli e medi
imprenditori: quelli che investono, rischiano e fanno fatica in aziende che
rappresentano, all’incirca, il 95 per cento della struttura produttiva ed
economica del Paese.
Ma è un ceto che ricomprende anche i lavoratori
autonomi della galassia amplissima di vecchi e nuovi mestieri e professioni: il
25 per cento del totale degli occupati nel nostro Paese.
E’ un ceto, ancora, che ricomprende largamente
lavoratori dipendenti specializzati e professionali.
Intendiamoci: l’omogeneità delle richieste che
questo “nuovo ceto medio†pone alla politica non significa univocità .
Né di richiesta, appunto, né di scelta.
Perché – è vero – c’è anche un Nord che,
in molte grandi città , ha premiato l’Unione. E - a fronte dei successi della
Casa delle Libertà nel Piemonte e nel Friuli, nel Veneto e nella Lombardia - in
Liguria, nel Trentino-Alto Adige, in Emilia Romagna, vince il centro-sinistra.
Ma – comunque – una sufficiente
omogeneità c’è.
Frutto - ha osservato, ad esempio, Savino
Pezzotta - di “una mescolanza tra blocchi sociali, tra operai e partite Iva,
tra piccoli imprenditori e circoli cattolici che è tenuta assieme da una
dimensione individuale molto forteâ€.
Ma questa “dimensione individuale†– ecco
il punto – esprime soltanto le esigenze, le aspettative di un dinamismo sociale
tutto riconducibile sotto l’insegna di un novello “laissez faire†o rappresenta
una domanda politica tanto esigente, quanto complessa?
Certo, il “nuovo ceto medio†del Nord –
il risultato della mescolanza tra blocchi sociali di cui parla Pezzotta –
chiede “meno tasseâ€.
Ma perché lo chiede?
Perché punta a massimizzare gli introiti
netti da redditi e da rendite e non si cura più di tanto degli interessi
generali del Paese?
Non penso che sia così.
Perché ad esempio – nel sondaggio
pre-elettorale, commissionato da “Il Sole 24 Oreâ€, sulle intenzioni di voto di
commercianti e artigiani – l’opzione “meno tasse†prevaleva – è vero - rispetto
all’opzione “più stato socialeâ€.
Ma, nella graduatoria dei problemi
urgenti, la questione “tasse†era sopravanzata dai temi della criminalità e
della giustizia, della sanità e della disoccupazione, della scuola,
dell’evasione fiscale e della inefficienza della pubblica amministrazione.
E’, insomma, una richiesta politica ampia
e articolata, che chiama in causa la necessità di politiche pubbliche
impegnative, rinnovate, qualificate.
Perché c’è la necessità di un’Italia più
moderna e competitiva.
E’, insomma, la tesi di chi, ogni giorno,
si misura con i problemi della crescita lenta e della competitività difficile.
E pensa, dunque, che il rapporto tra
deficit e Pil va migliorato e lo stock di debito pubblico va ridotto.
Ma pensa anche che per raggiungere questi
obiettivi, per rendere meno impervio il percorso del miglioramento dello stato
di salute della finanza pubblica, è soprattutto la crescita che va rilanciata.
Liberalizzando e privatizzando ed anche
cercando di vendere un po’ di patrimonio pubblico.
Ma, soprattutto, escludendo interventi di
aggravamento della pressione fiscale complessiva a carico delle imprese e dei
cittadini, ad esempio ritoccando all’insù le aliquote Iva. E confermando,
invece, la necessità di un sistema Paese fiscalmente più competitivo.
Agendo, insieme, per il contrasto ed il
recupero dell’evasione e dell’elusione fiscale e contributiva, per la riduzione
della spesa intermedia delle pubbliche amministrazioni, per la riqualificazione
della spesa sociale, attraverso un welfare fondato sul lavoro e sull’intervento
attivo e sussidiario dei privati e delle famiglie.
Ecco, allora, come e dove reperire
risorse aggiuntive per le politiche attive per la crescita e per lo sviluppo.
La riduzione del prelievo fiscale è, in
quest’ottica, una scelta di metodo. Per “forzare†il processo di costruzione di
una funzione pubblica che sia, al contempo, meno costosa e più efficiente.
E’ questa, infatti, una necessità che era
e resta impellente.
Lo era ieri, quando – alla fine degli
anni novanta – l’Istat stimava in oltre 22 mila miliardi delle vecchie lire il
costo complessivo degli adempimenti burocratici a carico delle imprese.
E lo è tanto più oggi, in un’Italia in
cui stiamo tutti facendo i conti con una complessa transizione al federalismo,
in cui all’architettura del federalismo istituzionale non si accompagna,
ancora, la definizione chiara dei contenuti di un federalismo fiscale
responsabile e solidale.
Ecco una questione che ci sentiamo di
potere e di dovere porre, quale che sarà l’esito della consultazione
referendaria sulla riforma costituzionale varata nella legislatura che si è
appena conclusa.
C’è la necessità di un supplemento di
responsabilità da parte di tutti, se si vuole costruire un federalismo in cui i
diversi livelli istituzionali collaborino tra loro e con l’iniziativa privata
ed organizzata dei cittadini e delle imprese. In cui, cioè, come si dice, ci
sia collaborazione tra sussidiarietà verticale e sussidiarietà orizzontale.
C’è la necessità di una politica alta che
si confronti con il Paese e sugli interessi generali del Paese. Con quello
spirito bipartisan, che contraddistingue un bipolarismo maturo e capace di
costruire larghe intese.
Magari – e ho visto che, in questi
giorni, la prospettiva torna ad essere evocata da più parti – riprendendo
l’esperienza di quella Commissione Bicamerale, che è stata l’ultimo tentativo
storico di un confronto politico che, proprio sul terreno delle “regoleâ€, si
proponga di costruire un Paese meno diviso.
Sarebbe – io penso – un buon modo per
cercare di rispondere all’interrogativo che conclude il recente “Viaggio nelle
istituzioni italiane†dell’amico De Rita: “Ma c’è qualcosa da salvare, una
qualche linea d’azione che non renda inevitabile la separazione fra istituzioni
e cittadini?â€.
E’ un interrogativo certamente presente
nei temi che la “questione settentrionale†pone alla politica. Ed è –
soprattutto – un interrogativo cui occorre dare risposta se siamo davvero tutti
convinti del fatto che un sistema-Paese più coeso e responsabile è la
condizione prima per giocarci e vincere la partita della sfida della
competitività .
Così come – per tornare al tema della
necessità di una crescita più veloce, senza la quale è francamente impensabile
una significativa riduzione del rapporto tra debito pubblico e Pil in linea con
l’obiettivo del 60% del Trattato di Maastricht - sarebbe davvero ora di mettere
in campo una politica economica, che faccia tesoro di quanto ha recentemente
“certificatoâ€, per l’Italia, il McKinsey Institute: “il rilancio dell’industria
manifatturiera non potrà essere il motore della crescita, la cui vera chiave
sta invece nel significativo miglioramento della produttività dei servizi…â€.
Il che significa per noi – tentando una
estrema sintesi dell’analisi e delle proposte formulate nel documento sulle
“Dieci azioni per rilanciare la crescita e lo sviluppo del Paese†che abbiamo
avuto modo di presentare e discutere con le due coalizioni nel corso della
campagna elettorale – alcune cose fondamentali: energia meno cara e più
infrastrutture; innovazione diffusa per l’impresa diffusa, e – in particolare –
per il sistema dei servizi; un mercato del lavoro flessibile, ma non precario;
una riduzione graduale e realistica del cuneo fiscale e contributivo e il riallineamento
competitivo delle aliquote IVA per il turismo, oltre che la detraibilitÃ
dell’IVA per il turismo congressuale.
Ma, anzitutto, in termini di governance,
un saldo presidio politico di tutti i temi fondamentali dell’agenda
dell’economia reale del Paese, cioè dei problemi concreti del fare impresa e
del competere.
Dunque, nelle forme che si riterranno più
opportune, responsabilità forti e dedicate all’interno del nuovo Esecutivo in
materia di economia reale, di impresa diffusa, di turismo.
Concludo, sottolineando come tutti i
termini della cosiddetta “questione settentrionale†ci offrano, in realtà , la
possibilità di rilanciare i temi di un confronto serio e condiviso – tra gli
schieramenti politici e tra la politica e le forze sociali – su un pacchetto di
scelte qualificanti per questa legislatura. Scelte che valgono non solo per il
Nord, ma anche – e soprattutto – per l’intero Paese.
Scelte che definiscono quella
“governabilità †di merito, di progetto, che è, in definitiva, ciò che più preme
a chi, come noi, cerca di rappresentare le esigenze, le ragioni di quel
terziario di mercato – del commercio, del turismo, dei servizi, dei trasporti –
che, a buon diritto, ritiene di essere una risorsa – ancora largamente
inesplorata – per il domani dell’Italia.
Di tutta l’Italia. Di un’Italia più
moderna e competitiva.